Nella giornata di Del Toro e del suo Frankenstein, approda al Lido anche Sotto le Nuvole, l’ultima fatica del documentarista Gianfranco Rosi, già vincitore del Leone d’Oro nel 2013 per il suo Sacro GRA – primo documentario della storia della Mostra a vincere il massimo riconoscimento. Dopo l’esperienza con la guerra in Medio Oriente di Notturno e il documentario d’archivio di In Viaggio, Rosi sorprende il Lido presentando in Concorso quello che – senza troppi giri di parole – è il suo film migliore, un viaggio in una Napoli ignota e inaspettata fatto di riflessioni profonde sulla vita e sulla fragilità dell’esperienza umana.
Sotto le Nuvole, ditribuito da 01 Distribution, uscirà nelle sale il 18 settembre 2025. Con Sotto le Nuvole, Gianfranco Rosi si è aggiudicato il Premio speciale della giuria a Venezia 82.
Una Napoli inedita sotto le nuvole
In Sotto le Nuvole, Gianfranco Rosi decide di indagare lo spazio urbano della città di Napoli seguendo alcune delle persone che abitano la città partenopea: alcuni Vigili del Fuoco alle prese con le chiamate d’emergenza, un gruppo di archeologi del Museo Archeologico della città, dei ricercatori giapponesi intenti a lavorare sugli scavi di Villa Augustea, dei marinai siriani che navigano tra Napoli e Odessa commerciando il grano ucraino e Titti, un anziano uomo che gestisce un doposcuola per studenti.
A differenza dell’ultimo Baumbach, Sotto le Nuvole restituisce un’immagine autentica dell’Italia, e di Napoli nello specifico: il folkore tipicamente associato alla città partenopea è completamente assente dal film, nel quale invece emerge uno spaccato di vita autentico, com’è tipico del cinema di Rosi e, più in generale, del documentario d’osservazione cui il regista si iscrive. Quella descritta da Rosi, infatti, è una Napoli lontana dalla cartolina, il cui cielo è sempre coperto di nuvole che rabbuiano la città, in cui la criminalità esiste ma rimane fuori campo, in cui la terra trema continuamente e in cui il passato è sempre presente nella sua fragilità.
Sotto le Nuvole offre dunque un ritratto di Napoli, cristallizzato in un morbido bianco e nero, che si libera delle sovrastrutture tipicamente associate alla napoletanità – il cibo, la criminalità organizzata, il Regno delle Due Sicilie – per scoprire, inquadrare e indagare gli angoli più nascosti e curiosi della città, in modo non dissimile da cui aveva fatto precedentemente con il Grande Raccordo Anulare nel già citato film Leone d’Oro Sacro GRA, cui questo film si richiama in modo evidente.

Sotto le Nuvole, il Vesuvio e la fragilità della vita
Ciò che, tuttavia, eleva Sotto le nuvole dal ritratto osservazionale e bizzarro della città è la meditazione filosofica che Rosi imbastisce con le immagini. Nel capoluogo campano, infatti, il documentarista italiano non vede una città qualunque, ma un luogo in cui la fragilità e la precarietà della vita umana si presenta in modo manifesto. Il documentario, di fondo, è una collezione di situazioni che esplicitano tale fragilità, che fanno parte sia del passato – le fragili statue conservate nel Museo Argheologico, le fotografie di una “Napoli che non c’è più“, i ritrovamenti dei resti di Pompei – che del presente della città – le continue scosse di terremoto, l’aumento della criminalità giovanile, i tombaroli che saccheggiano vecchie tombe romane.
“Di quale morte ci vogliono far morire?” lamenta una signora in chiamata con i Vigili del Fuoco subito dopo una scossa di terremoto particolarmente violenta. Il senso di precarietà della vita stessa si respira per tutto il documentario attraverso immagini che descivono bene questa sensazione lasciando però l’orrore, la violenza e la difficoltà fuori campo – un marito violento che colpisce la moglie e i figli piccoli, le baby gang che pullulano nella città, il grano ucraino che, a causa della guerra, scarseggia sempre più.
Significativa in questo senso diventa l’immagine del Vesuvio che sputa nuvole nel cielo, presente in molte delle inquadrature di Sotto le nuvole come una spada di Damocle che pende sulle vite di un’intera metropoli: statica, immobile, infaticabile, e al tempo stesso, nel suo essere un vulcano, un continuo promemoria del pericolo sempre incombente nella vita degli uomini. Un pericolo e un dolore che viene anche esorcizzato, in una delle sequenze più potenti del film, dal pianto disperato di alcuni fedeli al tempo del COVID, che in ginocchio si disperano e si trascinano per tutta la navata di una chiesa.

A fare da contraltare a questo inevitabile senso di fine che Sotto le nuvole fa emergere sono le immagini di comunità che cercano di resistere: quelle dei Vigili del Fuoco che, garbatamente, aiutano chi è in difficoltà o rispondono anche solo al semplice “Che ore sono?” di alcuni anziani; quelle della procura che indaga sui danni alla città della criminalità organizzata e dei tombaroli; quelle del doposcuola dell’anziano Titti, che tra una pagina e l’altra de I Miserabili di Hugo (“Miserabili come voi!” scherzerà lo stesso) aiuta studenti delle elementari a imparare la tabellina del tre e a imparare l’inglese; quelle di commercianti siriani che lavorano per commerciare il grano ucraino, sostenendo la causa di una guerra sanguinaria.
Immagini, queste, di resistenza civile che lasciano trasparire un senso di speranza: i valori della comunità, della solidarietà tra gli uomini che, posti tutti all’ombra delle nuvole del Vesuvio (sotto lo stesso cielo, si direbbe proverbialmente), non possono fare altro che aiutarsi l’un l’altro per sopravvivere in un contesto sempre più ostile, sono stati e continuano ad essere fondamentali.
In questo risiede l’intelligenza – estetica e politica – di un film come Sotto le nuvole, un’opera sicuramente non per tutti – siamo comunque nel territorio del documentario d’osservazione, di un cinema di nicchia e “difficile” per molti spettatori – ma in grado di smuovere sentimenti e riflessioni alti, grazie ad una precisione, efficacia e pregnanza delle immagini come raramente nel cinema di Rosi si son viste.
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