Terry Gilliam è stato uno degli ospiti d’eccezione del Cinema Ritrovato, giunto a Bologna per celebrare i 40 anni dall’uscita di Brazil. Il regista ha presentato il film in Piazza Maggiore, conquistando il pubblico con il suo stile eccentrico e travolgente. La versione proiettata era un restauro speciale che includeva 15 minuti originariamente tagliati dalla versione distribuita. Durante l’incontro, Gilliam ha raccontato le difficoltà incontrate nel dare forma al suo progetto e ha spiegato cosa rende diversa questa nuova edizione del film. Per un’ora, al Cinema Modernissimo, il pubblico ha potuto immergersi nella mente brillante e caotica di uno dei cineasti più visionari del nostro tempo.
Chi è Terry Gilliam
Terry Gilliam nasce nel 1940 a Minneapolis e, dopo un percorso universitario in scienze politiche, cambia direzione entrando nel gruppo dei Monty Python nel 1969. Unico membro non britannico, Gilliam comincia realizzando le celebri animazioni surreali che intervallavano gli sketch della serie Monty Python’s Flying Circus, per poi integrarsi a pieno nel collettivo come attore e autore. Il passaggio alla regia cinematografica avviene proprio grazie al gruppo: insieme a Terry Jones co-dirige Monty Python e il Sacro Graal.
A metà degli anni ’80, inizia una carriera da regista solista, caratterizzata da un’idea di cinema più cupa e riflessiva. Film come Brazil, L’esercito delle 12 scimmie e Paura e delirio a Las Vegas hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Terry Gilliam ha dato molteplici volte la sua visione unica e inimitabile del mondo: da futuri distopici che si sono parzialmente avverati a mondi fiabeschi, salti nella fantasia in cui le regole della realtà vengono sospese.

La coversazione con Terry Gilliam
Terry Gilliam è la dimostrazione che c’è qualcosa che non va con il cinema contemporaneo. Dieci minuti di Brazil equivalgono a tre ore di un fantasy di oggi. Il problema del cinema attuale è che tutto è così “esteso”. Brazil è stato fatto in un’epoca molto diversa, in maniera veloce. Hai mai pensato di rimontare Brazil per il pubblico di oggi?
Sì, ci ho pensato. Oggi tutto è così dilatato… Il ritmo è cambiato. A volte penso che forse dovrei rimontare Brazil per renderlo più vicino alla sensibilità contemporanea.
Cosa ti ha portato ad allontanarti dai Monty Python e intraprendere una carriera da regista solista?
Era molto importante staccarmi e allontanarmi. I Monty Python sono stati una parte incredibile della mia vita. Eravamo sei persone che potevano fare esattamente ciò che volevano, senza supervisione. Ma non ho mai deciso davvero di fare il regista. Non ho mai studiato per esserlo. Allora ho cominciato dal principio, cioè ho messo il mio nome nei titoli di coda sotto la dicitura “regia di”. Quando abbiamo fatto Monty Python e il Sacro Graal, io e Terry Jones ci siamo detti: “Chiunque del gruppo abbia il nome Terry può fare il regista”. Ed è stato così.
Brazil è un film straordinariamente politico. È una conseguenza dell’epoca di Thatcher e Reagan, riesce a cogliere quello che stava accadendo e a prevedere quello che sarebbe successo.
Sì, ne sono diventato ossessionato. In quel periodo Thatcher e Reagan stavano facendo cose che non mi piacevano. C’era anche il terrorismo, l’IRA, le Brigate Rosse in Italia, la RAF in Germania. Allo stesso tempo stavo leggendo libri sulla caccia alle streghe nel XV secolo in Europa. Se c’era un errore e venivi arrestato, dovevi pagare per il tempo in prigione, anche il lavoro di chi ti processava… Cose che poi in realtà sono successe in Argentina e in Sud America, hanno iniziato a far pagare i detenuti per il loro tempo in carcere. Questo è stato il punto di partenza di Brazil.
Poi un giorno ero su una spiaggia in Galles, una bella spiaggia, peccato che fosse coperta di polvere nera a causa delle raffinerie. Allora ho pensato che sarebbe stato magnifico ascoltare alla radio la canzone Brazil, stare in questo luogo bellissimo mentre in realtà sei circondato da merda. C’era anche il principio di questo tipo che si chiamava Peter. Il Principio di Peter dice che tutte le grandi organizzazioni sono gestite da persone che salgono oltre il loro livello di competenza. L’unico personaggio che non lo fa in Brazil è il protagonista, che si rifiuta di prendersi responsabilità. La responsabilità è sempre stata un tema centrale per me: tante persone non si assumono le conseguenze delle loro azioni.
Dicci qualcosa sul casting.
