Noah Baumbach regista di Jay Kelly in una foto di Stephanie Cornfield
Noah Baumbach regista di Jay Kelly in una foto di Stephanie Cornfield

Venezia 82 – Jay Kelly, perdersi nel cinema

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7 minuti di lettura

A sei anni di distanza dal suo debutto al Lido con lo straordinario Storia di un Matrimonio e dopo aver aperto l’edizione della Mostra del cinema di Venezia numero 79 con lo sfortunato Rumore Bianco, Noah Baumbach torna in Laguna con la sua ultima fatica, Jay Kelly.

Noah Baumbach, a Venezia 82 con Jay Kelly, fotografato da Stephanie Cornfield.
Credits: Stephanie Cornfield

Presentata in Concorso, la pellicola prodotta da Netflix (arriverà sulla piattaforma il prossimo 5 dicembre, dopo un passaggio in alcuni cinema selezionati a novembre) racconta con amarezza e ironia la storia dell’ultima grande star del cinema, un uomo talmente perso nelle logiche di un’industria disumanizzante da esser costretto a rimettere in discussione e a riscoprire la propria identità e il proprio passato.

Chi è Jay Kelly?

Jay Kelly (George Clooney) è l’ultima, grande stella del cinema: a oltre sessant’anni ha all’attivo decine di film ed è ancora amato dal pubblico. Ma chi è, invece, l’uomo dietro il divo? La morte del regista che lo ha lanciato (Jim Broadbent) e l’ultima opportunità per essere presente per la sua figlia minore (Grace Edwards) prima dell’inizio del college permettono a Jay di iniziare un viaggio fisico attraverso l’Europa – e fino in Toscana! – e un viaggio mentale attraverso i ricordi che iniziano ad affiorare nella sua mente.

Al centro di Jay Kelly, come si può intuire, vi è il tema dell’identità, una delle grandi costanti della cultura contemporanea, ma anche tema ricorrente nella produzione dello stesso Baumbach, in cui proprio la negoziazione dell’identità (Frances Ha, Giovani si diventa) diventa centrale nella sua poetica. Nella sua ultima opera, la negoziazione non avviene tra la persona e una generazione, ma tra le due identità di un singolo individuo: la sua persona pubblica – ben definita, riconosciuta e riconoscibile – e la sua vita privata, fatta di non detti, di traumi celati e di assenze agli altri come a se stesso.

Quello che Jay Kelly intraprende assieme al suo manager Ron (Adam Sandler, in grande spolvero) è dunque un viaggio interiore alla ricerca di se stesso, non in preda ad una semplice crisi di mezza età ma una vera e propria crisi d’identità di un uomo perso, che cerca quantomeno di recuperare un senso di sé. L’analisi e la ricerca raccontata da Baumbach – anche sceneggiatore assieme a Emily Mortimer – è efficace, sia pur – soprattutto nella seconda metà, ambientata tra la Francia e l’Italia – in parte diluita, spesso persa in molte sottotrame e passaggi che paiono accessori.

George Clooney in Jay Kelly di Noah Baumbach interpreta l'ultima grande stella del cinema, un uomo perso nella macchina disumanizzante dell'industria costretto a rimettere in discussione la propria identità

Il cinema, macchina disumanizzante

Sin dalla prima sequenza, però, è chiaro che Jay Kelly cerchi di parlare anche di un altro, grande tema: il cinema, più nello specifico la sua industria. La pellicola, infatti, inizia con un lungo piano sequenza in cui si prepara l’ultimo take di un film che l’attore sta girando: la macchina attraversa tutto il set, seguendo diversi macchinisti nelle loro faccende quotidiane, fino ad arrivare al ciak e alla ripresa della scena – quando il punto macchina del girato si unisce a quello del film che stanno girando – fino alla celebrazione del termine delle riprese del divo.

In quest’unica sequenza Baumbach sintetizza il paradosso insito nell’industria cinematografica: una macchina che è mossa da e che rappresenta gli uomini, ma che al tempo stesso li incastra in una dimensione in cui la vita privata non esiste.

Jay Kelly

Sia Jay Kelly – attore che ha consumato e ignorato la propria vita personale in favore della sua immagine sullo schermo – sia Ron – manager che sacrifica momenti preziosi con la propria famiglia per stare al servizio di Jay (non a caso, nel film indosserà un foulard che lo stesso attore gli regala, e che lui porta come un guinzaglio) – sono incastrati in una macchina, quella del cinema, che li aliena dalla loro vita privata al punto tale da ritrovarsi persi, senza una vera e propria vita personale. L’industria, la macchina del cinema che è mossa da uomini e che li racconta finisce, dunque, per privarli di una vera e propria vita.

Tale è la presenza del cinema nella visione e percezione del mondo del protagonista che anche quando inizia a ricordare (All my memories are movies, dice Jay Kelly) egli rivive il ricordo vedendolo come fosse uno spettatore della sua vita precedente; lontano dall’azione, si limita ad osservare e ripetere come se conoscesse il film a memoria, ma non vi ci partecipa, rimane a distanza, in disparte.

Una tale visione amara del cinema viene sublimata nella scena finale – melensa? forse, ma sicuramente emozionante – in cui la memoria si fa cinema, unico vero modo per Jay Kelly di vivere. Spettatore o attore: le due condizioni dell’esistenza di Jay Kelly si legano a doppio filo con i ruoli coinvolti nello scambio del cinema.

Con una prima ora realizzata con grande maestria tecnica – soprattutto in termini di regia e di montaggio (curato da Valerio Bonelli e Rachel Durance) -, Jay Kelly sviluppa tali riflessioni su cinema e identità in un film che si perde, soprattutto nella seconda metà in storyline e sequenze che poco aggiungono alla pellicola nel suo complesso. Baumbach distende la narrazione tra un’Italia fin troppo da cartolina e situazioni paradossali che poco si legano alla storia di un uomo perso nella sua immagine cinematografica; il risultato è uno spaccato di un’industria disumanizzante realizzato con ironia ma che avrebbe meritato maggiore incisività.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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