Credits: Stephanie Cornfield
Il regista Akihiro Hata in uno scatto di Stephanie Cornfield

Venezia 82 – Grand Ciel, tra cinema sociale e di genere

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Presentato nella sezione Orizzonti alla 82a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Grand Ciel è l’opera terza del cineasta franco-nipponico Akihiro Hata che vede per protagonista uno dei volti di maggiore spicco del cinema francese (e non solo) contemporaneo, Damien Bonnard (Dunkirk, I Miserabili di Ladj Ly, Povere Creature!). Noi di NPC abbiamo potuto parlare con loro di quest’opera dai forti richiami sia al cinema sociale che a quello di genere, fusi tra loro in un esperimento di sicuro interesse.

Credits: Stephanie Cornfield
Akihiro Hata, a Venezia con Grand Ciel, in uno scatto di Stephanie Cornfield

Grand Ciel, alla ricerca di complessità sociopolitica e venature fantascientifiche

Ambientato in un futuro assai prossimo, al centro di Grand Ciel vi è Vincent (Damien Bonnard), operaio che lavora di notte nel cantiere di un quartiere futuristico. Quando un collega scompare, Vincent e altri operai suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente. Ma presto scompare un altro operaio…

Damien Bonnard in una scena di Grand Ciel

Al suo terzo lungometraggio, il regista e sceneggiatore Akihiro Hata realizza un’opera che sintetizza e fonde i caratteri di due filoni molto popolari e ricorrenti della cinematografia francese: da un lato il cinema di impegno sociale, che mette al centro i problemi e le questioni delle classi operaie e basso borghesi del paese (di cui sono maestri sono i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne); dall’altro il cinema di genere, che in Francia conosce una grande tradizione (la stessa Venezia è stata chiusa quest’anno da un polar futuristico di Cédric Jimenez, Chien 51, che ben sintetizza questo approccio), in Grand Ciel rappresentata da venature thriller e fantascientifiche.

Queste due cinematografie, che in teoria dovrebbero respingersi, vengono fuse all’interno di Grand Ciel con l’intenzione di rafforzarsi vicendevolmente: il mistero che circonda la pellicola e le sue sfumature fantastiche offrono l’opportunità al regista di esaltare le questioni morali e sociali che il film cerca di porre, soprattutto in merito ai temi legati al post-capitalismo, allo sfruttamento della manodopera e del lavoro, e ai compromessi cui gli operai devono scendere in un mondo sempre più indirizzato verso il loro sfruttamento, rendendo così l’opera più accessibile e d’intrattenimento per gli spettatori.

L’operazione, in Grand Ciel, è tuttavia riuscita solo in modo parziale: se la complessità morale delle situazioni che il protagonista del film si trova a vivere è resa con grande vivacità e puntualità nei suoi aspetti più moralmente grigi e ambigui– anche grazie all’interpretazione di Damien Bonnard, capace di restituire tutta la complessità del suo personaggio e delle scelte che è costretto a prendere -, la detection che rappresenta il fil rouge della pellicola si presenta come molto debole e poco avvincente, incapace di tenere il mordente per tutta la (pur breve) durata della pellicola.

Da qui la riuscita parziale di un’opera che, nel tentativo di rendere più avvincente, grazie ad agganci al genere del mistero e ambientazioni di richiamo distopico, una storia dalla forte ispirazione politica e sociale, finisce per risultare ben più interessante proprio nei suoi aspetti di complessità sociopolitica che non in quelli di più facile digeribilità da parte del pubblico. Un esperimento, quello di Grand Ciel, non certamente privo di buoni propositi, ma che avrebbe meritato una maggiore attenzione sul fronte del cinema di genere.

Intervista ad Akihiro Hata e Damien Bonnard, regista e protagonista di Grand Ciel

All’interno di una delle sale stampa del Palazzo del Casinò del Lido di Venezia si è svolta una piccolissima minipress assieme ad Akihiro Hata, regista e sceneggiatore di Grand Ciel, e Damien Bonnard, suo attore protagonista. Assieme a un altro collega proveniente da Ginevra, noi di NPC siamo riusciti a parteciparvi per parlare direttamente del progetto.

