In The End of Times, l'IA riconosce, quasi, le persone nell'immagine.

Venezia 83 – The End of Times, l’anarchia come chiave di lettura della nostra epoca

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10 minuti di lettura

Presentato alla Settimana della Critica nell’ambito della 83esima Mostra del Cinema di Venezia, The End of Times (El fin de los tiempos) è l’opera sperimentale di Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas, in cui l’ibridazione di linguaggi diversi diventa la chiave di lettura anarchica che aiuta a interpretare la società moderna.

The End of Times ha ricevuto una menzione speciale del Gran Premio IWONDERFULL della Settimana della Critica 2026.

The End of Times, è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo

In The End of Times, Salomé ricerca in alcuni video di famiglia le ragioni della profonda tristezza della madre – una tristezza che va oltre qualsiasi tipo di spiegazione medica. In particolare, esamina il video della festa dell’ultimo dell’anno in vista del nuovo millennio e delle spaventose dicerie sulla fine del mondo.

Provando a immaginare diverse versioni della madre e della gente che la circonda, Salomé scopre che ognuna di esse conduce inevitabilmente a nuove tristezze, portando alla luce un passato familiare di sfruttamento coloniale, insicurezza nel mercato del lavoro, sottosviluppo tecnologico, conflitti nucleari, estrattivismo e dittatura. Cercando di liberare la madre dalla tristezza, la ragazza si rende conto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

Con l’utilizzo dell’ultima avanguardia tecnologica – l’intelligenza artificiale che promette infinite possibilità di immaginazione -, Salomé sperimenta in prima battuta la difficoltà nell’immaginare una versione diversa del mondo, in cui lei e la madre possano finalmente trovare un po’ di serenità.

In The End of Times, il video della famiglia che celebra l'ultimo dell'anno.

The End of Times, l’approccio anarchico di Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas

Alla fine del film, i due registi hanno voluto ringraziare i proprietari del found footage utilizzato nella loro opera, un gesto che apre naturalmente la conversazione sul loro processo creativo: come si sceglie un’immagine rispetto a un’altra? Si parte da una storia già definita, o invece sono le immagini stesse a suggerire la direzione? È proprio da questa domanda che i registi ci hanno raccontato il loro processo creativo alla base di The End of Times.

Juan David Cárdenas lo definisce un processo squisitamente sperimentale. Il materiale, gentilmente fornito dalla sua famiglia, ammontava a più di settanta ore di girato e la sola revisione ha richiesto oltre un anno di lavoro. Non esisteva un copione di partenza, ma piuttosto un’impressione generale, una domanda da sviscerare. Ciò che ha guidato la selezione delle scene specifiche è stata soprattutto la distanza generazionale che il regista ha percepito, una distanza che si traduceva anche in un diverso immaginario politico.

Alla base del loro approccio in The End of Times c’è l’anarchia. I registi hanno scelto deliberatamente di non rispettare l’intenzione originaria del found footage – ovvero un materiale di finzione – ma sovvertirne il significato di partenza, non per una pulsione distruttiva nei confronti del cinema, ma per far emergere qualcosa di nuovo, i sintomi della società in cui viviamo.

Bibiana Rojas Gómez aggiunge un dettaglio importante: la loro collaborazione in The End of Times è alimentata da due sguardi complementari. Muovendosi tra filosofia e audiovisivo, i registi cercano il dialogo tra questi due punti di vista per portare a schermo qualcosa che susciti una domanda. Il fatto che lei fosse estranea alle immagini di famiglia – per lui cariche di significato personale – le ha permesso di vederle con uno sguardo esterno. All’inizio non c’era nulla di scritto; erano solo le immagini a parlare. E per entrambi è stato il modo più autentico di avvicinarsi a quel materiale.

In The End of Times, l'immagine della madre di Salomé creata con l'IA.