Jonathan Pryce ottenne la parte quando Tom Cruise disse che non l’avrebbe fatta. Il produttore voleva un attore nello stile di Tom Cruise; lo avevamo visto in Risky Business e ci era sembrato fantastico, ma era “protetto” da gente che non voleva che facesse Brazil. A me piaceva molto Jonathan, ma aveva appena fatto un film su Martin Lutero ed era ingrassato per il ruolo, era pallido e non aveva molti capelli. Fece il provino con una parrucca: era un po’ grottesco ma brillante. Lo portai al produttore che mi disse: “Che cazzo stai dicendo?”. Ma Jonathan è stato straordinario, molto inventivo: era la scelta giusta.
Ho scelto Michael Palin perché è una delle persone più gentili del mondo e mi piaceva l’idea che fosse un torturatore, proprio perché è così gentile. La madre di Sam nel film l’avevo già scelta perchè avevo lavorato con Katherine Helmond nel mio film precedente, I banditi del tempo, ed era stata un’ottima attrice. Robert De Niro aveva appena finito C’era una volta in America, prodotto dallo stesso produttore, quindi entrò nel film attraverso questo contatto. Era una grande star, e gli demmo un ruolo molto piccolo.
Stavo facendo provini a tutti, anche Michelle Pfeiffer, Madonna… Ma Kim Greist era incredibile. Tuttavia, sul set non era sicura come nel provino; forse essere circondata da grandi attori l’ha bloccata un po’, così il suo ruolo fu ridotto, ma è stata comunque fantastica. Ian Holm, lo adoravo. Mi faceva ridere tantissimo. Tutti pensavano fosse solo un attore drammatico, invece era un grande comico.
Un’attrice difficile? La figlia di Michael nel film (che è la figlia di Terry Gilliam nella vita vera, nda). Il primo giorno sul set andò benissimo, poi iniziò a odiare tutto e si tagliò i capelli da sola. Mia moglie ed io eravamo gli unici sul set, era un momento familiare molto intimo. Lei cercava di sistemarle i capelli e io la pregavo di dire una semplice battuta: “Spogliati pure qui se vuoi, io non te lo guardo il pisellino”.
Ci hai raccontato lo smarrimento di un regista dopo tanto lavoro al montaggio, al punto che hai tagliato una scena prima della prima a Londra, scena che ora è stata reinserita nella versione restaurata.
È una scena in cui Sam e la sua ragazza dei suoi sogni sono a letto. È una ripresa della sua schiena, nuda tranne che per un fiocco. è uno di quei momenti che capitano prima della premiére di un film, pensi che se togli un minimo dettaglio allora il film avà un successo fantastico. Così andai in panico, presi le forbici pochi minuti prima della proiezione e la tagliai, una cosa da non fare. Ma quando Criterion ha offerto di restaurare il film negli anni ’90, l’abbiamo rimessa e abbiamo visto che il film funzionava esattamente allo stesso modo.
Il film uscì in Europa, ma negli Stati Uniti iniziarono i problemi. Brazil ha rischiato di sparire, e tu hai fatto una vera e propria battaglia.
Quando proiettammo il film per la Universal, andai in cabina di proiezione per guardare dall’alto le reazioni degli executive. Vedevo solo la nuca dei produttori, e alla fine del film vedevo solo i muscoli del collo contratti: odiavano il film. Ma poi vennero a dirmi: “Ottimo lavoro, Terry!” ma io avevo capito di essere nei guai. Se con i Monty Python eravamo un gruppo unito, che nessuno poteva ostacolare, adesso ero solo ma dovevo portare avanti la battaglia perchè tanta gente aveva dato il proprio tempo e impegno per questa storia, e quindi doveva essere raccontata così com’era.
I produttori non volevano distribuirla. Fortunatamente un giornalista del LA Times venne a vedere il film, parlò con me e poi con loro, facendo da tramite. Ma restavano dell’idea di non voler distribuire il film, così io decisi di divertirmi con loro. Feci circolare la voce tra i giornalisti di Hollywood che chiunque volesse vedere il film avrebbe avuto un pullman gratuito per andare a vederlo oltre il confine, in Messico. Poi presi una pagina intera su Variety, tutta nera (in stile da funerale), e scrissi al centro: “Caro Sig. Sheinberg, quando rilascerai il mio film? Firmato: Terry Gilliam”.
“Good Morning America” voleva parlare con De Niro, non con me, ma Bobby voleva che andassi con lui. Di solito lui non faceva interviste, lo fece per me. Durante l’intervista rispondeva solo con sì, no, magari, così gli intervistatori si stufarono e passarono a me. Mi chiesero se avevo problemi con gli studios e io dissi di no, che avevo un problema con un uomo in particolare, Syd Sheinberg. Tirai fuori dalla tasca la sua foto e dissi: “Questo è come è fatto” davanti alle telecamere.
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