Akihiro Hata, Damien Bonnard e tutta la delegazione di Grand Ciel duranta la presentazione del film alla 82 Mostra del cinema di Venezia
La delegazione del film Grand Ciel (Credits: Andrea Avezzù, La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

“Questo è il mio terzo film, ed è un film che parla del mondo del lavoro”, riflette il regista di Grand Ciel Hata non appena, all’inizio della minipress, gli si chiede come sia nato il progetto e come mai abbia optato per la fusione dei due filoni cinematografici. “Io avevo già girato due lungometraggi su temi simili, ovviamente sono film diversi ma si parlava di lavoro già allora.

La mia voglia di fondere e di mescolare questi due generi deriva dal mio gusto di spettatore, da quello che mi piace vedere quando guardo un film. Io amo essere sorpreso da proposte inattese, da qualcosa di originale, quindi giro dei film che mi piacerebbe vedere in quanto spettatore. Il fatto che ci siano aspetti fantastici, ma anche di thriller, in realtà si basa sul cinismo del mondo di oggi.

Questo mi ha permesso di creare un sistema coerente nell’ambito del film, che si ispira a un fatto di cronaca: in un cantiere un lavoratore è scomparso, è morto, ma nessuno si era accorto che non ci fosse più nel cantiere. Se ci pensi, questo ha qualcosa di fantastico, ha dell’irreale, pur essendo qualcosa di orribile e di profondamente cinico. Mi piaceva anche pensare e riflettere sul tema della morte, del fatto che il luogo di lavoro diventa un luogo estremamente pericoloso in cui si può anche morire; tutto questo è coerente, in realtà, con la tematica. Per questo ho scelto di mescolare in questo modo i vari aspetti.”

La costruzione della tensione in Grand Ciel

Quando gli viene chiesto, invece, come il film sia riuscito a lavorare sulla tensione – sempre presente nella pellicola – tra la fragilità corporea e l’instabilità economica alla base del film, Hata riflette di aver “potuto fare una grammatica diversa da quella di un cinema naturalista, e questo mi ha permesso di fare quello che ho fatto, ossia come utilizzare un elemento molto concreto e reale come la polvere del cemento come se fosse qualcos’altro, una minaccia, qualcosa che contamina il nostro corpo non solo da un punto di vista sanitario ma anche psicologico, qualcosa che ci fa impazzire.

Sono mestieri collegati da sempre, sin dall’inizio del mondo, in Egitto, fino ai nostri giorni, al fatto che in questi lavori si sparisce. Prendi in considerazione i cantieri dell’Egitto, le strade che sono state costruite dai romani, i cantieri sono sempre stati caratterizzati da misteri di questo tipo. Quando si parla di pensionamento ci si chiede se per lavori di questo genere si dovrebbe andare in pensione prima, perché ci si logora sostanzialmente.”

Grand Ciel, Damien Bonnard
L’attore protagonista di Grand Ciel, Damien Bonnard (Credits: Aleksander Kalka, La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

All’interno di Grand Ciel domina il conflitto, la tensione tra la spinta individualistica propria del mondo post-capitalista in cui ognuno deve pensare a sé per sopravvivere e il senso di comunità storicamente legato al mondo operaio. Chiamati a riflettere su questa tensione – e al modo in cui son riusciti a tradurla su schermo -, Hata evidenzia come non abbia mai cercato di raccontarlo “perché noi tutti lo conosciamo già”.

“Questo conflitto andava comunque descritto – continua il regista di Grand Ciel senza avere un atteggiamento manicheo: si può sicuramente raccontare una storia in cui i padroni sono cattivi e in cui gli operai sono le vittime, ma in realtà quello che ci interessa è vedere come noi ci ritroviamo di fronte a questo mostro, come noi lo affrontiamo, quali soluzioni troviamo per affrontarlo perché è necessario farlo per sopravvivere. Sicuramente c’è stato un lavoro fatto sul conflitto collettivo e anche individuale, su come decostruire delle relazioni solide, di amicizia, anche della fiducia che c’è. Questi sono i temi sui quali abbiamo voluto concentrarci, anche perché ad un certo punto i legami familiari vengono a mancare, si sbriciolano.”

