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Get Out: il mondo sommerso di Jordan Peele è un docu-thriller

5 minuti di lettura

Estasi, incubo, terrore, rabbia, violenza. Jordan Peele evoca il male respirando in controluce, nel silenzio assordante che sembra imprimere su tela perimetri etici e sociali.

Consacrato nell’Olimpo della new horror wave – in compagnia dei colleghi visionari Ari Aster e Robert Eggers -, Jordan Peele firma regia e sceneggiatura di Scappa – Get Out, un thriller dell’orrore con cui il regista ha dato prova di un guizzo di penna destinato all’intramontabilità.

Premio Oscar alla miglior sceneggiatura originale nel 2018, Get Out ha conquistato la critica cinematografica, rapita dalla squisitezza formale, estetica e narrativa della pellicola che vanta tra i protagonisti Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford e Catherine Keener.

Get Out: il delirio d’onnipotenza bianco come parafrasi del morbo umano

Get Out film

Scena 1, esterno, notte. L’afroamericano Andre Hayworth (Lakeith Stanfield) vaga solitario tra le strade di periferia quando una macchina gli si avvicina e, dal veicolo, un uomo mascherato da cavaliere medievale lo rapisce. Un avvenimento, apparentemente slegato dalla narrazione principale, che si innerva radicalmente nel destino del protagonista, il fotografo afroamericano Chris Washington (Daniel Kaluuya).

Invitato a trascorrere un weekend nella casa della compagna, Rose Armitage (Allison Williams), Chris fa la conoscenza dei membri della famiglia: il neurochirurgo, padre di famiglia, Dean (Bradley Whitford), la madre ipnoterapista Missy (Catherine Keener) e il fratello Jeremy (Caleb Landry Jones), aspirante medico. 

L’ambiguità del nucleo familiare non tarda a palesarsi agli occhi di Chris, trascinato a fondo in un vortice “sommerso” di inganni e singolari attenzioni che il sobborgo residenziale gli rivolge in virtù di una prestanza fisica seducente. Una comunità interamente composta da bianchi, ad eccezione dei bizzarri domestici.

L’incontro con il giovane afroamericano Logan King (Lakeith Stanfield), vestito di tutto punto come fosse uscito dagli anni ’50, incuriosisce Chris, turbato dall’attitudine comportamentale – dichiaratamente “bianca” – che il ragazzo sembra tradurre in atto come un burattino nelle mani del suo stratega.

Convinto di averlo già visto, Chris scatta una foto a Logan per inviarla all’amico Rod (Lil Rel Howery), agente TSA, ma il flash provoca una reazione istintiva nel giovane che, in un momento di lucidità, lo esorta a scappare. Logan è in realtà Andre Hayworth, il ragazzo afroamericano rapito nell’incipit, una delle molteplici cavie della chirurgia sperimentale della famiglia Armitage, volta a potenziare la longevità attraverso l’ipnosi e il trapianto cerebrale

Get Out è un incubo visivo

Get Out

La critica di Peele al moderno liberalismo negli Usa è condensata nel taglio documentario del lungometraggio, un’invettiva dissacrante piegata all’esigenza di raccontare il sentimento di marginalità con cui il comune espelle il “diverso” nel tentativo di conformarlo per controllarlo.

L’avversione al buonismo di facciata, alle sentenze di inclusività forzata, la resistenza all’invasione tirannica della “normalizzazione”, avverano un gioco di simbolismi evocativi per gli occhi e la carne dello spettatore, coinvolto in un tumulto visivo ad alto ingaggio cognitivo.

Il sobborgo residenziale non dista dall’attitudine – spacciata per bonaria – dei tedeschi durante l’epoca nazista: il nemico sembra avere una ragione valida per compiere il crimine più efferato, l’appropriazione culturale – nella sua dimensione fisica quanto intellettuale – dell’altro, più bello, più forte, più sano e vigoroso.

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Reverente alla dignità dell’horror come veicolo descrittivo di una quotidianità sempre più inquietante, Peele plasma la realtà onirica di un mondo sommerso, un “Sunken Place” animato dalla più umiliante passività, fautore di una suggestione epidermica a lento rilascio, difficilmente dimenticabile.

Sviscerare il terrore per dominarlo, questa l’ambizione – riuscita – del regista, che assolve la questione razziale dalle prospettive del black trend puntando il dito contro l’unico, possibile nemico: il benpensante bianco, segregazionista, razzista, schiavista, dominatore, tiranno, traghettatore di anime, punito dal contrappasso nell’estasi gore dell’explicit.


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25, Roma | Scrittrice, giornalista, cinefila. Social media manager per Cinesociety.it dal 2019, da settembre 2020 collaboro con Cinematographe per la stesura di articoli, recensioni, editoriali, interviste e junket internazionali.
Dottoressa Magistrale in Giornalismo, caposervizio nella sezione Revisioni per NPC Magazine, il mio anno ruota attorno a due eventi: la notte degli Oscar e il Festival di Venezia.

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