fbpx

È stata la mano di Dio: il Sorrentino senza maschere che ci fa emozionare | Venezia78

Anche nella semplicità, Sorrentino crea un capolavoro

/
9 minuti di lettura

Il Festival di Venezia inaugura la sua seconda giornata e il primo regista italiano in concorso per il Leone D’Oro è Paolo Sorrentino. Sullo schermo approda l’attesissimo È stata la mano di Dio, prodotto da The Apartment e disponibile in sale scelte dal 24 novembre e su Netflix dal 15 dicembre. Una culla di ricordi tra autobiografia e oniriche atmosfere felliniane, in cui Sorrentino ritorna nella sua Napoli, a distanza di vent’anni dal suo primo film, L’uomo in più (2001). Quest’ultimo non solo ha lanciato la carriera del regista partenopeo, ma anche firmato la prima presenza a Venezia. Si tratta dunque di un ritorno simbolico e genuino per Sorrentino, lontano dagli sfarzi del patinato ambiente romano, in un dialogo intimo e corale con la sua storia personale.

Come sfondo affiorano gli anni Ottanta della Napoli di Maradona, dalle gite in barca sul Mediterraneo baciato dal sole, ai goliardici pranzi in famiglia, tra scherzi, risate e pittoreschi personaggi dall’irresistibile piglio comico. Questa la cornice scelta per una preziosa dedica d’amore, in una storia di crescita e formazione, dove l’adolescenza si affaccia all’età adulta con la consapevolezza di non poter dimenticare le proprie radici, perché è quello il cuore di una storia che vale la pena di raccontare. Come lo stesso Sorrentino ha dichiarato:

Da ragazzi, il futuro ci sembra buio. Barcollanti tra gioie e dolori, ci sentiamo inadeguati. E invece il futuro è là dietro. Bisogna aspettare e cercare. Poi arriva. E sa essere bellissimo. Di questo parla E’ stata la mano di Dio. Senza trucchi, questa è la mia storia e, probabilmente, anche la vostra.

Luci e ombre della famiglia Schisa

è stata la mano di dio

Per raccontarsi in È stata la mano di Dio Sorrentino si affida a Fabietto Schisa, interpretato dall’esordiente Filippo Scotti. Un diciassettenne che osserva la realtà come ipnotizzato da una fame contemplativa, in una travolgente famiglia dove ogni personaggio ha una storia da rivelare. Quello è il suo mondo e i suoi migliori amici si chiudono nella cerchia domestica del bonario padre Saverio, l’immancabile Toni Servillo, l’affettuosa madre Maria (Teresa Saponangelo) e il fratello maggiore Marchino (Marlon Joubert). C’è poi la sorella Daniela, figura evanescente perché costantemente rintanata in bagno, come ricorda dalla sua infanzia il regista. Tutto ciò che circonda la famiglia Schisa è raggiante, caotico, disordinato e magnificamente rustico, specchio di una Napoli viva, irradiata dal vulcanico arrivo di Maradona.

Proprio lui che, ai quarti di finale contro l’Argentina in Messico, nel 1986, si vide annullare un goal per aver preso palla con la mano, inserendone poi un altro di magica maestria subito dopo. Da lì, il calciatore prodigio disse che era stata la mano di Dio. Ed è questa che, secondo lo zio Alfredo (Renato Carpentieri), protegge Fabietto dal tragico evento che squarcia la sua adolescenza, sancendo il passaggio all’età adulta. Perché i diciassette anni del giovane Schisa sono un’età maledetta, come la definisce Sorrentino, figlia di unterritorio di mezzo tra il bambino che non sei più e l’adulto che non sei ancora”. E qui, come non mai, si forgiano il desiderio e la speranza nel loro massimo momento di splendore.

