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Brian e Charles NPC Magazine

Brian e Charles, la commedia con un robot ma che parla di emozioni umane

La storia di uomo e il suo robot per riflettere sul rapporto con se stessi

6 minuti di lettura

Uno spettacolo comico che si trasforma in un cortometraggio che diventa infine lungometraggio. La stessa storia che muta e cambia aspetto trascendendo i confini della narrazione visiva, che passa dall’essere performata in piccoli teatri inglesi al diventare un film proiettato sugli schermi del Sundance Film Festival. Brian e Charles è un film che viene da lontano, l’ultimo pezzo che completa un mosaico poliedrico e multiforme costruito dagli attori inglesi David Earl (già visto in After Life) e Chris Hayward, che chiudono il cerchio del loro percorso artistico condiviso con la vittoria dell’Audience Favourite Award e facendo conoscere la loro idea nelle sale di tutto il mondo. 

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Brian e Charles, che è nelle sale italiane dal 31 agosto, è proprio figlio di un percorso eterogeneo, la struttura narrativa che assume è influenzata dalle forme che questa storia ha assunto prima e gioca con le varie regole dei generi cinematografici per restituire in maniera spiccata e intelligente un esperimento che unisce perfettamente la commedia al dramma, la risata alla lacrima. 

Un robot per riempire un vuoto

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Brian vive in un Galles lontano dal rumore e il grigiore delle grandi città, vive da solo in un grande cottage con addosso un grande vuoto che cerca di riempire costruendo cose, circondandosi di qualcosa che possa aggiustare un passato che ha lasciato un segno ancora indelebile. L’unico confidente che lo ascolta e gli tiene compagnia è la telecamera e di conseguenza lo spettatore che lo sta guardando, racconta la sua quotidianità e mostra con entusiasmo e gioia quello che fa durante i freddi giorni gallesi. 

La vita solitaria e monotona di Brian subisce una svolta quando durante una delle sue perlustrazioni per le discariche del paesino trova la faccia di un manichino e sente il desiderio di costruire un robot, un qualcosa con cui riempire una malinconia che non riesce a colmare. È così che nasce Charles, un robot senziente che parla e con una coscienza propria, costruito con la faccia di un manichino e una lavatrice come torace. Un ammasso di rottami che prende vita e piano piano riesce a smuovere e migliorare quella del suo creatore, che in quella creatura così strana e bizzarra trova ciò che cercava da tempo, qualcuno con cui relazionarsi e riempire il vuoto che si era costruito attorno. 

Brian e Charles instaurano un rapporto unico, un legame padre-figlio che regala confronti accesi e dinamiche complicate da gestire ma anche un legame tra due amici che imparano uno dall’altro, una relazione che permette a Brian di tornare a confrontarsi finalmente con il mondo esterno. Un ritorno alla realtà per Brian che gli permetterà di ritrovare se stesso, ma che lo costringerà ad affrontare il male che aveva respinto chiudendosi a riccio e che tornerà a metterlo alla prova. 

Metanarrazione e tragicommedia

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L’aspetto che più contraddistingue Brian e Charles è il suo lato metanarrativo, che gli permette di rompere il confine con lo schermo cinematografico e sperimentare con una comicità diversa e instaurare un rapporto inusuale con lo spettatore. Chi guarda, impara a conoscere Brian tramite le interazioni dirette che ha con lui, le sue risate forzate alla telecamera mostrano la sua fragilità, le sue parole dal tono amichevole e confidente fanno risuonare un disagio interiore che solo l’arrivo di Charles riesce ad alleviare.

Ognuno imparerà dall’altro, il robot riceve il dono della vita e restituisce al suo creatore la chiave vitale che stava cercando da tanto tempo. Un rapporto che evolve e cambia quando i due protagonisti decidono di evolvere e cambiare insieme.

Brian e Charles, con una storia che si distacca dalla realtà, riesce tramite un punto di vista differente a esplorare benissimo quella realtà da cui si allontana, a parlare di relazioni umane e sociali tramite qualcosa che non lo è. Per Brian la relazione con il robot è un tramite per comprendere e migliorare quella con se stesso e ciò che lo circonda, esplorando in maniera attenta e con la giusta dose di comicità il tema della depressione, del rapporto con l’altro e la solitudine.

Ironia che si lega indissolubilmente al dramma per rendere Brian e Charles un film che scava nelle profondità dell’animo umano da ogni angolazione possibile, che pecca leggermente quando decide di espandere la storia verso altri personaggi comprimari, ma che risulta ottimo quando porta avanti la storia e il rapporto di due esseri totalmente diversi che insieme riescono a creare qualcosa di inimmaginabile, ma con radici che affondano in qualcosa di tremendamente reale.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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