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Bubble, la superbia visiva che non basta a emozionare

Uno sguardo al nuovo anime prodotto da Netflix ambientato in un futuro post-apocalittico

5 minuti di lettura

È disponibile a partire dal 28 aprile su Netflix Bubble, il nuovo anime diretto da Tetsuro Araki (Death Note, Attack on Titan) e sceneggiato da Gen Urobuchi, basato sulla versione originale (e meno nota ai bambini) della nota fiaba “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen. Scopriamo quali sono i meriti da attribuire a questa versione iper-moderna di un grande classico, e se l’idea alla base della trama è abbastanza innovativa da compensare alcune lacune.

La Tokyo del futuro

Bubble anime

Quando misteriose bolle iniziano a cadere dal cielo generando anomalie gravitazionali e allagamenti, a Tokyo si verifica una misteriosa esplosione in seguito a cui la città si ritrova inglobata da un’unica grande bolla, che circoscrive il fenomeno al suo territorio rendendolo inabitabile. Mentre la maggior parte della popolazione abbandona la capitale giapponese, un gruppo di ragazzi sceglie di praticare il parkour adattandosi al nuovo ambiente, e sfruttando le competizioni tra squadre come mezzo per ricevere supporto dal mondo esterno.

Uno dei ragazzi più abili, Hibiki, trova difficoltà nell’approcciarsi ai suoi compagni poiché affetto da iperacusia, eppure non esita ad avvicinarsi alla Tokyo Tower (sede dell’esplosione) convinto di riuscire a sentire qualcuno cantare. Sarà un incidente improvviso a rivelare la verità.

La bellezza di Bubble

Il maggior punto di forza di Bubble è certamente la mano di Takeshi Obata (Death Note, Platinum End), i cui disegni vantano colori sgargianti, un tratto preciso, e dettagli talmente curati da lasciare stupefatti; la grafica dell’anime giapponese, inoltre, alterna palette di colori caldi a sfumature fredde dall’azzurro al rosa, così da suscitare una sensazione di tensione o di pace quando opportuno.

Uta-Hibiki-Bubble

Non di minore importanza è l’idea alla base della storia, che rende Bubble (almeno in potenza) un prodotto destinato a diventare un cult. Da un lato le stesse bolle da cui l’anime prende il nome sono nello stesso tempo minacciose ma affascinanti, ipnotiche nonostante la loro natura maligna, spesso sfruttate nel film come contorno o accessorio in ambientazioni e sequenze dall’aria idilliaca.

D’altra parte, la scelta di rappresentare competizioni di parkour si rivela fin dall’inizio una scelta più che vincente, pur trattandosi di uno sport poco praticato e che in genere non gode di molta attenzione. Si tratta infatti di una disciplina complessa e spettacolare, facilmente associabile a concetti come libertà e ribellione, entrambi fondamentali nello scenario proposto da Bubble.

E pur palesando una totale mancanza di inventiva, è da apprezzare la scelta da parte degli autori di attenersi alla versione originale de “La Sirenetta”, una storia in realtà tutt’altro che gioiosa e perciò decisamente non adatta ai bambini, ma perfetta per evitare che l’anime giapponese sia svalutato da una banale ricerca dell’happy ending.

Perché Bubble non convince del tutto

Hibiki-Bubble

Nonostante i numerosi punti a favore, sulla scia di Belle di Mamoru Hosoda Bubble assume il ruolo di allenatore di una squadra di calcio che spera di vincere la partita dell’anno mettendo in campo due soli campioni e giocatori mediocri. Le carte vincenti, in questo caso, sono un’idea originale dal potenziale sconfinato e una grafica dettagliata ai limiti dell’incredibile; tra i giocatori mediocri rientra invece il mancato sviluppo dell’idea di base, nonché il tentativo di compensare con contenuti notoriamente apprezzati dal pubblico, ma che finiscono per svilire il prodotto finale riducendolo alla brutta copia, in chiave moderna, di un masterpiece.

Il risultato dal punto di vista di chi guarda è uno strano senso di amaro in bocca, dato dalla sensazione che si potesse fare di più o addirittura che si potesse fare qualcosa, più in assoluto, con tanto materiale promettente tra le mani. In un periodo in cui sembra essere di tendenza proporre contenuti già noti e amati invece di dare sfogo alla propria creatività, c’è da sperare che le grandi produzioni si rendano conto che la ripetitività a lungo andare stanca, nonostante sia bella e abbagliante.


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Classe 1996, dottoranda in Ingegneria Industriale all’Università di Napoli Federico II, il cinema è la mia grande passione da quando ho memoria. Nerd dichiarata, accanita lettrice di classici, sogno di mettere anche la mia formazione scientifica al servizio della Settima Arte. Film preferito? Il Signore degli Anelli.

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