La conversazione si sposta poi su un altro nodo centrale del film: la riflessione sull’immagine e sul suo rapporto con l’essere umano, in contrapposizione all’intelligenza artificiale, per cui concetti come memoria e contesto restano ancora estranei. Ci si chiede se stiamo andando verso un’epoca di cancellazione della memoria, collettiva e individuale, a favore di memorie artificiali che sembrano reali – e quale sia, in questo scenario, il ruolo dell’IA come strumento creativo.

La memoria è sempre stata, in realtà – ci raccontano i registi di The End of Times –, un atto di creazione. L’uomo la usa da sempre per ricreare il passato, ma anche per immaginare il futuro. La memoria stessa è in un certo senso un prodotto del futuro. Il problema non è tanto che l’intelligenza artificiale ricrei la memoria, quanto il fatto che questo processo creativo venga assorbito da un monopolio tecnologico.

È proprio questo assolutismo tecnologico che The End of Times vuole problematizzare. In questo senso, è stato fondamentale per i registi ambientare il film in una zona marginale, lontana dai centri dove si concentra il potere delle grandi aziende tecnologiche, e mostrare quei territori che vengono sfruttati per alimentarlo. La domanda vera, secondo i registi, non è se la memoria verrà cancellata, ma quale tipo di immagini del passato e del futuro l’intelligenza artificiale è in grado di restituirci.

Nella lavorazione di The End of Times, i registi hanno cercato di vedere ciò che l’IA stessa «vedeva», e in questo processo di sperimentazione sono emersi gli errori del sistema – le «allucinazioni», come li definisce Bibiana Rojas Gómez – che hanno deciso di trasformare in uno strumento narrativo del film, chiedendo costantemente allo spettatore: cosa vedi davvero? Quanto di ciò che vedi è radicato nella realtà? Anche l’approccio ai prompt è stato di stampo anarchico. Bisognava forzare l’intelligenza artificiale per vedere fino a dove poteva spingersi.

Proprio da questa sperimentazione nasce la riflessione sui limiti imposti all’immaginazione dall’IA e sulla questione del copyright. Durante la lavorazione i registi hanno scoperto che l’intelligenza artificiale non poteva generare determinati contenuti. In The End of Times compaiono scene che, attraverso l’ibridazione di found footage e immagini create con l’IA, includono personaggi pubblici, tra cui Kurt Cobain. Il sistema, però, imponeva limitazioni esterne che rendevano impossibile la creazione di certe immagini, limitazioni peraltro diverse da un software all’altro.

In The End of Times, la famiglia di Salomé celebra l'arrivo del nuovo millennio.

Per i due autori, però, le immagini generate dall’IA non sono meno reali di altre; in The End of Times hanno deciso invece di appropriarsene. Il punto – sottolineano – non è tanto come si usa la macchina, quanto come ci si appropria di ciò che la macchina restituisce. L’intelligenza artificiale è veloce ed è proprio questa velocità a spingere le persone ad accettare in automatico ciò che ricevono. È l’automatismo, in fondo, il vero problema.

In ogni sua storia, il film porta con sé un filo di tristezza e un sentimento di ansia nei confronti della società contemporanea – pensiamo alla madre di Salomé, che non troverà mai la propria felicità. Il film – specifica Bibiana Rojas Gómez – non vuole essere apocalittico. Per entrambi era però importante affrontare le questioni sociali del mondo capitalista in cui viviamo, alleggerendole con un po’ di ironia – come nelle scene in cui si scherza sull’incapacità dell’IA di distinguere un bambino da un cane.

La risposta che il film offre resta volutamente astratta e personale. Non c’è una soluzione immediata, che sarebbe peraltro impossibile da dare, ma The End of Times offre un’occasione di riflessione, un nuovo punto di vista sulla vita e sulla realtà. Ciò che i registi desiderano è offrire un piccolo contributo alla società, spingendo lo spettatore a riflettere su una questione semplice ma cruciale: il proprio immaginario politico. Il film, concludono, non punta a una soluzione diretta, ma vuole stimolare un nuovo atteggiamento verso i problemi della società.


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