«The Milky Way», il produttore Andrea Paco Mariani ci racconta il film

Ad aggiudicarsi la menzione speciale DAMSLab al Terra di Tutti Film Festival è stato, quest’anno, The Milky Way. Il documentario, diretto da Luigi D’Alife, ha ottenuto il riconoscimento lo scorso 8 ottobre presso il Cinema Tivoli di Bologna. A ritirarlo, Andrea Paco Mariani, membro dei team di produzione, distribuzione e crowdfunding e addetto all’ufficio stampa e comunicazione.

La trama del film

Nato come estensione di un corto presentato nel 2018 sempre al Terra di Tutti Film Festival, The Milky Way tratta il fenomeno migratorio sulle Alpi occidentali, in passato riguardante le persone italiane, mentre oggi prevalentemente quelle di origine africana. A causa delle severe politiche dei confini europei, queste si vedono costrette a prendere strade meno battute per lasciare l’Italia, come i sentieri di alta montagna nei pressi del comprensorio sciistico Vialattea. Poco preparati e mal equipaggiati, i migranti rischiano la vita e le autorità francesi esercitano un’azione repressiva nei loro confronti.

Il film è stato prodotto e distribuito dalla SMK Factory, casa indipendente che da ormai undici anni si muove nel panorama del cinema politico e sociale.

L’impianto narrativo e stilistico

Uno dei punti di forza di The Milky Way è sicuramente il modo in cui vengono presentate le vicende narrate. L’impianto narrativo si suddivide in tre blocchi che si intercambiano.

Il primo è animato e riguarda la migrazione degli italiani di qualche decennio fa. È lampante come le difficoltà da loro incontrate in montagna e la speranza di una vita migliore fossero le stesse di chi si trova oggi nella loro situazione.

Il secondo, quello preponderante, ce lo conferma, poiché focalizzato sul presente. In esso, facciamo conoscenza di alcune persone che vivono sulle Alpi e aiutano i migranti in pericolo.

Il terzo, infine, è costituito da suggestive sequenze notturne in cui viene ricostruito il percorso migratorio. La regia, già di alto livello per tutto il film, dà qui il meglio di sé e viene potenziata dalla fotografia eccellente e dagli effetti sonori estremamente immersivi.

L’intreccio e la varietà di questi blocchi rendono il film scorrevole, piacevole allo sguardo e soprattutto originale. Il connubio tra un tale livello tecnico e un contenuto forte è la sua carta vincente, e il riconoscimento ottenuto lo ha dimostrato.

Nessuno si salva da solo

The Milky Way

«Sapere che qualcuno è in difficoltà in montagna mobilita. Mobilita nel senso che è una sorta di dovere comune, quello di intervenire. È una sensazione generale per cui senti fortissimo il fatto che è impossibile a chiunque essere felice se intorno c’è qualcuno che non lo è. Sentivo che non potevo immaginare di andare a dormire a casa mia, in un appartamento caldo e in un letto morbido, sapendo che in piazza c’era qualcuno che stava battendo i denti. È una sensazione proprio fisica, quasi.»

I racconti degli abitanti delle Alpi ci fanno capire subito che non hanno intenzione accettare la situazione degradante in cui riversa chi è solo in cerca di una vita migliore, e che vogliono che le cose cambino. Le proteste contro l’abuso di potere da parte della polizia, qui documentate, lo dimostrano. L’opera non ha paura di denunciare, e nel farlo non risparmia nessuno. Oltre alle già citate forze dell’ordine, anche il governo italiano e quello francese sono chiamati in causa. Sia Salvini che Macron, per esempio, sono esplicitamente citati in una delle frequenti inquadrature raffiguranti frasi sui muri (e non solo), mezzi di contestazione a sostegno dei migranti.

Il messaggio che manda The Milky Way è forte e chiaro: dobbiamo ritrovare la nostra umanità. E un Paese che la sta perdendo sempre di più ha bisogno che qualcuno glielo ricordi.

L’intervista

Co-fondatore della SMK Factory, regista di documentari (tra cui ricordiamo Green Lies, del 2014, e The Harvest, del 2017) e tra i produttori di The Milky Way, Andrea Paco Mariani ha accettato con piacere di rispondere ad alcune nostre domande. A tal proposito, è doveroso ringraziare Altea Mavric e Carlotta Negretti, che hanno collaborato all’intervista.

Come vi è venuta l’idea di trattare la migrazione per le montagne, un argomento di cui non si sente parlare molto?

