«La storia della Principessa Splendente», poesia in movimento

Parlando di Studio Ghibli, accanto al più prolifico e famoso regista Hayao Miyazaki, è doveroso ricordare Isao Takahata, suo collaboratore di lunga data e cofondatore dello Studio, per il quale ha diretto cinque lungometraggi: Una tomba per le lucciole (1988); Pioggia di ricordi (1991); Pom Poko (1994); I miei vicini Yamada (1999) e La storia della Principessa Splendente (2013). Quest’ultimo film – candidato all’Oscar per il miglior film d’animazione – costituisce una sorta di testamento spirituale e artistico di Takahata, nonché uno dei suoi lavori più conosciuti e amati.

NPC Magazine ogni settimana pubblica un approfondimento dedicato a ciascuno dei film dello Studio Ghibli. La rubrica dedicata porta il nome di Mondo Ghibli.

La storia della Principessa Splendente

«La storia della Principessa Splendente» la trama

Il film è tratto dall’antica fiaba popolare giapponese Storia del tagliatore di bambù (Taketori Monogatari), risalente al X secolo. Un giorno, mentre un anziano taglia bambù sta lavorando, trova, all’interno di uno dei fusti, una bambina tanto piccola da poter essere racchiusa in una sola mano. L’uomo la prende delicatamente e la porta a casa da sua moglie e i due, senza figli, decidono di allevarla come fosse la loro bambina. La piccola – come la pianta nella quale è stata ritrovata – cresce molto velocemente e nel villaggio di contadini viene chiamata per questo “Gemma di bambù”.

La famiglia vive in armonia e Gemma di bambù è felice nella semplicità di una vita bucolica, a stretto contatto con una natura generosa e coltivando rapporti sinceri e genuini. Il tagliatore di bambù, tuttavia, è convinto che quello stile di vita non sia consono alla sua «Principessa» e decide di trasferirsi in città. L’acquisita nobiltà porta con sé delle responsabilità per la ragazza, che viene educata severamente ai costumi cittadini, per fare di lei una donna raffinata e una sposa desiderabile.

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Uomo e natura: un rapporto fragile

Trattandosi di un film dello Studio Ghibli, non stupisce che uno dei temi centrali sia la natura. Tuttavia, mentre molto spesso nei film di Miyazaki il rapporto tra l’uomo e la natura si configura come un vero e proprio conflitto (si pensi a Nausicaä della Valle del vento o a Principessa Mononoke), per la protagonista di Takahata il contrasto è prima di tutto interiore.

Dopo un’infanzia vissuta in armonia con la terra, cogliendone i frutti e rispettandone i cicli, il distacco da essa provoca in Gemma di Bambù una profonda lacerazione. L’anziano padre, ossessionato dal desiderio di dare a Principessa ciò che egli crede essere degno di lei, identifica nella nobiltà il traguardo più alto, non accorgendosi che la conquista di ricchezze materiali comporta al contempo un graduale e doloroso impoverimento del cuore. La città, infatti, non rappresenta solo prosperità e progresso, ma anche (e soprattutto) disparità sociali, obblighi severi, avidità di soldi e di potere. Allo stesso modo, il nuovo rango di Principessa le procurerà tanti agi quanti divieti, privandola delle poche, semplici cose che davvero la rendevano felice.

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La storia della Principessa Splendente

Taketori Monogatari, in linea con molte fiabe popolari dalle più disparate origini storiche e geografiche, sembra voler sottolineare l’essenzialità del primordiale rapporto tra l’uomo e la Terra e di conseguenza condanna la deriva egoisticamente antropocentrica della modernità, incarnata qui nel doloroso inaridimento della vivace e “splendente” vitalità della protagonista.

La Principessa Splendente: personaggio senza tempo

La storia della Principessa Splendente

Tra le più preziose caratteristiche delle fiabe vi è la loro atemporalità. Così la Principessa Splendente si presenta come un personaggio eternamente contemporaneo, capace di parlare tanto all’uomo del X secolo, quanto a quello di oggi; poiché, per quanto il modo cambi, egli rimane intimamente lo stesso.

Nonostante Gemma di Bambù sia una creatura non-terrena, ad animarla sono sentimenti profondamente umani. Primo tra tutti l’apparentemente insanabile contrasto tra i desideri personali e il proprio dovere. Così, le emozioni di Principessa si insinuano nel contegno e nell’autocontrollo richiesti dal suo ruolo all’interno della famiglia e della società, creando delle crepe che spesso si aprono in voragini, di risate come di lacrime.

Sarà proprio un acuto dolore a portarla a desiderare di tornare nel mondo al quale appartiene. Ma, una volta giunto il momento, la ragazza si troverà ad avere nostalgia di quelle stesse emozioni che l’hanno resa tanto vulnerabile. Davanti alla possibilità di non sentire più nulla, Principessa difende e nobilita il sentire umano, considerato da altri nulla più che la «sporcizia di questo mondo».

Un nuovo tipo di animazione

Mentre il disegno di Miyazaki si evolve, ma rimane sempre riconoscibile, Takahata, nei cinque film realizzati per lo Studio Ghibli, cambia più volte il proprio stile. Nel caso de La storia della Principessa Splendente, i disegni sono realizzati con contorni a carboncino riempiti da colori tenui ad acquerello. Tale particolarissima tecnica, unita ad una ammirevole resa del movimento, fluido e continuo, rende il film visivamente elegante e stilisticamente unico. Il risultato è talmente incantevole, che immaginare un diverso tipo di realizzazione risulta quasi impossibile.

«La storia della Principessa Splendente»: un piccolo gioiello

La storia della Principessa Splendente immerge lo spettatore in un’atmosfera ancestrale, che tuttavia non manca di suscitare interrogativi sul proprio vivere contemporaneo. La potenza narrativa e la valenza educativa di una fiaba senza tempo si sposano ad un’animazione che affascina e ipnotizza, dando vita a un film inestimabilmente prezioso.


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Cristina Sivieri