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Time specchio

Time, il documentario che riflette sul tempo e lotta per i diritti

La prospettiva del tempo in un documentario da Oscar

9 minuti di lettura

Time is what you make of it, time is unbiased, time is lost, time flies. This situation has just been a long time. A really long time.” Justus Richardson

Time è un documentario di Garrett Bradley co-prodotto con il New York Times disponibile sulla piattaforma Prime Video. Il film ripercorre la lotta Sibil Fox Richardson – in breve Fox Rich – per la scarcerazione del marito Robert, il loro rapporto con lo scorrere del tempo – come suggerito dal titolo – e la condizione di una famiglia afroamericana in attesa di un verdetto dal sistema giudiziario statunitense.

Il documentario, fresco di nomination all’Oscar, si inserisce nella più ampia tendenza della lotta per i diritti delle minoranze che negli ultimi anni si riflette con potenza nella produzione cinematografica statunitense e internazionale. Nello specifico, il film è una preziosa voce che si aggiunge alla coralità di un discorso condotto da registi come Ava DuVernay – scrivendo di Time è impossibile non fare riferimento al documentario XIII emendamento, o ancora alla serie When they see us, entrambi disponibili su NetflixBarry Jenkins o Spike Lee, per citare i più conosciuti.

È altrettanto chiaro però che Time non si limita alla descrizione dell’esperienza afroamericana nel sistema penitenziario degli Stati Uniti di oggi. Il film riesce nell’intento di presentare un racconto che è disancorato dalla condizione della famiglia Richardson e dalla contingenza della sua vicenda e al contempo ben radicato nei suoi protagonisti, prima fra tutti Fox Rich, che si fa portavoce delle istanze di giustizia che spettano alla sua famiglia, a suo marito, e a un’intera comunità. Si tratta di una narrazione che risulta universale e particolare, che utilizza il tempo come fulcro e motore del discorso, in un fitto gioco di rimandi tra presente e passato caratterizzato da scelte formali volte a trasmettere un’impressione di sospensione temporale e di attesa perpetua. Il film si costruisce infatti su un armonioso alternarsi di video di archivio – home movies della famiglia Richardson – e riprese attuali delle settimane precedenti alla scarcerazione di Robert Richardson, in prigione da vent’anni per rapina a mano armata. Il trattamento riservato alle immagini di allora e a quelle di oggi è lo stesso: il bianco e nero copre indistintamente il passato e il presente, portandoli in una dimensione indistinta e uniformando il racconto.

La voce narrante di Fox Rich accompagna le immagini, chiosando, scandendo, condividendo riflessioni, sovrapponendosi e guidando la sua voce diegetica.

I pensieri sono accostati a brani strumentali composti dalla pianista etiope Emahoy Tsegué-Maryam Guèbrou che, ancora una volta, conferiscono un senso di attesa e forte nostalgia. Neanche un elemento extradiegetico come la colonna sonora vuole marcare la distanza tra le immagini contemporanee e quelle di archivio. La melodia e il ritmo si ripetono identici a più riprese, come del resto la vicenda della famiglia Richardson, che per l’ennesima volta attende un verdetto che tarda ad arrivare. L’unione di questi elementi contribuisce a portare l’osservatore in un limbo di atemporalità in cui è difficile (e in realtà secondario) reperire coordinate cronologiche, tutto si unisce in un racconto intimo e intenso che parla di assenza. Quella di Garrett Bradley è una precisa scelta, la regista ci sta dicendo: quest’opera è ambientata nel 2020 e racconta una storia che ha avuto inizio vent’anni fa, ma il cui principio ha radici ben più profonde e distanti, e che da sempre si ripete.

Time e l’ingiustizia sociale

Time is influenced by our emotions, it’s influenced by our actions.” Remington Richardson

Time chiamata

Il tempo serve anche a introdurre il tema dell’ingiustizia sociale: quello di Fox Rich è scandito da chiamate a figure che fanno parte di un apparato indifferente che non vuole dare valore al tempo delle persone in carcere e delle loro famiglie. Gli scambi della protagonista con gli avvocati, i giudici, l’amministrazione del tribunale sono caratterizzati da un’estenuante lentezza, il telefono squilla senza risposta, la segretaria del giudice riesce a dare risposte solo frammentarie, i giudici pospongono la data del verdetto rendendo le attese insostenibili. Sibil si rende quindi conto che la responsabilità della battaglia in corso è interamente sua. Accompagna alla sua carriera e alla cura della famiglia uno strenuo attivismo per i diritti delle persone incarcerate, raccontando la storia della sua famiglia nelle scuole e a numerosi incontri. L’osservatore assiste così alla crescita della donna e al suo continuo racconto, la vede intenta in letture caratterizzate da ripetizioni, enfasi, teatralità: la sua esperienza non appartiene più soltanto a lei, e da un pulpito Fox sta predicando, sta parlando di un’istituzione disumanizzante a nome di tutti coloro che ne subiscono gli effetti.

La figura della madre di Sibil è l’altra faccia della medaglia, rappresenta una generazione passata che addita “l’uomo biancocome un carceriere che vuole tenere gli oppressi in questa nuova forma di schiavitù, il carcere. Un carceriere contro cui tuttavia non bisogna lottare e a cui bisogna mostrarsi remissivi e sottomessi, perché questa sua personale vendetta è destinata a prevalere.

Una storia d’amore scandita dal tempo

“Time is when you look at pictures from when your babies were small and then you look at them and you see that they have moustaches and beards. And that the biggest hope that you had was that before they turned into men they would have a chance to be with their father” Fox Richardson

Time vittoria

Time è anche la storia di un amore, quello tra Sibil e Robert, che si sono innamorati a 16 anni, e di un’assenza dolorosa che viene colmata dalle immagini: la madre riprende ossessivamente i figli che crescono per mostrare al marito i momenti non vissuti, tenendo un vero e proprio diario per renderlo parte della quotidianità familiare.

Arriva infine il momento del verdetto, Robert è libero ed esce dal Louisiana State Penitentiary.

Le sequenze finali restituiscono ai Richardson il tempo perso, le immagini sono in slow motion e la camera indugia a lungo sugli abbracci tra Robert e sua moglie, i suoi figli, i suoi amici e i suoi familiari. Questa volta il tempo si ferma a loro favore, per permettere un’espressione di amore.

Subito dopo, il tempo si riavvolge, torna indietro, e scorrono rapidamente a ritroso davanti allo sguardo di chi osserva le immagini dell’infanzia dei tre figli della coppia. D’un tratto è come se il tempo non fosse trascorso e viene mostrato il primo bacio Tra Sibil e Robert, lo stesso delle sequenze iniziali del film.

Il tempo è la causa della sofferenza ma allo stesso tempo la cura, perché permetterà finalmente a Sibil “di essere talmente lontana nel tempo da non ricordarsi più di tutto il dolore“.


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Chiara Passoni

Nata e cresciuta a Milano, laureata in lettere ed editoria, appassionata e lavoratrice del cinema. Trovo nel documentario in tutte le sue forme e modalità il mezzo ideale per rappresentare, conoscere e riflettere sulla realtà.

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