Le fonti d’ispirazione e i luoghi di Grand Ciel

Bonnard, invece, richiamando il lungo lavoro realizzato sul protagonista di Grand Ciel con il regista, richiama alcuni elementi che a suo avviso risuonano nel film: “Devo dire che questo film mi fa pensare a Metropolis di Fritz Lang; molto del film ha anche a che vedere con la mitologia greca, in particolare – anche prima ne ho parlato con una giornalista – con il Minotauro, il labirinto. Ho lavorato in maniera tale da riflettere sugli individui, sul processo di decisione che può essere conscio o inconscio, oppure si può anche fingere di prendere consciamente delle decisioni.

Poi ci sono i luoghi, questi luoghi che fungono da spazio in cui l’individuo può cambiare, può subire una metamorfosi, quasi come se fosse un Faust. Quindi c’è questa dimensione del mito ma c’è anche la dimensione fantascientifica che ha un ruolo importante, come se ci ritrovassimo in un mondo diverso. È come se io fossi passato attraverso un’esperienza extraterrestre. C’è un momento in cui è come se si subisse qualcosa senza esserne consci, come se seguissimo qualcosa che brilla in lontananza e che dobbiamo seguire.

A questo punto si verifica uno slancio collettivo, e tutti noi andiamo avanti senza renderci conto che in realtà ci troviamo in una condizione di moderno schiavismo, che è forse meno violento dello schiavismo storico ma che in realtà genera sofferenza, che fa annichilire le persone.”

Grand Ciel, Akihiro Hata
Il regista di Grand Ciel, Akihiro Hata (Credits: Aleksander Kalka, La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

“Io vado spesso in Canada – ha continuato Bonnard – e nel nord del paese c’è una zona in cui in passato c’erano delle miniere; ora sono state chiuse, ma le persone smontano i telefoni cellulari per togliere tutti i metalli preziosi che possono essere utili. C’è stato un cambiamento generazionale anche nel tipo di lavoro e di lavoratori presenti: adesso la gente che vive in quella zona sta benissimo economicamente, hanno pickup favolosi, case incredibili, ma sono tutti malati di cancro, la maggior parte di loro muore così.

Per cui è come se si passasse dalla fabbrica all’ospedale oncologico che hanno costruito lì a fianco e poi infine al cimitero. Di sicuro la gente ha un sacco di soldi, ha potuto fare barbecue straordinari nei giardini delle loro case, ma alla fine ha sacrificato davvero tantissimo. Poi c’è il dilemma umano: quanto si è disposti a sacrificare della collettività e della comunità per salvare sé stessi. Questo ci riporta a un viaggio epico, a un’epopea che ci è utile per scavare nella coscienza individuale. Questa è un’altra parte di mostruosità in realtà.”

Interrogati infine sul ruolo svolto dal cantiere – percepito come un personaggio a sé stante in Grand Ciel, un ambiente di grande asfissia e claustrofobia – e sulle possibili ispirazioni cui tale ambiente si sarebbe rifatto, Hata ha tagliato corto: “lo spazio del cantiere in questo film l’abbiamo creato. Ci sono più cantieri reali che abbiamo messo in collegamento per creare questa sensazione di cantiere reale: si scende in un labirinto in cui ci si perde facilmente. È uno spazio che abbiamo creato concretamente per rendere la sensazione di angoscia, per creare un luogo che aspira.

Per quanto riguarda l’ispirazione architettonica, non ho pensato a progetti reali ma ci sono diverse città futuristiche ovunque – guardi a quello che ha a che vedere con la coscienza politica e sociale e i suoi collegamenti con l’ecologia. Sono anche dei miei ricordi d’infanzia, di speranza di vedere i cantieri nella zona in cui abitavo con i miei genitori: ho rivisto un’angoscia totale perché ho visto un luogo vivo, organico, fisso; questo è quello che mi ha permesso di creare questo spazio.”


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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