Ben ventitré anni sono passati da quando la DreamWorks – ai tempi ancora priva dell’appellativo “Animation” – fece uscire Galline in fuga, pellicola in claymation prodotta dalla Aardman con protagonisti dei polli imprigionati in un allevamento destinato a far di loro dei deliziosi pasticci. Il sequel Galline in fuga – L’alba dei nugget è disponibile su Netflix a partire dal 15 dicembre, la stessa data in cui, nel lontano anno 2000, era stato distribuito il primo film in Italia.
La trama di Galline in fuga – L’alba dei nugget

In Galline in fuga – L’alba dei nugget ritroviamo le protagoniste pennute nell’isola in cui si sono rifugiate alla fine del primo film. Hanno costruito una società agricola autosufficiente che assomiglia a un vero e proprio paradiso terrestre. Quando però Molly, la figlia di Gaia e di Rocky, mostra un’indole avventuriera che la porta a voler esplorare il mondo all’infuori della loro isola, l’equilibrio s’incrina. La piccola fugge e per strada incontra una gallina poco più grande di lei, Frizzle.
Le due vengono però avvistate e rapite, per poi essere trasportate alle Fun Land Farms, un allevamento che apparentemente promette gioia e divertimento a tutti i polli residenti. Gaia e il suo gruppo, infiltratisi per una missione di salvataggio, scoprono che l’edificio in cui sono imprigionate centinaia di galline, compresa Molly è, in realtà, un’azienda che produce nugget da vendere ai fast food. Tra acrobazie spericolate e congegni, i pennuti riescono a scappare, incappando in una vecchia conoscenza che darà loro filo da torcere…
Galline in fuga – L’alba dei nugget, un prodotto convenzionale

La trama di Galline in fuga – L’alba dei nugget soffre di convenzionalità, dimostrandosi perciò piuttosto prevedibile. È palese, davanti alla presentazione delle Fun Land Farms, con il parco giochi multicolore per galline, che l’inganno sia dietro l’angolo. Infatti, il principio a base dell’azienda – “Una gallina felice è una gallina gustosa” – giustifica l’uso di collari ad azione psichica, una sorta di lavaggio del cervello che fa sprofondare i pennuti in uno stato di beatitudine anche di fronte alla morte. Un elemento dal sapore jamesbondiano che, unito al classico soggetto di “film da infiltrazione”, reca echi da Mission: Impossible, un miscuglio che ricorda il pessimo film Pixar, Cars 2.
Purtroppo, in Galline in fuga – L’alba dei nugget, anche la caratterizzazione dei personaggi è altalenante. Gaia si riconferma la leader audace e scaltra di un tempo, con quelle stesse qualità di pragmatismo e altruismo che l’hanno aiutata a salvare le sue compagne. Molly, la figlia adolescente, è una piacevole novità, molto simile alla madre nella sua temerarietà, ma con l’indole capricciosa tipica della sua età. Rocky, il padre, sembra invece essere stato ridotto a un cartonato di se stesso: ne hanno esasperato il tratto da bamboccione, rendendolo distratto e a tratti davvero stupido.
Altri personaggi come Baba, Tantona e Cedrone sono anch’essi minimizzati, ridotti a mero sfondo comico; analogamente, le nuove comparse sono poco incisive, o rivisitazioni di personaggi della prima pellicola – come il Dottor Fritto, copia esatta del signor Tweedy.
Un repentino cambio di tono

Ciò che più stupisce confrontando i due Galline in fuga è il cambio di tono e di genere: da un primo film sull’agonia della prigionia, il desiderio di libertà e il lavoro di squadra, si è passati a un secondo film sul senso di avventura e lo spionaggio. Inevitabilmente, la sensazione è quella di straniamento.
Persino l’estetica è diversa. Esaminando la scenografia e la fotografia di Galline in fuga – L’alba dei nugget, ci si rende conto che esse sono più saturate e luminose, dove prima invece regnava un’atmosfera tetra, perfettamente in linea con il tono del film. Il risultato è un prodotto omologato, che si guadagna facilmente l’attenzione con colori sgargianti, pur nascondendo una fatuità di fondo.
L’animazione di Galline in fuga – L’alba dei nugget

Il miglior pregio di Galline in fuga – L’alba dei nugget è indubbiamente il comparto dell’animazione. Per quanto antitetici rispetto a quelli del primo capitolo, i set splendono per la loro varietà e la loro gamma cromatica. Sono più ampi e più audaci, in grado di regalare allo spettatore un grande senso di immersività.
La claymation (l’animazione fotografata in stop-motion con l’utilizzo di modelli in plastilina) vanta una fluidità che testimonia ancora una volta la perizia tecnica della Aardman, ormai maestra di questa tecnica d’animazione.
Galline in fuga – L’alba dei nugget, sì o no?

Il film rimette in discussione la vexata quaestio dei sequel di film che ormai si sono cementati nella memoria degli spettatori come dei classici: per molti, si tratta di prodotti superflui destinati a danneggiare la reputazione del loro predecessore; per altri, sono una carezza nostalgica che gli ricorda una storia che hanno amato.
Galline in fuga – L’ alba dei nugget ripesca i vecchi personaggi, rovesciando la premessa del primo film (al posto di fuggirne, le galline irrompono in un allevamento). Fin qui non ci sarebbe nulla di male; ciò che sorprende è come siano riusciti a deformare l’anima del predecessore, passando da una storia originale, energica, con una potente metafora alla base, a un racconto edulcorato, instupidito e, soprattutto, netflixizzato come questo.
Proprio per questo motivo, è probabile che molti fan di Galline in fuga rimarranno delusi dal sequel. Per dei nuovi spettatori, invece, un’avventura con delle galline protagoniste – degli animali, del resto, poco rappresentati nel mondo del cinema – ricca di gag e scene d’azione, potrà essere una gradevolissima visione.
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