Le parole più efficaci sono quelle semplici. Paolo Sorrentino sembra esserselo ricordato dopo aver esplorato negli ultimi anni un cinema costruito interamente sull’immagine. La Grazia, film d’apertura e in concorso a Venezia 82, è un ritorno alla forma che farà bene al suo regista e alle aspettative del pubblico.
Protagonisti sono Toni Servillo e Anna Ferzetti, sostenuti da un cast di comprimari di grande efficacia: la vicenda vede il fittizio Presidente della Repubblica Mariano De Santis scontrarsi prima con la figlia e poi con la cerchia di potenti che attraversa il Quirinale su alcune decisioni cruciali circa il futuro del paese.
La performance di Toni Servillo in La Grazia è valsa all’attore la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.
La Grazia come stile

L’Italia vive nella morsa del cemento armato: sia in senso letterale, con tutte le politiche anti-verde che infestano il paese, sia in senso metaforico; l’Italia è immobile, appesantita dall’apparato burocratico e dalla codardia di tutta la classe politica degli ultimi trent’anni. La tesi di Sorrentino, raccontando di Mariano de Santis, è che le rigidità personali abbiano diretta influenza sulle decisioni politiche di chi dovrebbe rinnovare il paese: esso rimane incastrato fra i dubbi di Servillo, che prima di venire eletto era un giurista, abituato a ricercare la verità e la giustizia.
Verità e giustizia non sempre combaciano: davanti alle ultime decisioni da prendere prima della pensione, De Santis si blocca. Concedere la grazia a Isa Rocca, donna vessata dal marito che si libera uccidendolo, o concederla a Cristiano Arpa, insegnante amato da tutta la sua comunità che ha strozzato la moglie per porre fine alle sofferenze e violenze dell’Alzheimer? Questione ancora più complessa è la firma di una proposta di legge sul fine vita che arriva sulla scrivania del presidente e che sembra rimanervi impantanata.
De Santis è pieno di dubbi e questa è la sua grazia: la grazia è la bellezza del dubbio, gli rivela il Papa durante un incontro. I dubbi nel film di Sorrentino sono presentati come necessari ma non insormontabili: serve coraggio per affrontarli e non ignorarli. Eppure l’immobilità politica di Cemento Armato, il soprannome del Presidente, riflette appieno il suo stato emotivo interiore.
De Santis è infatti rimasto ad un episodio della sua vita sentimentale vecchio di quarant’anni: il tradimento della moglie lo ha lasciato sconvolto e la morte di lei, andatasene senza avergli rivelato il nome dell’amante, lo hanno definitivamente fossilizzato. Servillo pensa, rimugina, riflette e non arriva mai ad alcuna conclusione sostanziale, né sull’identità del suo rivale amoroso né sul futuro della patria.
Questi toni sommessi e malinconici sono finemente veicolati da una regia ben più contenuta rispetto a quella che abbiamo imparato ad aspettarci dal regista premio Oscar: un attento lavoro di montaggio, fra tagli e musiche martellanti, sostiene il ritmo del film e lo accompagna con grande intelligenza, simile alla formula de Le Conseguenze dell’Amore (2004) e de L’Amico di Famiglia (2006). Lo spazio centrale è lasciato ai dialoghi, con battute taglienti e riflessioni sentite, che riescono a bilanciare alla perfezione il divertimento e l’introspezione.
La Grazia, film politico e apolitico

La Grazia si distingue anche per essere uno dei pochi film italiani contemporanei a parlare di politica apertamente, non risparmiando critiche, dirette o velate che siano, ai leader di oggi. “Come sta l’opposizione?” “Mah, anche oggi ha fatto finta di arrabbiarsi” e altre veloci e cristalline considerazioni costellano il film di un sottotesto politico non indifferente.
Impossibile negare la somiglianza fra Mariano de Santis e Sergio Mattarella, dal loro comune background democristiano alla loro famosa e ostinata imparzialità, il film sembra proprio essere una diretta critica all’operato del corrente Presidente, che firma tutto e non sente niente, richiama, apostrofa ma non prende posizione. Il fine vita non dovrebbe essere una questione politica, solo di umanità. E infatti anche su questo La Grazia si rivela ben più sfaccettato di tanti altri film che hanno trattato l’argomento.
De Santis non riesce a concepire l’importanza dell’eutanasia perché non vuole lasciare andare la moglie, nonostante sia già morta. Posto davanti alla scelta di graziare due persone che hanno tolto la vita ai loro rispettivi cari, sceglierà infine quello che amava realmente il partner, nonostante l’odio e la violenza. “Quando ricordo muoio” afferma Servillo: perché la ferita è ben più profonda del tradimento coniugale e risale al suo non riuscire a lasciare andare gli altri almeno quanto lui non riesce a lasciare andare sé stesso.

Perché alla fine quello che tutti vorremmo è poter guardare i dubbi che ci attanagliano da fuori, come visti dall’oblò di un’astronave in orbita, per metterci in prospettiva e sentirci sollevati dal peso morale e gravitazionale delle emozioni che proviamo. La battuta madre de La Grazia è proprio questo, uno scivolone di De Santis nei confronti della moglie: dopo 40 anni di matrimonio si lascia scappare un commento stupido e innocuo, che da solo abbatte tutte le sue rigide difese: “tu non sei una signora… sei la mia ragazza.”
Davanti alle decisioni più difficili della terra dobbiamo porci dubbi, risolverli e poi agire di conseguenza senza lasciarci sopraffare dai nostri limiti: concediamoci la grazia almeno nella vita quotidiana, senza che ciò che è giusto e genuino possa essere appannato dalle regole personali che crediamo universalmente corrette.
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