Credo che il mondo sia fatto di molte realtà. Non è un caso che il documentarismo, soprattutto quello indipendente, sia cresciuto così tanto negli ultimi anni. Poi quasi tutti i documentari nascono per caso. Prima che a The Milky Way, ho lavorato a The Harvest come regista. In quel caso, ho scoperto per caso la storia dei ragazzi che assumevano metanfetamine per lavorare in un campo agricolo. È tutto molto basato sulla vita reale, che “ti capita”, senza però perdere la consapevolezza del fatto che ci sono dei temi fondamentali che è importante continuare a snocciolare, come le migrazioni e i diritti. Luigi si è ritrovato molto vicino alle zone in cui è ambientato il film per delle ricerche che stava facendo e si è imbattuto in queste storie. Questo è il motivo per cui il cinema documentario indipendente è importantissimo: si deve avere la libertà di muoversi e inciampare sulle storie, è l’unico modo di trovarle.

«Da dove è arrivata la decisione di inserire le sequenze animate nel film? Era una cosa programmata sin dall’inizio?»

L’idea è venuta sin dall’inizio e ha risposto a esigenze sia pratiche che creative. Si voleva raccontare l’altra metà della storia, quella riguardante le migrazioni delle persone italiane, e per farlo si è voluto scegliere un modo di rappresentazione alternativo e particolare. Ciò ha risposto all’esigenza di provare a sperimentare dei nuovi linguaggi. Non è un caso che soprattutto il documentarismo indipendente stia sfociando sempre di più nella para-fiction. Si sta avendo un’esplosione creativa che porta a non ragionare più solo sui contenuti, ma anche sui linguaggi.

Le sequenze notturne sono il risultato di una ricostruzione o sono interamente reali?

Diciamo che sono un mix di immagini vere e ricostruite. È tutto molto velato, anche perché le scene sono state girate al buio. I momenti con la polizia, ovviamente, sono reali. Ormai ci si può giocare moltissimo, specie se non si danneggia nessuno nel processo. Penso che il rispetto sia fondamentale. Il rischio di provocare disagio nelle persone coinvolte nei documentari è molto alto. Non importa se il film ci perde qualitativamente, ciò che conta è l’incolumità di chi vi partecipa, specie dal momento in cui ci mette la faccia».

The Milky Way

È davvero forte il contrasto tra le inquadrature in cui vediamo le persone sciare tranquillamente e i momenti in cui ci viene raccontato di come altre, nello stesso esatto posto, muoiono

È la follia del concetto di confine, che andrebbe abrogato. Non è proprio più in linea con la realtà che ci circonda. Magari lo è stato, ma adesso non lo è più. Non puoi decretare la vita o la morte di una persona in base a una linea immaginaria. È una gigantesca stronzata, le cose vanno chiamate col loro nome.

Com’è lavorare a produzioni indipendenti?

Ci sono molti modelli e molte strade. Noi da 11 anni ne abbiamo scelta una, che si è consolidata, ovvero quella legata alla co-produzione popolare tramite crowdfunding. Questo modello è per noi portante perché non si tratta solo di una raccolta fondi, ma anche già dello sviluppo di un percorso distributivo. Molte delle date che siamo riusciti a fissare non sarebbero mai nate senza tutto il percorso di condivisione prima del film, che crea un’aspettativa e una comunità attorno ad esso e ai suoi temi. Fortunatamente, The Milky Way tornerà nelle sale dopo il blocco causato dal coronavirus. Questa situazione è nuova per tutti e porterà sicuramente a conseguenze non semplici. È abbastanza evidente che molti dei cinema che conosciamo non riapriranno. Stiamo venendo tutti danneggiati, in questo momento, soprattutto il cinema indipendente.

The Milky Way

Ci sono un pre-covid e un post-covid per il cinema

Sì, e le comunità hanno un ruolo importante. È il momento di sostenere le case di produzioni indipendenti e non, i cinema, i teatri. Ciò che è successo negli ultimi mesi ha ufficializzato, a livello di scelta politica, che le cose sacrificabili sono la cultura e la scuola. Certe logiche meramente di mercato sovrastano ogni piano».

Ci sono già altri progetti in cantiere?

Sì. Alcuni si sono fermati a causa della pandemia, ma Sarura, di cui è ricominciato il crowdfunding, ha ripreso il suo percorso. L’abbiamo girato un anno e mezzo fa in Palestina e mostra la situazione lì dieci anni dopo le vicende raccontate nel mio Tomorrow’s Land. Se tutto va bene, il film uscirà a inizio anno prossimo.

Per restare aggiornati sul tour di The Milky Way, visitate il sito ufficiale del film.


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Christian Montedoro

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