L’odio non si vede. L’odio si sente incastrato in gola, all’interno delle narici, rimbombante nelle orecchie. Per questo il regista iraniano Jafar Panahi ha scelto di dedicare il suo ultimo film Un semplice incidente a tutto ciò che l’essere umano non vede. In sala dal 6 novembre 2025, Un semplice incidente ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, catapultando Jafar Panahi nell’Olimpo dei più importanti autori di tutti i tempi: si tratta infatti di uno dei pochi registi in attività ad aver collezionato premi importanti da tutti i maggiori festival internazionali.

Con Un semplice incidente, Jafar Panahi recupera la sua storica maestria nello scrivere commedie dai toni drammatici, senza rinunciare alle riflessioni metacinematografiche che hanno caratterizzato la sua produzione più recente.
Un semplice incidente di vita

Protagonista di Un semplice incidente è Vahid, uomo di origine azera con notevoli problemi di salute. Un giorno nel suo negozio entra un cliente particolare: uno zoppo con una gamba prostetica che emette un incessante cigolio. A Vahid si mozza il respiro: quel suono fa riaffiorare orribili ricordi dal suo passato di prigioniero politico in Iran, costantemente bendato e vessato dagli agenti della Rivoluzione; è lo stesso inconfutabile cigolio che emetteva la protesi del suo torturatore, per lui solo un suono sgradevole ed una voce odiosa senza volto.
Vahid passa all’azione rapendo il suo presunto aguzzino: mentre inizia a seppellirlo vivo viene colto dal dubbio. Le ferite attorno alla protesi sembrano molto recenti, il nome non coincide, l’uomo invoca pietà in nome della piccola figlia e della moglie incinta che lo aspettano a casa. E se si trattasse di un innocente? Vahid decide quindi di caricare il prigioniero sul furgone e girare tutta Teheran in cerca di altri ex-detenuti che possano confermare o meno la sua identità.
Inizia così una folle ricerca per la verità, condotta da una colorata compagnia di sopravvissuti agli orrori del regime iraniano; ognuno di loro ha sviluppato un diverso modo per poter riprendere la propria vita e fare i conti con i soprusi del passato. Non solo i sentimenti, ma anche le strategie di resistenza divergono profondamente da persona a persona: fra chi vorrebbe passare alla violenza vendicativa e chi vorrebbe dimostrarsi moralmente superiore rispetto al proprio carceriere, il gruppo non riesce a trovare una soluzione alla questione, perché tutti furono bendati e nessuno può confermare l’identità dello zoppo.
Un semplice incidente, la comicità grottesca di Jafar Panahi
Quello che colpisce maggiormente di Un semplice incidente è la capacità del regista di approcciarsi a questi orrori con domande umaniste e una postura etica che non liquidi la questione della vendetta né con una totale condanna della violenza, né con la sua totale impunità. Panahi si dimostra ancora una volta uno dei registi più etici, oltre che più politici del panorama cinematografico contemporaneo. Colpisce anche come riesca a integrare elementi puramente comici in un film dal contenuto altamente drammatico: non vi è alcuna forzatura, le risate sono genuine e stranianti proprio per via della situazione grottesca.
In un raffinatissimo gioco di citazioni cinematografiche – Nodo alla gola (1948) di Hitchcock e Quei bravi ragazzi (1990) di Scorsese – Panahi racconta anche della propria esperienza di vita: dal nucleo narrativo del film, ispirato alla reale esperienza di prigionia subita dal regista, arrestato per la prima volta nel 2010 con l’accusa di girare film propagandistici contro il regime e nel 2022 con motivazioni analoghe, fino ai piccoli dettagli; in particolare, le origine etniche del protagonista rispecchiano quelle dello stesso Panahi, cresciuto parlando farsi fuori casa e azero fra le mura domestiche.
Avendo vissuto sulla propria pelle tutte le forme più acute della repressione iraniana, Panahi è il miglior testimone possibile di tutta la crudeltà e la corruzione che permeano il paese: dalla violenza economica, che impedisce ai meno abbienti di perseguire anche le cure mediche più basilari, fino al sequestro politico e al razzismo sistematico, passando per la capillare disonestà che infesta i servizi pubblici iraniani: è già iconica la sequenza nella quale i protagonisti cercano di sottrarsi al pagamento di un riscatto imposto loro da due poliziotti, pronti a farsi corrompere anche con la carta di credito in quanto forniti di POS.
Fuori dall’inquadratura

In Un semplice incidente tutto ciò che fa avanzare la trama ha a che fare con l’intervento esterno di un qualche elemento non inquadrato: si tratta di un complesso e ricco gioco di punti di vista, fra ciò che il pubblico può vedere e i personaggi no, o viceversa. Molti dei dialoghi si svolgono con la camera incollata sul volto di uno solo dei protagonisti, oppure vengono interrotti dall’intrusione nell’inquadratura di un nuovo elemento che era prima nascosto.
Tutto questo è tematicamente molto importante: Vahid ha vissuto la sua prigionia appunto da bendato, costretto a rinunciare al primo dei sensi. Quindi si tratta di un evento scatenante direttamente collegato alla perdita di visione; questa affermazione è valida almeno su due livelli: il primo riguarda appunto il modo in cui il protagonista e i suoi compagni erano tenuti rinchiusi, il secondo il titolare “semplice incidente” col quale il film si apre.
Un’inquadratura fissa attraverso il parabrezza accompagna la guida notturna di un uomo e della moglie; d’un tratto sbuca fuori dai sedili posteriori la loro figlia piccola, precedentemente nascosta nell’immagine. Poco dopo, un forte rumore e un sobbalzo della vettura: l’uomo ha investito un cane. Il guidatore scende, ma l’animale non viene mai inquadrato: l’oggetto della scena – per tornare a citare Hitchcock, il MacGuffin – rimane sempre al di fuori del punto di vista spettatoriale. Risalito in macchina l’uomo ha un’espressione ambigua, a metà fra il senso di colpa e l’apatico. La figlia piange accusandolo di aver ucciso il cagnolino, la madre tenta di calmarla affermando: “è stato solo un semplice incidente.”
La perdita di una vita per questi personaggi equivale a questo: un semplice incidente. Poco dopo la famiglia sarà costretta a fermarsi per chiedere aiuto con l’auto, danneggiata dall’impatto con l’animale: entrando nel negozio, l’uomo lascerà che la sua gamba prostetica cigoli liberamente, senza sapere che dal retrobottega una sua vecchia vittima lo sta osservando impietrita. Se Vahid non vedeva per via della benda degli aguzzini, l’aguzzino si trova a dover rispondere delle sue colpe dopo non aver visto un animale sulla strada. Da qui si sviluppa una contorta spirale di punti di vista che si osservano, scambiano e nascondo l’un con l’altro.
Il punto d’arrivo di Un semplice incidente è quello in cui la maestria registica di Panahi brilla in maniera più evidente: sul finale è ancora una volta ciò che è off-screen a far gelare il sangue nelle vene di Vahid, inquadrato di spalle. Si tratta dell‘unico momento del film nel quale il punto di vista dei personaggi coincide con quello del pubblico, in quanto il sinistro rumore proviene da dietro l’inquadratura stessa. La camera è di spalle rispetto al pericolo, proprio come lo è il protagonista.
Viene da chiedersi se i titoli di coda – uno schermo nero con suoni ambientali del film ancora presenti – siano la reale fine del ciclo di violenza o un suo nuovo inizio, una nuova perdita di visione da parte del protagonista.
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