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Gli anni belli, la rivincita del berlusconismo

10 minuti di lettura

Gli anni Belli, dal 7 febbraio al cinema, è l’esordio alla regia di Lorenzo d’Amico de Carvalho per la produzione di Raicinema e Bendico. Nel cast Ninni Bruschetta e il ritorno sul grande schermo di Maria Grazie Cucinotta. Un film vittima di sé stesso, incastrato in cliché che fagocitano la narrazione in un diffuso ricordo di anni belli che belli non furono.

Gli anni belli della ribellione

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Sono “gli anni belli” (per alcuni), è il 1994, è estate e la ribelle diciassettenne Elena (Romana Maggiora Vergano), – ben integrata nei movimenti rivoluzionari giovanili – è costretta a passare un’altra estate insieme al padre Eugenio (Ninni Bruschetta) e sua madre Adele (Maria Grazia Cucinotta) nel solito camping in riva al mare.

Al loro arrivo tutto è cambiato: il camping e il direttore dello stesso sembrano avvolti da un disperato bisogno di rinnovo, e per quanto sia dirompente la voglia di Elena di dare sfogo ai deliri adolescenziali è comunque estate e l’amore e la fine dell’adolescenza sono proprio dietro l’angolo. Quella che credeva sarebbe stata l’ennesima estate di noia sarà motivo di cambiamento per la giovane ribelle. Tra nuove amicizie, tenere cotte, lacrime e risate, l’estate porterà una grande ventata di cambiamento (o forse no).

La bella Italia delle illusioni

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Nel gennaio del 1994 l’Italia era pronta per il cambiamento, tutti (o buona parte) erano convinti che Silvio Berlusconi avrebbe portato il popolo italiano ad un periodo di grandi svolte. E tutti (o buona parte) ci ha creduto veramente impegnandosi a riproporre il modello berlusconiano anche sulle proprie attività.

In effetti, l’aria del rinnovo e del cambiamento ha raggiunto anche la località marittima: nel campeggio tutto è diverso, ad accogliere la famiglia il balletto di due ragazze in minigonna (in assoluta coerenza con i vizi berlusconiani) alludendo ad una nuova estate che sarà proprio come dice lo slogan “indimenticabile”, ma che forse sarà meglio dimenticare.

Nicola (Stefano Viali), il direttore del campeggio “Bella Italia” è il più coinvolto dalla frenesia di “Forza Italia” al punto tale da simulare aspetto ed espressività dell’allora presidente del consiglio. Ha preso sul serio lo schema della nuova classe politica e il triste e tradizionale camping trasuda del fascino del cavaliere, il quale è ormai improntato sulle strategie di marketing: tutto è diventato slogan e ragazze seminude.

Questo nuovo clima è per Elena terreno fertile per le sue proteste e un modo per dimostrare a tutti di essere diventata grande e perfettamente capace di sostenere la propria nascente controcultura.

Un’estate da dimenticare

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Ne Gli anni belli tutto sembra predisposto per una, seppur comica, indagine sulla relazione tra un’adolescente femmina ed i valori tradizionali dei maschi adulti. E forse a quella ventata di cambiamento ci avevamo creduto tutti, ma vediamo come e perché quell’ardore di una giovane ragazzina ribelle viene spento con tale violenza.

Nel film il divertimento fatica davvero ad arrivare, i dialoghi risultano fin troppo convenzionali e del tutto privi di spessore anche in quei rari momenti in cui si palesava davvero la possibilità di una costruzione più intensa. L’unica possibilità di un discorso più impegnato era possibile nel confronto tra Adele ed Eugenio, un conflitto che si risolve in modo eccessivamente semplicistico e riducendo la portata drammatica anche in questa occasione “parli come una rivista per shampiste”.

In fondo Gli anni belli di Carvalho sembra consumarsi nella mancanza di rispetto dei tempi, le scene non si esauriscono mai, si ha infatti la sensazione di assistere ad una concatenazione di eventi mai effettivamente sfruttati.

