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Barbra Streisand, storia della donna che ridefinì i canoni estetici

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19 minuti di lettura

La macchina da presa si dirige verso una donna con un cappotto leopardato, le spalle alla telecamera, la macchina vira leggermente a sinistra per rivelare uno specchio in cui vediamo l’immagine della donna, anche se il suo viso è oscurato dal bavero del cappotto. Abbassa il colletto, quel tanto che basta per rivelare l’inimitabile volto di Barbra Streisand, inarca le sopracciglia e si valuta. Poi si scioglie in un sorriso, Ciao bellissima. L’attrice è in primo piano, emette una risata quasi impercettibile, come se fosse uno scherzo, si rivolge a noi.  Ma poi la sua espressione si fa cupa, malinconica, come per dirci quanto ha dovuto soffrire per arrivare a pronunciare quelle parole.

Hello Gorgeous!

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È così che Barbara Joan Streisand si presenta allo spettatore nel film Funny Girl del 1968. In quello specchio ha affrontato la sua immagine, sapeva che stava affermando la sua bellezza e convalidando un nuovo tipo di glamour, un nuovo tipo di stella, un nuovo tipo di potere. “Hello, Gorgeous” era il modo in cui Streisand inaugurava una nuova era. Nessuno come la Straisand aveva mai avuto il diritto di accedere al grande schermo, decine di milioni di donne come Barbra Streisand guardavano quegli schermi, come aveva fatto la stessa Streisand prima di diventare una star. Quella ragazza di Brooklyn era la vittoria di tutte le ragazze semplici che fossero mai state rifiutate dal mondo dello spettacolo per via del loro aspetto poco attraente.

Ma Barbra Streisand non era nata nel silenzio. Secondogenita di Emanuel, il primo figlio di immigrati ebrei della Galizia e Diana Streisand. Nasce il 24 aprile 1942, all’Israel Zion Hospital di Brooklyn, pochi mesi dopo il raid giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso dell’America nella seconda guerra mondiale. Si diceva che ci fosse un’esercitazione aerea durante il parto, il che significava che era nata nel frastuono. Brooklyn in quel periodo non era esattamente tranquilla, un distretto geografico di New York City con la più grande concentrazione di ebrei in America. Era la Booklyn della povertà ma anche della resistenza e della resilienza.

barbra steisand foto

Dal giorno in cui sono nata, stavo cercando di uscirne. Non ho mai avuto nostalgia del mio passato”, ma la Streisand non stava necessariamente parlando di andarsene da Brooklyn, parlava di fuggire dalle privazioni e denigrazioni della sua vita, in particolare una, quella che le portò via suo padre quando non aveva nemmeno un anno. Una perdita non elaborata che la portò a credere che la sua vita sarebbe stata interrotta da un giorno ad un altro proprio come quella del padre.

Il bisogno di emergere

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Poco dopo la morte del padre sua madre Diana si risposò con Louise Kind da cui ebbe una figlia, Rosalind. La nascita della sorellastra portò con sé una serie di continui paragoni tra le due ragazzine che ponevano al centro dello schernimento l’aspetto fisico di Barbra. L’abuso verbale da parte di Kind era all’ordine del giorno: Rosalind “la bella” e Barbra “la bestia”. Una volta l’uomo rifiutò di comprarle il gelato dicendole “No, non sei abbastanza carina“. “La scherniva continuamente“, ha detto suo fratello Sheldon che cercando di tirarle su il morale le diceva “Sei diversa, ecco tutto, diversa, e sei più intelligente della maggior parte dei bambini della tua età. Ed essere intelligenti è ciò che conta”.

La madre non era affatto protettiva e raramente le mostrava affetto. “Non era una bella ragazza“, avrebbe detto sua madre, “nel mondo dello spettacolo a quel tempo, c’erano ragazze molto carine in giro”, voleva che sua figlia trovasse qualcosa di sicuro, uno stipendio fisso, perché per lei non sarebbe mai arrivata da nessuna parte nel mondo dello spettacolo.

La madre provava nei suoi confronti una profonda gelosia nata dalle ambizioni adolescenziali contrastate dalla famiglia poiché anche lei, da giovane, aveva provato a fare la cantante. Le critiche durante l’ascesa della Streisand, che continuarono per buona parte della carriera, furono come una sorta di punizione contro una figlia che era riuscita ad avere successo diversamente dalla madre.

Da bambina, anche i compagni di gioco la ridicolizzavano, la ponevano in un cerchio e la deridevano per la magrezza, quel leggero strabismo ma soprattutto per il suo naso invadente. Ma tutti gli abusi non la demotivarono mai, il ridicolo e l’ostilità alimentarono un disperato bisogno di riconoscimento. Ed è stato quando ha iniziato a cantare che quella fame di attenzione ha iniziato a saziarla. La celebrità sarebbe stata la sua vendetta.

