All’ultimo giorno di un grande festival, a volte, accade qualcosa di inaspettato. Tra accreditati oramai stanchi, film la cui qualità tende mediamente a calare e un Lido che si fa sempre più vuoto, può succedere che l’ultimo giorno arrivi la sorpresa, il film inaspettato e che rimette in discussione la Selezione e, nel caso quest’opera sia in Concorso, persino il Palmarés. Quest’anno tale sorpresa porta il nome di Silent Friend, il nuovo lavoro della regista Orso d’Oro a Berlino Ildikó Enyedi; un’opera che, sospesa tra la rigidità di linguaggio e buone dosi di humour, riflette sulla socialità degli esseri umani e del loro legame con il mondo vegetale.

Credits: Aleksander Kalka La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Silent Friend – già vincitore del premio FIPRESCI al Miglior Film del Concorso – uscirà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Movies Inspired.
Silent Friend, tre storie di piante e di uomini
Nel cuore di un giardino botanico in una città universitaria medievale in Germania si erge un maestoso ginkgo biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i tranquilli ritmi di trasformazione attraverso tre vite umane. Nel 2020, un neuroscienziato di Hong Kong (Tony Leung Chiu-Wai), esplorando la mente dei neonati, inizia un esperimento inaspettato con il vecchio albero. Nel 1972, un giovane studente (Enzo Brumm) subisce un profondo cambiamento grazie al semplice atto di osservare e connettersi con un geranio. Nel 1908, la prima donna ammessa all’università (interpretata da Luna Wedler, insignita del Premio Marcello Mastroianni a Venezia 82 per questa performance) scopre, attraverso la lente della fotografia, i sacri schemi dell’universo nascosti nella più umile delle piante.
Seguiamo i loro goffi e impacciati tentativi di stabilire dei legami – ognuno profondamente radicato nel proprio presente – mentre vengono trasformati dal potere silenzioso, persistente e misterioso della natura. L’antico ginkgo biloba ci avvicina al senso dell’essere umani: al nostro desiderio di sentirci a casa.

Come ben si evince da questa sinossi, in Silent Friend dominano due dimensioni: quella naturale e quella umana; due realtà apparentemente distanti che la regista unisce con grande abilità di scrittrice e di cineasta. Gli alberi non solo ci ascoltano, sembra dirci Enyedi, ma ci parlano – se siamo in grado di sentirli – di chi siamo e di come socializziamo. Come un amico silenzioso, il ginkgo biloba è presente nel film e affianca i tre diversi protagonisti in un momento di profonda solitudine.
È proprio questa condizione che accomuna le tre storyline: in ognuna di esse, il personaggio protagonista si trova in una condizione di (più o meno) forzato isolamento: lo scienziato di Tony Leung si trova costretto nel campus a causa della pandemia da COVID-19 (evocata, in questa Venezia, anche da Vickie Krieps in Father Mother Sister Brother), il giovane studente degli anni ’70 vive la solitudine del rifiuto amoroso, mentre la novella scienziata d’inizio Novecento si trova sola in un mondo fatto fino a quel momento di soli uomini.
Tutti e tre i protagonisti di Silent Friend, in modi più o meno inaspettati, affrontano questa solitudine affacciandosi al mondo della scienza e delle piante nello specifico: c’è chi le studia tramite elettrodi che ne rilevano il flusso vitale, chi inizia un dialogo con un geranio e chi invece le fotografa nella loro bellezza. Tutti e tre, però, comprenderanno quanto quelle che sono condizioni di apparente solitudine possono celare in modi inaspettati forme di dialogo e di socialità non scontate, scoperte e comprese attraverso un moto di curiosità e di scoperta della conoscenza che li accomuna.
Ildikò Enyedi con Silent Friend pare continuare – come già accaduto con il suo Corpo e Anima, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2017 – la sua riflessione che getta un parallelo tra l’esperienza di vita umana e il mondo naturale: se in Corpo e Anima i due cervi davano il là ad una storia d’amore e di sogni, in Silent Friend il discorso scientifico – tra neuroscienze e botanica – e quello mistico, legato all’esperienza di solitudine e di solidarietà umana, si legano a doppio filo in maniere inaspettate e profonde.
Ildikò Enyedi, adattarsi al pubblico senza snaturarsi
L’autrice ungherese Ildikò Enyedi è principalmente nota all’interno della cerchia di cinefili incalliti e di festival-goers a causa di uno stile considerato da molti profondamente autoriale, fatto di silenzi, di lunghe inquadrature e di un sentore mistico e poetico che aleggia all’interno di tutte le sue opere. Un’autrice, potremmo dire, dura e pura, figlia della declinazione più antica e (per molti) più negativa del termine. Nel corpus di Ildikò Enyedi, dunque, s’insinua a sopresa Silent Friend, un’opera al tempo stesso vicina e molto distante dai suoi lavori.

L’approccio di regia di Enyedi è, si badi bene, molto ben presente e radicato nel suo ultimo lavoro: un’opera lunga nella durata e misurata nel ritmo, che fa dell’approccio mistico e poetico all’immagine la sua bandiera. Eppure, ciò che davvero cambia è il tono che Silent Friend cerca di stabilire, alternando la gravosità del tono accademico a sequenze e momenti in cui la dimensione umoristica prende il sopravvento. Non che tale dimensione ironica sia completamente nuova a Enyedi – che in molte delle sue opere infila sequenze umoristiche dal sapore più sottile -, ma mai prima di ora nel suo cinema si è fatta così sfacciata, così preponderante, al punto da rendere accessibile un film dal taglio così filosofico e profondo.
Silent Friend si inserisce, così, in quella lista di opere viste a Venezia 82 in cui l’autore che le ha realizzate cerca di temperare il proprio stile per farsi più appetibile per il grande pubblico: tra gli altri appartenenti a questa lista possiamo annoverare l’ultimo Sorrentino, il Guadagnino di After the Hunt e la macchina distruttrice di Benny Safdie (e Il Mago del Cremlino di Olivier Assayas, che strizza l’occhio alla scalata verso l’Oscar, ndr).
Eppure, raramente si è visto un tentativo di mediazione tra stile e appetibilità come quello di Enyedi, che riesce con Silent Friend a non rinunciare a nulla del suo stile e alla complessità dell’opera – le tre linee temporali, la scelta di diversi formati e supporti per distinguere visivamente le stesse, sequenze contemplative e poetiche: tutti elementi presenti in Silent Friend, che si associano a un’idea di cinema più autoriale e meno commerciale che la regista ungherese riesce a mantenere in questa sua opera così accessibile al pubblico.
Tra sequenze astratte e situazioni ironicamente imbarazzanti e relatable, Silent Friend riesce nell’impresa di bilanciare toni così differenti e rimanere, al tempo stesso, autentica al proprio stile senza doversi snaturare o sacrificare. Il risultato è una delle operazioni più ammirevoli viste in questa 82a Mostra: un’epopea umanissima che racconta dei legami invisibili e non che ci legano non solo come esseri umani, ma come esseri viventi in generale, attraverso un’approccio visivamente poetico e mai banale, sempre audace pur nella sua accessibilità.
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