«Mank», che cosa aspettarsi dal nuovo film di David Fincher

Dopo sette anni di assenza dagli schermi (il suo Gone Girl uscì nel 2014), David Fincher torna al cinema con Mank, disponibile dal 4 dicembre su Netflix. È la seconda volta che il regista si dedica ad un biopic (era successo nel 2010, con The Social Network), ma stavolta l’esperienza è unica, più personale. Fincher ha recuperato una sceneggiatura del padre, Jack Fincher, scritta negli anni ’90 ma che non ha mai visto la luce.

Mank David Fincher

Si tratta senza dubbio di progetto impegnativo, che andrà a raccontare dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) e del suo coinvolgimento nella realizzazione di Quarto Potere. Tra problemi di alcolismo e accese discussioni con Orson Welles (Tom Burke), “Mank” collaborò alla scrittura di quello che sarebbe diventato un pilastro della storia del cinema. Attraverso i suoi occhi, lo spettatore potrà gettare uno sguardo ravvicinato sul mondo di Hollywood che si rialza dalla Grande Depressione. Dopo C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino, ambientato nel 1969, e Hollywood, miniserie di Ryan Murphy ambientata post Seconda Guerra Mondiale, ecco che il cinema torna a mostrare il cinema. Nel cast di Mank anche Amanda Seyfried, Lily Collins, Tuppence Middleton.

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Le foto dal set di «Mank» e l’impresa di David Fincher

Mank David Fincher

Recentemente, sono state pubblicate decine di foto (212 per l’esattezza) scattate sul set di Mank. Chiunque può vederle online su un sito web creato per l’occasione. Sul sito è possibile anche ascoltare una parte della colonna sonora del film, realizzata da Trent Reznor e Atticus Ross. Dal materiale che abbiamo a disposizione, è chiaro che Mank sarà un grandioso omaggio di David Fincher al cinema degli anni ’30 e ’40. Costumi, trucco, pettinature, location sembrano curati nel dettaglio. Ma anche il comparto tecnico si è impegnato per ricreare una pellicola che sarebbe potuta andare in sala a quell’epoca.

Ren Kycle, il nostro sound designer, ha iniziato a parlare anni fa di come volevamo che sembrasse il film. L’idea era quella di farlo apparire come un titolo uscito direttamente dagli archivi della UCLA o dal seminterrato di Martin Scorsese. È stato tutto compresso e fatto suonare e apparire come fossimo veramente negli anni ’40. La musica è stata registrata con microfoni più vecchi, quindi c’è questa sorta di respiro sibilante lungo i margini: si ottiene dagli archi ma principalmente dagli ottoni.

Abbiamo sforato di tre settimane la produzione per arrivare a questo risultato [effetto analogico, caldo nel sonoro], anche nell’aspetto visivo, ottenuto girando tutto ad altissima risoluzione e poi degradando in postproduzione il materiale, cercando di abbinarlo all’aspetto dell’epoca. Probabilmente abbiamo perso circa due terzi della risoluzione per ottenere quella sensazione, e poi abbiamo aggiunto graffi, escoriazioni della pellicola, bruciature di sigaretta.

David Fincher per il New York Magazine

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Agata Iacopozzi