Barbra si sentiva una predestinata, una di quelle speciali e, secondo Neal Gabler, la sua ebraicità, l’ha spinta a credere nel suo status di “diversa” legittimando il suo sentimento di differenza, trasformando quella che avrebbe potuto essere una passività in una risorsa.

Barbra Streisand, la voce dei gay, degli ebrei e delle donne

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Barbra Streisand arriva all’inizio del movimento femminista negli anni ’60 e il suo personaggio coraggioso e indomabile ha dato la spinta alle donne per tirare fuori la voce e urlare. Ha rotto gli schermi, ha rivoluzionato i ruoli di genere perché non lasciò mai che il giudizio degli uomini la definissero. “Essere la ragazza che i ragazzi non guardano mai due volte mi ha resa invisibile”, e questo era probabilmente il motivo per cui l’assenza dello sguardo maschile non sembrava provocarle l’angoscia come le altre donne che avevano sempre sofferto del giudizio negativo degli uomini.

Barbra Streisand aveva trovato un’esca diversa oltre l’attrattiva convenzionale, dimostrando che l’estetica per una donna non era e non poteva essere tutto. E per quanto questa possa risultare (si spera) ormai un’idea consolidata, il fatto che una donna potesse essere molto di più, per l’epoca, era una questione del tutto originale. Barbra Streisand rappresentava il cambiamento del modo con cui le donne arrivarono a ripensare sé stesse, a riconsiderarsi, per questo non è troppo dire che ha contribuito a ridefinire la bellezza e l’idea di femminilità.

Barbra Streisand era una minaccia per ogni verità dell’America tradizionale: per le idee convenzionali di bellezza, dei ruoli femminili e della femminilità. Le idee convenzionali sul decoro, sull’esercizio del potere e su cosa significasse essere americana. Per i suoi detrattori, l’attrice era sempre “troppo”, qualunque cosa volesse dire esattamente, e in parte sembrava significare troppo ebraico. In un episodio di South Park, la versione cartoon di Leonard Maltin la definisce “una cagna malvagia, egoista e diabolica”.

A diciassette anni si esibisce per la prima volta dal vivo, nel noto bar gay del Greenwich Village a Manatthan col solo nome “Barbra”. Le sue interpretazioni riscuotono immediatamente un inaspettato e sorprendente successo. Nel 1963 viene contattata dalla Columbia Records con cui incide il suo primo disco “The Barbra Streisand Album“. Questo fu il punto di svolta nella carriera di Barbra Streisand perché sancì il momento di passaggio dall’essere il fenomeno di New York a un’artista di fama internazionale che le fece raggiungere due Grammy Award. Con la crescita del successo aumentava anche la stima nei confronti del suo aspetto. “Quando sto bene, quando sono soddisfatta della mia performance mi sento potente e mi dimentico di essere un brutto anatroccolo.

Nel 1962 debutta a Broadway con il musical di Harold Rome I Can Get It for You Wholesale nel ruolo di Miss Marmelstein. Nel 1963 incide “The Second Barbra Streisand Album” e nel 1964 “The Third Album”. La sua musica è ovunque, i suoi brani vengono trasmessi in radio gareggiando con il Rock And Roll ma soprattutto con i Beatles.

In pochi anni viene invitata nelle principali trasmissioni televisive americane, è diventata una star di fama internazionale. Con “My name is Barbra”, Barbra Streisand ottiene tutta l’attenzione che aveva sempre desiderato, ha un programma speciale tutto per sé che racconta la sua vita. Ma le critiche continuano a ritornare a colpi durissimi, un recensore televisivo la definì “venditrice di pesce“. Per molti era ancora “troppo”: troppo eccentrica, troppo idiota, anche troppo apertamente ebrea da riuscire a conquistare tutta l’America.

Ma la Streisand l’America la stava mangiando boccone per volta, i primi ad amare il suo fascino erano le classi emarginate come gli ebrei, le donne e i gay. Quella connessione che si creò tra la Streisand e i gay si basava proprio sul loro status di “diverso” in quegli anni. “I queer, gli outsider gay e gli outsider ebrei poterono identificarsi con lei” perché era una di loro, una diversa che aveva trovato il suo posto in un mondo di tutti uguali. Barbra Streisand era “in netto contrasto con la singolare immagine della principessa ebrea promulgata da scrittori ebrei“, disse la storica femminista June Sochen. Felicia Herman sostenne che ad affermarla fu proprio il suo modo di assecondare la sua ebraicità, “rifiutando di sottomettersi alle pressioni assimilazioniste“.