La cornice di fragilità nascoste

È stata la mano di Dio si fa portavoce di una travolgente intimità, affidata, come sempre, alla costruzione complessa e profondamente riconoscibile dei personaggi. La maggior parte degli attori che li interpreta è cresciuta a Napoli, ne ha respirato la verace fame di vita e la poesia affacciata su un panorama di intramontabile bellezza. E qui, il ruolo della musa dell’incipiente passione registica di Fabietto non può che essere Patrizia (Luisa Ranieri). Lei, dipinta come una creatura dell’arte rinascimentale, non ha paura di liberare le sue fragilità tra i vivaci colori di una famiglia dal sorriso apparentemente eterno. Il suo personaggio è simbolo della sensualità marcata e provocante dell’immaginario sorrentiniano, ma sempre intrisa di una raccolta delicatezza.

Così come Maria, che nasconde dietro la sua passione per gli scherzi, un urlo soffocato per un amore coniugale che non appartiene più solo a lei. L’unica cosa che la calma è quel talento da giocoliere con le arance, le stesse che, in qualche modo, rimandano alla celebre scena di Maradona che palleggia con un’arancia in Youth. Nel film del 2015 non lo vediamo come una mistica figura mitologica, irradiata dal suo brillante talento, ma come un uomo schiacciato dal peso del tempo e rifugiatosi in un centro benessere sulle Alpi. La bellezza che sfiorisce e il passaggio del tempo rimangono dunque due temi cardine della poesia di Sorrentino, in una dimensione di fragilità silenti che conquista per la sua universalità emotiva.

È stata la mano di Dio: una narrazione metacinematografica

Sorrentino mostra così l’amore affacciato sulle sue ferite, con la considerazione, tradotta nelle parole di Alfredo, per cui il cinema è l’unico rifugio per una realtà deludente. Quella che Fabietto comincia a guardare da un’altra prospettiva dopo la sua grande perdita. Questa, che rispecchia l’autobiografia di Sorrentino, può essere raccontata dal regista solo perché filtrata dalla pellicola cinematografica. Perché quando trasponi la tua storia in un film, i dolori che le appartengono diventano un problema del film. Ed è attraverso questa operazione che Sorrentino si racconta attraverso il cinema e al tempo stesso racconta il cinema.

Così Federico Fellini, Franco Zeffirelli e Antonio Capuana, mentore e amico di Sorrentino, interpretato da Ciro Capano, diventano personaggi più o meno evocati in un labirinto di anime artistiche. Al loro Olimpo appartiene anche Maradona, non a caso ringraziato da Sorrentino alla premiazione degli Oscar per la sua La Grande Bellezza (2013). Tutto si ritrova in una narrazione metacinematografica, che raggiunge la sua apoteosi nel dialogo tra Fabietto e Capuano. Una riflessione sul cinema, erede di più conversazioni avute tra Sorrentino e l’amico regista e cuore di una sceneggiatura, scritta in 48 ore, che non manca mai di essere brillante e riflessiva.

L’ultimo Sorrentino si racconta senza maschere

Anche nella semplicità, Sorrentino crea un capolavoro. Perché È stata la mano di Dio è un film diverso dagli altri, in cui il regista partenopeo trova il coraggio di raccontarsi senza filtri. Le sue maschere barocche, simbolo critico e irriverente di una società evanescente, cadono nella limpida semplicità di un ritratto umano. Con le musiche di Lele Marchitelli, lontane dal magnetismo pop dei brani più patinati sorrentiniani e immerse in un’elegia classica, il film trova la sua più profonda dimensione. Scava nella realtà personale di ognuno con una dolce immediatezza comunicativa, che non può che far scattare risate e sorrisi sinceri.

Il suo tratto registico è sempre perfettamente riconoscibile, tra personaggi circensi che omaggiano l’Amarcord felliniano e l’ironia incandescente sempre vittoriosa. E una dimensione sempre perfettamente curata esteticamente, l’arte non si chiude su sé stessa, rimanendo un vezzo autoriale, ma parla la lingua di tutti, con una lacrima trattenuta sulle ultime note di Napule è e un sentito appaluso finale che ringrazia e omaggia l’eterna devozione di Sorrentino al cinema.


Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

1 Comment

  1. Bella, intrigante, recensione . Diciamo anche “semplice” nella sua prosa asciutta e lieve
    Io, comunque, non ho visto il film dunque mi affido alla sua visione e lettura
    dell’ultima fatica sorrentiniana , e ultimo(?) suo universo autobiografico.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.