Ad accompagnarli uno sfondo musicale continuo, la maggior parte delle scene è vittima di questo uso spropositato dell’impianto sonoro, che sempre presente, varia quasi impercettibilmente in ogni sequenza, cambiando solo la melodia a seconda della portata emotiva o meno di quello che stiamo vedendo, ma con lo stesso risultato: la perdita di ogni possibile intercettazione emotiva, e fondamentalmente, gettandola alle ortiche.

L’agency è affidata prevalentemente all’azione maschile, l’unica che sembra avere effettivamente successo, l’unica ad avere un peso oggettivo sulle vite di questo racconto semi corale. Ciò è evidente nella scena in cui Elena cerca di aprire gli occhi a tutta la spiaggia gridando ad alta voce quanto il nuovo sistema del camping sia diventato l’ennesimo impositore di modelli a stampo capitalista. In questo scontro a prevalere non è la solidità dei valori della ragazzina ma la capacità di corruzione sorridente di calco berlusconiano del gestore dello stabilimento.

Gli anni belli non sono per le donne

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A sedare l’istinto rivoluzionario della ragazzina è il padre Eugenio, professore di greco antico ben saldo sulle convinzioni e il disciplinamento della classe media. Ad assistere con languido e impotente inebetimento ironico a questo conflitto padre-figlia è invece la madre Adele (Maria Grazia Cucinotta), costretta ahimè in un ruolo che ci pungola a ridere di una madre imbavagliata e che diritto di parola non ha, spingendoci a chiedere cosa ci sia davvero di così divertente.

Ne Gli anni belli l’utilizzo eccessivo dei cliché finisce per imbalsamare i personaggi in ruoli stantii e obsoleti con gag comiche viste e riviste fino allo sfinimento. A partire proprio dalla stessa Adele limitatissima nei panni di una casalinga il cui unico apice esistenziale viene raggiunto durante la chiacchiera dai toni spettegolanti con le amiche, anch’esse represse. Ma c’è di peggio, Adele non solo vive la crisi di coppia e la totale perdita della passione coniugale, ma quasi come una ragazzina adolescente si confida con le amiche (alcune pure cartomanti) su come riprendersi il marito frigido che intanto è occupato a fare il cascamorto con la vamp del campeggio.

Eva (Ana Padrão), che nome più stereotipato non poteva avere, a cui viene anche affibbiata l’etichetta di sfascia famiglie, diventando preda perfetta delle calunnie del gruppo di desperate housewives del campeggio.

Qualè dunque il prezioso consiglio delle amiche per riappropriarsi di un marito che manca palesemente di rispetto a sua moglie? Un baby-doll e passa la paura, come se per resettare una relazione nel vortice del fallimento fosse necessario il ristabilimento del ruolo erotico del corpo femminile.

E se le donne adulte sembrano non aver imparato proprio un bel niente dalla generazione delle madri addomesticate che le hanno precedute, vediamo invece come vengono su le nuove donne. Avevamo riposto grandi aspettative nell’impavida Elena, e per lei speravamo che raggiungesse una concretezza degna di tutti i principi in cui credeva. Invece no, la ragazzina si lascia coinvolgere da un sentimento amoroso del tutto inaspettato e fin troppo poco credibile. Il ragazzo che l’ha derisa e ridicolizzata fin dall’inizio del film la convince – con una straziante storiella sulla cassa integrazione del padre – di come la vera ribellione sia combattuta da lui, perché in fondo lui è il maschio e lei la femminuccia privilegiata. Così Elena per ringraziare il salvatore che le ha fatto capire quanto tutto il suo operato sia strettamente inutile lei gli concede la sua giovinezza. Sì, ci fa l’amore.

La vacanza è finita, la tromba marina ha spento ogni barlume di cambiamento e ha portato via tutto, non solo la verginità della ragazzina, ma cosa ancor più grave, le ha portato via la fiducia in sé stessa, in quel bisogno di credere nelle battaglie che aveva portato avanti, perché in fondo, ancora una volta, sono gli uomini a fare sul serio.


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