La vendetta del brutto anatroccolo

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Barbra Streisand era sempre stata considerata poco attraente, perché apparteneva a quell’immaginario collettivo secondo cui la fisionomia degli ebrei fosse sinonimo di insalubre. Gli ebrei erano stati a lungo citati come fisicamente diversi e meno attraenti degli ariani. Il loro aspetto era un segno di degenerazione e malattia. Così, l’unico modo per diventare una star del cinema era: o arrendersi e farsi riparare il naso oppure sfidare l’idea che l’ebraicità non fosse attraente. Decidere di non rifarsi il naso è stato un atto di coraggio professionale, la sua più grande affermazione sia della sua ebraicità e della sua stessa idea di essere bella. La Streisand riuscì a convincere tutto il sistema produttivo cinematografico, televisivo e sociale che potevano esistere tipi di bellezza diversi da quelli convenzionali, e che la bellezza costituiva qualcosa di più del semplice aspetto fisico, o meglio, che quell’aspetto fisico sarebbe potuto diventare bello se informato con altre qualità.

La scelta di non piegarsi ai canoni estetici dell’epoca si è rivelata la sua più grande vittoria, infatti Barbra Sterisand stava ormai prendendo tutto, era arrivata davvero in alto. La ragazza a cui era stato detto che era sporca e trasandata stava diventando un’icona dello stile: i parrucchieri venivano assediati con richieste di parrucche Streisand, le riviste femminili redigevano articoli sul trucco occhi alla Cleopatra-Streisand. Ci fu un capovolgimento: gli insider della moda che imitavano gli outsider della moda.

barbra streisand cantante

Ma ad un certo momento ormai tutto sembrava starle stretto, ed il cinema che era stato la sua più grande aspirazione fin da piccola le spalanca finalmente le porte. L’esordio come attrice cinematografica arriva nel 1968 con Funny Girl diretta da William Wyler, consegnandola di diritto sul podio più bramato del mondo vincendo il premio oscar come miglior attrice protagonista.

Le eroine incarnate al cinema da Barbra Streisand sono tutte affini a quell’idea di femminismo di autopromozione individuale per mezzo del superamento delle sfide quotidiane. Il coraggio e la forza di non arrendersi costituisce per tutte queste femmine moderne l’unica strada per raggiungere la propria elevazione personale.

La connotazione femminista di questi personaggi non li rinchiude però nella specifica cornice del cinema impegnato, lo spirito di Barbra Streisand ha reso queste pellicole brillanti e spesso tinteggiate dalla spensieratezza della comicità resa magistrale dal sapiente e dosato utilizzo dell’autoironia. Le donne della Streisand sono tutte diverse ma ciascuna straordinaria nella sua personale interpretazione dell’essere femmina in un cinema che andava via via riadattandosi ai nuovi movimenti sociali. Come l’attivista e paladina dei diritti civili e della libertà di espressione Katie Morosky di Come eravamo di Sydney Pollack (1973). La Streisand, nei panni di una donna fiera e combattiva che vive il conflitto tra l’amore per il suo compagno e i principi morali.

E poi Claudia Draper di Pazza (Martin Ritt, 1987) una escort di lusso, che accusata di omicidio è decisa a difendersi con dignità al proprio processo. E poi la terza versione di A Star is Born (Frank Pierson, 1976) che con il brano da lei composto “Evergreen” la Streisand conquistò un altro oscar.

Dolly Levi di Hello Dolly! di Gene Kelly del 1969 è stato l’unico personaggio che ha interpretato che non ha seguito il percorso personale della Streisand. Dolly a differenza di Barbra non era una donna disprezzata, un brutto anatroccolo che diventa un cigno, o una donna che si fa strada nel dolore. Dolly come una sorta di Tinder ante litteram cerca di combinare nuovi amori in un film, che pur sancendo la sfioritura del genere musical in America, rimane una pietra pesantissima nella storia del cinema. Ripreso e omaggiato anche nel capolavoro Pixar Wall-E., Hello Dolly! anche dopo la distruzione del pianeta è destinato a restare nella memoria diventando il prezioso oggetto di collezione del piccolo robot.

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I primi film di Barbra Streisand riflettono su come le apparenze possano ingannare e intrappolare, e che quindi debbano essere necessariamente frantumate. Nei sui film si parla di onestà come forma più vera di amore per sé stessi, perché la disonestà è all’origine delle convenzioni di bellezza, di genere e morali. I film di Barbra Streisand sono un tributo alla volontà, a quella volontà bramosa e disperata di non piegarsi ai conformismi messi in piedi da altri. Quel bisogno di lottare e prendere a testate come un ariete quelle regole che ci impongono di essere ciò che non siamo diventa sempre più forte. E ad oggi sappiamo, che ad aver dato uno dei colpi più forti a quello specchio dell’apparenze è stata proprio quella ragazzina di Booklyn che non guardava nessuno.

Buon compleanno Barbra!


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