The Smashing Machine

Venezia 82 – The Smashing Machine, anche un maschio a volte perde

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Alla sua prima regia in solitaria dopo le opere in sodalizio con il fratello Josh, Benny Safdie sbarca al Lido per la prima volta in Concorso con The Smashing Machine, prodotto da Wise Pictures e A24. Nel tentativo di far resuscitare la storia di uno dei primi wrestler professionisti, Safdie realizza un film poco ispirato nella sua forma e vecchio nel suo modo di affrontare le dinamiche di genere che la storia di Mark Kerr fa emergere. The Smashing Machine è comunque valso a Benny Safdie il Leone d’argento – Premio speciale per la regia a Venezia 82.

The Smashing Machine uscirà nelle sale italiane il 19 novembre 2025 grazie a I Wonder Pictures.

The Smashing Machine, storia di ego maschile

Mark Kerr (Dwayne “The Rock” Johnson) è uno dei primi lottatori di arti marziali miste che si sia affermato nella seconda metà del Novecento, divenuto famoso come campione della UFC – la Ultimate Fighting Championship, campionato in cui lottatori di diverse discipline e arti marziali si scontrano. The Smashing Machine ne ricostruisce la storia negli ultimi anni del Novecento fino ad arrivare alla sua partecipazione al Pride Fighting Championship del 2000 – una storia di sport, di dipendenze e di un complesso rapporto romantico con Dawn Staples (Emily Blunt).

Al centro del film, però, c’è sempre il corpo massiccio di The Rock, la vera roccia e ancora del film cui si aggrappa Safdie per raccontare questa storia. L’ex pugile incarna la figura di Kerr, un uomo dietro i cui possenti muscoli si nasconde un ego maschile estremamente ingombrante, fatto di un machismo e di un’incapacità di perdere tali da portarlo all’autodistruzione a causa del consumo di sostanze e dei continui combattimenti. Ed è proprio su quest’ultima caratteristica che s’instaura il suo arco narrativo: da pugile incallito e uomo tutto d’un pezzo, Kerr dovrà arrivare ad accettare la sua fallibilità in quanto essere umano.

In questo percorso che viene descritto da The Smashing Machine, tuttavia, si riconosce la persistente riproposizione degli stereotipi di genere che il film non riesce a decostruire, o quantomeno interrogare. La prorompente mascolinità di Kerr, contrapposta invece alla femminilità fortemente espressa nel personaggio di Dawn, viene questionata nei suoi lati più (auto)distruttivi e meno nelle sue origini e implicazioni sulla sua psiche, senza dunque questionare in maniera più profonda questi costrutti – lasciando dunque il discorso non semplicemente incompiuto, ma quasi a malapena avviato.

The Smashing Machine, un film fatto a misura di Oscar

Dwayne "The Rock" Johnson sul red carpet di The Smashing Machine a Venezia 82
Dwayne “The Rock” Johnson sul red carpet di The Smashing Machine a Venezia 82
Credits Jacopo Salvi, La Biennale – Foto ASAC

Nella seconda stagione di BoJack Horseman – una serie che ancora oggi racconta molto dei meccanismi dietro le pellicole hollywoodiane -, il personaggio protagonista gira il ruolo protagonista di Secretariat, un film prodotto con l’obiettivo di arrivare alla nomination all’Oscar. Durante la visione di The Smashing Machine, è davvero facile ripensare a questo passaggio, a un prodotto fatto nella forma adatta per arrivare alla grande notte del Dolby Theatre.

La regia di Sadfie – che si richiama esplicitamente all’estetica della televisione e dei materiali digitali degli anni ’80 e ’90, come recentemente aveva anche fatto The Apprentice di Ali Abbasi – manca di veri guizzi artistici, si limita a mostrare gli eventi senza un’idea di messinscena che sia audace o anche solo interessante. Anche la struttura della sceneggiatura non si discosta in modo veramente significativo da molti altri sports movies più o meno riusciti – il percorso fatto di ascedsa e declino dell’atleta, presente a partire dalla redenzione di Rocky fino ad esempi più recenti come quello di Ghiaccio di Fabrizio Moro e Alessio de Leonardis.

Come in ogni film su misura di Oscar, la recitazione si presenta come uno degli aspetti più curati per far risaltare i divi protagonisti; nel caso di The Smashing Machine, chi si mette davvero alla prova è Dwayne “The Rock” Johnson.

Dwayne The Rock Johnson, Benny Safdie e Emily Blunt durante il photocall di The Smashing Machine in Concorso alla 82 Mostra del Cinema di Venezia
Dwayne “The Rock” Johnson, Benny Safdie e Emily Blunt durante il photocall di The Smashing Machine a Venezia 82
Credits Aleksander Kalka, La Biennale – Foto ASAC

L’ex pugile, che per la prima volta nella sua carriera attoriale affronta una parte molto seria all’interno di una produzione indipendente (da notare come egli figuri anche in qualità di produttore nei titoli di coda), riesce nell’impresa di reggere, senza particolari guizzi, una pellicola drammatica come questa sulle sue spalle – fondata, peraltro, interamente sul suo corpo, sempre al centro della macchina di Safdie. Anche Emily Blunt (che, dopo Oppenheimer di Nolan, pare incastrata nel ruolo della compagna sottomessa completamente al marito geniale) si distingue grazie ad un personaggio istrionico e prorompente, in modo più convincente rispetto alla sua controparte.

Caratterizzato da una forma pressoché anonima e un approccio oramai vecchio – concettualmente oltre che narrativamente – al materiale di partenza, The Smashing Machine è una pellicola fatta a forma di premio che intrattiene (poco) senza particolari meriti artistici che gli permettano di distinguerlo da molti altri titoli del suo genere. Non basta una fotografia retrò caratteristica di molti progetti della A24 e delle buone performance non solo a salvare la pellicola, ma anche a giustificarne la presenza nel Concorso di Venezia – a fronte peraltro di titoli visti in questi giorni al Lido inseriti nella selezione in Fuori Concorso ben più meritevoli di tale prestigioso slot.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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