È una lunga notte, quella di Mandoob (Night Courier). Congestionata nel traffico ansante dei bassifondi di Riyadh, tra i vicoli labirintici delle sue privazioni, sempre a debita distanza dal lusso fatiscente degli alti grattacieli. Ali Kalthami peregrina tra i cunicoli più languidi della città, immortalata nell’accensione rapsodica delle sue insegne accecanti e nella rapida spirale di disperazione che svena i suoi abitanti. Tra questi, c’è Fahad. Sguardo bonario, atteggiamento sornione. Di notte lavora come addetto alle consegne (mandoob, in arabo), di giorno arriva tardi alla sua postazione da call center.

In concorso al Festival di Torino, il film assalta subito l’apparente spensieratezza, intossicando di tensione l’aria gioviale di un luminescente luna park. Poi riavvolge il tempo, ripassando le tappe che hanno condotto Fahad alla rovina. Tra emarginazione, insoddisfazione e umiliazione, Mandoob getta un occhio sui grandi cambiamenti che hanno dissestato l’Arabia Saudita, spremuta da un’atmosfera elettrizzata a tinte noir, dove la satira e il dramma sono gli unici strumenti utili a denudarne le ruvide dicotomie. Disuguaglianze, corruzione, sfruttamento e inaccessibile desiderio di riscatto. L’opera di Ali Kalthami galoppa sfrontata verso palpitanti promesse, anche se poi non le mantiene tutte.
Mandoob, quando due lavori non bastano

Fahad (Mohamad Aldokhei) ha un solo proposito: prendersi cura della famiglia. Per farlo si destreggia come può tra i due lavori che gli esauriscono il tempo. Ironicamente, Mandoob si apre con tono smaliziato sull’escalation che lo porta a perdere, subito, l’occupazione da call center: in ufficio ritarda quotidianamente, con i clienti è un po’ indolente e l’ingiustizia del licenziamento la contesta con invelenita ineleganza.
Costretto ad accettare la decisione dei propri superiori, all’uomo non resta che inabissarsi dolosamente nelle profondità immorali della periferica vita notturna. Nel mucchio anonimo dei volti e ingentilito dalla sola solidarietà dei pari, Fahad comincia la sua indagine fatalista tra i recessi della metropoli. Ramingo, s’imbatte in sinistre e privilegiate personalità e incontra la tentazione ammaliante dell’illegalità, duplicando la sua esistenza tra l’ufficialità della mansione da corriere e il dilettantismo da trafficante di alcol.
A vivere ci si stanca

Mandoob, in arabo, ha tre diversi significati: persona autorizzata a consegnare un pacco, persona compianta per una perdita o una disgrazia e persona sfregiata. È chiaro fin da subito che l’istigazione di Ali Kalthami sia tutta intelaiata tra le derive narrative di tale terminologia. Il problema è che lì il film si circoscrive, restringendosi allo stato embrionale di un soggetto ispirato ma non pienamente sviluppato, affidato spesso alla comodità derivativa e piacente della citazione.
Nondimeno, però, l’epopea di Mandoob ha il merito di cucirsi su suggestioni contaminate, emulate dalla vaghezza delle reali ambizioni a guida dell’uomo. Dramma, dark-comedy e thriller congiungono l’indefinita e viziosa miccia che accende la discesa agli inferi di Fahad. Se l’apparente impulso alla sequela di malefatte è scagionato dalla necessità di racimolare soldi per le cure del padre (affetto da insufficienza renale), la finezza di Kalthami è mutuata dal pugno evocativo e provocatorio con cui ridisegna l’inappagamento del suo protagonista. Pilotandolo, guaio per guaio, all’inevitabile perdita dell’innocenza.
“A vivere ci si stanca”, sentenzia a un certo punto Mandoob. Forse per noia, più verosimilmente per emancipazione, l’istinto di Fahad si sporca di un’egoistica e fisiologica fame di scalata sociale, assottigliando e stratificando le intenzioni che lo inducono a un costrittivo e distruttivo anti-eroismo.
Mandoob ormeggia ai margini di Riyadh, ne esplora peccati e lussurie, percorrendo con convincente gusto stilistico la traiettoria di una vita che cade a pezzi, per imprudenza e assenza di alternative. Lo fa attraverso una personalità carismatica, generosa e commovente. Ma non raschia oltre, lasciando parzialmente incompiuti gli stimoli promettenti di una storia incauta quanto il suo protagonista.
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