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Your Honor

Your Honor, Bryan Cranston ci toglierà il respiro?

7 minuti di lettura

A sette anni dalla fine di Breaking Bad, Bryan Cranston torna nelle vesti del “cattivo”- che sappiamo calzargli così bene- nella miniserie Your Honor, ideata da Peter Moffat e adattamento di un prodotto israeliano (Kvodo di Ron Ninio e Shlomo Moshiah).

Your Honor, prodotta dalla CBS studios e trasmessa in Italia su Sky Atlantic dal 24 Febbraio, in dieci episodi ci trasporta in una New Orleans contemporanea in cui, tra mafia e gang di strada, pochi ancora confidano nella giustizia. Tra questi ultimi spicca Michael Desiato (Bryan Cranston), giudice giusto dai ferrei principi, che si trova vittima di un lacerante dissidio interiore quando, per salvare il figlio Adam (Hunter Doohan) dalle conseguenze di un suo errore fatale, si rende necessaria una serie di azioni che cozzano con ogni suo valore e che lo catapulteranno in un vortice di bugie, inganni e manipolazioni.

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La prima puntata si apre col suono di un respiro corto su schermo nero, per poi mostrarci un uomo inquadrato da dietro, che scopriremo essere Michael, intento ad allenarsi nella corsa. In questi primi secondi c’è già il fulcro della storia che si andrà a sviluppare: un personaggio che impiega tutte le sue energie nel correre, nello scappare dalla verità e dalle sue implicazioni come Michael deciderà di fare fin da subito; ma soprattutto l’ansimare, il fiato che si fa corto. La mancanza di respiro, che si configura immediatamente come punto cruciale della narrazione e che viene sottolineata a livello dialogico- in battute come “a volte mi togli il fiato”- e a livello diegetico, nella sindrome asmatica di Adam che scatenerà l’intera vicenda. È proprio questa, nel primo episodio, a concorrere in prima linea nella creazione di tensione nel momento topico: prima dell’incidente, mentre il ragazzo cerca disperatamente il proprio inalatore, noi spettatori ci sentiamo esattamente come lui, senza fiato, nell’attesa dell’imminente tragedia.

Bryan Cranston, influenza e differenze con Walter White

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Se alcune rare inquadrature ci riportano alla memoria lo stile visivo della celebre serie di Vince Gilligan (le soggettive impossibili, ad esempio dall’interno della lavatrice), è inevitabile l’accostamento tra i due protagonisti, entrambi magistralmente interpretati da Cranston: Michael, come Walter, si presenta come un uomo acuto che rivela mano a mano una latente natura fredda e calcolatrice, e che sa, all’occorrenza, diventare machiavellico e manipolare chiunque. Perfino il tempo (“oggi è ieri”) e la realtà dei fatti (“decido io qual è la verità”), per non parlare delle persone che lo circondano, nei confronti delle quali si sente una sorta di dio capace di deciderne i pensieri e l’agire.

Come Walter, Michael stringe un patto con lo spettatore, per cui quest’ultimo sarà al corrente delle sue bugie e dei suoi crimini e lo vedrà mentire sfacciatamente a tutti gli altri.

Il dissidio di Michael, tuttavia, più semplicemente di quello del suo predecessore, è sintetizzabile nella domanda: giustizia o amore paterno? Domanda alla quale il protagonista conosce fin dall’inizio la risposta: nessun principio ha più importanza di fronte alla vita del proprio figlio. È l’amore paterno a muovere tutto: quello del gangster Jimmy Baxter (Michael Stuhlbarg) per il suo Rocco (Benjamin Wadsworth)- che si allontana in principio dai genitori con una carrellata all’indietro che troverà corrispondenza nell’ultimo episodio- così come quello di Michael per Adam.

Abbiamo quindi sì, un anti-eroe, ma mosso da motivazioni che lo rendono una figura estremamente umana in cui ci si può, seppure a malincuore, identificare.

Una sceneggiatura a ciambella

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Alcuni aspetti tecnici sono molto riusciti e contribuiscono a rendere la serie un buon prodotto. In primis l’interpretazione di Cranston, che spicca su tutte (sebbene anche le altre siano credibili) svelandoci attraverso microespressioni il travagliato dilemma interiore tra bene superiore ed interesse personale.

La fotografia livida e fredda, spesso sui toni del grigio, ci proietta in un ambiente ostile e privo di speranza, sottolineando anche la freddezza del comportamento del protagonista. I frequenti plongée, che mostrano l’ambiente urbano di New Orleans, sembrano sopperire a quello sguardo imparziale, dall’alto, che il giudice dovrebbe, ma non può, avere.

Nella quarta puntata vediamo Elizabeth (Margo Martindale), la nonna di Adam, spiegare che le regole sono come i donuts: ognuna di esse ha un buco. Purtroppo è la sceneggiatura stessa a presentare alcuni buchi, funzionando molto bene nelle prime puntate ma lasciando dalla quarta in poi qualcosina in sospeso (il panno insanguinato alla cena di famiglia, al quale non si accenna più), cosa che non rende onore ad una serie che si costruisce sull’importanza dei dettagli– importanza diegetica che viene ribadita, ancora una volta, a livello dialogico quando l’insegnante di fotografia di Adam (Sofia Black-D’Elia) fa notare l’occhio per i dettagli di cui è dotato il ragazzo. Anche l’introduzione accennata e improvvisa, nell’ottava puntata, della situazione di pandemia appare goffa e fuori luogo, e disorienta lo spettatore.

Your Honor: tra verità e menzogna

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Your Honor, tuttavia, è in definitiva un prodotto di ottimo intrattenimento, che vale sicuramente la pena guardare e che riesce nel suo intento di creare tensione così come in quello di parlare dell’eterna lotta umana tra verità e menzogna, facendo riflettere sulla domanda: è giusto mentire per amore?

E se il padre, alla fin fine, non ha dubbi, limitandosi a tentare di lavare via le sue colpe con l’acqua ed il fuoco, è Adam ad anelare alla verità: a quel mea culpa che vorrebbe dire ma non può, a quell’onestà negatagli che ricerca nella fotografia, nel rapporto con l’immagine; un’arte autentica per ovviare a una vita di menzogne.


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Cecilia Simic

Classe 1997, sono veneziana ma studio al DAMS di Bologna. Non so scegliere tra cinema e letteratura, quindi non lo faccio. Sono persa nei mondi di Lynch e Murakami.

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