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Gene Hackman in La Consversazione

La Conversazione è un cult da riscoprire

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8 minuti di lettura

Compie cinquant’anni La Conversazione, magnetico dramma diretto da Francis Ford Coppola e con protagonista Gene Hackman, candidato all’Oscar come miglior film e vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes.
Nel 1995 è stato scelto per la conservazione nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti: oggi, a mezzo secolo dall’uscita, è più attuale che mai.

N.B: Saranno presenti spoiler!

La Conversazione, il figlio minore delll’anno d’oro 1974

Gene Hackman in La Conversazione

Harry Caul è un uomo solitario. La sua vita si riempie con quelle degli altri: di mestiere fa l’intercettatore freelance, insieme al suo collega Stan. Le particolarità del suo lavoro lo portano a essere estremamente paranoico, chiudendosi in un appartamento spoglio, chiamando solo da telefoni pubblici e alzando barriere con chiunque cerchi di conoscerlo, da Stan, ai suoi vicini e perfino alla sua amante. Il suo unico svago è l’amato sax.
Un giorno, commette l’errore di lasciarsi coinvolgere da un incarico: finisce per scavare troppo a fondo e scoprire qualcosa che non avrebbe dovuto, precipitando in una girandola di pedinamenti, minacce e sotterfugi.

Il 1974 fu un anno d’oro per Francis Ford Coppola: oltre a La Conversazione, infatti, fu soprattutto il turno di quel monumento che è Il Padrino – Parte II. Il successo del secondo capitolo dedicato a Michael Corleone, però, fu tale da oscurare quasi in toto La Conversazione, sia nella percezione del pubblico che dall’Academy: nessuna vittoria su tre sole nomination e la pesante assenza di Gene Hackman nel lotto del miglior attore. Mani vuote compensate dalla Palma d’Oro a Cannes, mentre Hackman ha in seguito dichiarato come quello di Harry Caul sia stato il suo ruolo preferito nella sua lunghissima carriera: non male, trattandosi di un signore due volte Premio Oscar e con all’attivo quasi ottanta lungometraggi.

John Cazale in La Conversazione

Ad accompagnare Hackman, una reunion di corleonesca memoria tra Coppola, il compianto John Cazale – capace di dare spessore anche a una parte più leggera come quella di Stan, grazie al suo caratteristico sguardo malinconico – e Robert Duvall (il direttore senza nome), il cui ruolo è appena più di un cameo: grande macchinatore dietro le quinte prima, omesso dai titoli di coda poi, come un corpo del quale si insabbia il cadavere. In La Conversazione, troviamo anche un giovanissimo Harrison Ford, arruolato appena prima della fama mondiale che guadagnerà con Guerre Stellari. Ford, inizialmente, doveva avere una parte più ridotta, ma fu proprio la caratterizzazione che l’attore propose per il proprio personaggio a convincere Coppola ad ampliarne l’impatto e dargli un nome, l’assistente Martin Stett.

L’intercettatore intercettato

harrison Ford e Gene Hackman in La Conversazione

Il lavoro di Harry Caul (assonanza non casuale con il termine call) è di ascoltare le vite altrui, carpirne i segreti per il miglior offerente. È piuttosto bravo in ciò che fa, riconosciuto sia per sua stessa ammissione che dai colleghi delle convention a cui partecipa, ma, quasi come un Walter White ante litteram, lo tradiscono l’eccessiva fiducia nei suoi mezzi e il desiderio di essere riconosciuto come il migliore: più volte lo vediamo venire “battuto” dal rivale Bernie Moran, dalla donna assoldata per rubargli le registrazioni, dalla stessa coppia che è stato assunto per seguire.

Lo smacco peggiore, però, lo commettiamo noi, il pubblico: la regia di Coppola da manuale ci fa invadere quella privacy che il protagonista tenta gelosamente di proteggere, seguendolo con occhio voyeuristico nel suo privato. Il crepitare dei microfoni, il fruscio dei nastri sono la colonna sonora della vita di Harry, che si trasforma in un silenzio assordante nell’intimo delle sue quattro mura, interrotto solo dal suono del sassofono e dalle rare telefonate ricevute da chi cerca di penetrare quegli scudi, come la vicina di casa che incautamente gli lascia un regalo per il suo quarantaquattresimo compleanno.

Gene Hackman e John Cazale in La Conversazione

In La Conversazione, Gene Hackman ci regala una delle performance più intime e impattanti della sua lunga filmografia: Harry si aggira in un’esistenza totalmente dedita al lavoro, accompagnato dal nostalgico pianoforte di David Shire, che incapsula perfettamente la sua solitudine e il suo senso di colpa per quelle morti che il suo lavoro ha già causato, portandolo ad allontanare tutti, da un lato, e a gettarsi troppo nel nuovo compito per scongiurare che la storia si ripeta, dall’altro. Quando poi il gioco si ribalta e il cacciatore diventa preda, Harry perde il controllo e il suo glaciale rigore viene sostituito dalla paura più cieca.

Paranoia e attualità ne La Conversazione

Frederic Forrest e Cindy Williams in La Conversazione

Viene spontaneo pensare a quanto si sarebbe divertito Harry a fare il suo lavoro oggi. I mezzi moderni sarebbero stati un invito a nozze per un tale professionista: La Conversazione è ancora attualissimo, con tutti i dispositivi onnipresenti nel nostro quotidiano che ci consentono di essere costantemente monitorati e geolocalizzati, a partire dai cellulari e dai tanti interrogativi sollevati proprio su quanto essi “ascoltino” e recepiscano delle nostre giornate. Inoltre, la vita introversa di Caul non può che far tornare alla mente il lockdown e i suoi lunghi strascichi di alienazione e isolamento.

La Conversazione è una storia profondamente soggettiva, influenzata dalla prospettiva dell’ascoltatore Harry. Le registrazioni della coppia si ripetono nella sua mente ormai come una litania, e arrivando al concitato finale, si sollevano sempre più dubbi riguardo alla sua affidabilità: c’è davvero stato un omicidio nella camera adiacente? E nell’appartamento di Harry è stata veramente piazzata una cimice o è bastato instillargli il seme della paura per farlo impazzire?
Dopotutto, è stata una sfumatura a fare la differenza, la semplice diversa intonazione di una frase (che si distingue meglio nell’originale: l’enfasi su us in he’d kill us if he got the chance) che Harry non coglie (o che incosciamente sceglie di non cogliere), offuscato dal timore e dalla colpa.

Per Harry alla fine non c’è redenzione, non c’è catarsi: non è riuscito ad impedire che le sue azioni risultassero di nuovo in un omicidio, e tutto ciò che gli resta è il sax, l’unico elemento della sua casa che non ha sventrato in cerca di un microfono, mentre lo spettatore viola per l’ultima volta questa sua intimità con un movimento di macchina che ricorda molto quello di una videocamera di sicurezza.

La scena finale di La Conversazione

La Conversazione è un lavoro magistrale di Francis Ford Coppola, per direzione, sceneggiatura e interpretazioni, da un enorme Gene Hackman a tutto il supporting cast. La lunga ombra de Il Padrino-Parte II avrebbe oscurato chiunque, ma La Conversazione ha tutte le carte in regola per spiccare in alto insieme ai capolavori del regista italoamericano.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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