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«The Social Network»: l’impero nato da un amore finito male

12 minuti di lettura

Leggendo Il Maestro e Margherita, romanzo di Michail Bulgakov, si scopre che allegato al testo, in appendice, c’è una lettera dell’autore all’amico segreto, in cui pare che per la prima volta Bulgakov si rese conto che l’angoscia, l’isolamento e la paura potessero diventare oggetto e motore di un’opera d’arte. Ci si può convincere così che il dolore psicologico è foriero di grandi opere intellettuali e che paradossalmente può assumere anche il ruolo di linfa vitale per l’individuo che lo prova. Se poi, come nel caso in questione, a provare dolore morale e frustrazione è un giovane studente della Harvard University di nome Mark Zuckerberg, allora l’esito grandioso è assicurato. Questo è l’incipit del film di David Fincher del 2010, The Social Network.

«The Social Network», una trama fatta di flashback

L’io drammatico del personaggio Mark Zuckerberg magari è caricaturale, ma di certo il senso del film espresso dalla natura descrittiva del protagonista non per questo può essere sminuito. Mark è a cena con la sua ragazza. Parlano. Ad un certo punto la ragazza, irritata dal suo comportamento, decide su due piedi di lasciarlo, glielo comunica, e lui la prende alla lettera immediatamente, senza riconsiderazioni delle proprie decisioni; per lui, una volta che lei si è alzata e se n’è andata, la loro storia è finita.

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Così torna nella sua stanza e si mette a fare quello che sa fare meglio: usare il computer. Ben presto, e bevendo birra nel mentre, Mark crea un sito social per giudicare la bellezza delle ragazze in base alle foto con votazione a scelta A-B. Per ottenere le foto, però, Mark hackera la rete del campus che mostrava «falle evidenti nel sistema di sicurezza dell’università», come ebbe a dire in sede del giudizio disciplinare che lo riguardava, asserendo tra l’altro di meritare un franco ringraziamento per il servizio offerto all’università stessa.

The Social Network

La struttura filmica è decisamente sui generis. L’intero The Social Network è costituito da flashback impiantati sui resoconti dettagliati riportati dai diretti interessati a fatti conclusi, dopo la nascita di Facebook, cioè quando Mark sta affrontando due accuse legali, entrambe intentate da suoi colleghi universitari; una da parte del suo amico e ex socio, Eduardo Saverin, e l’altra da due fratelli canoisti che accusano Mark di aver rubato loro l’idea per la realizzazione del progetto Facebook.

Solitamente, anche nei film dalla struttura più complessa, al limite i flashback sono o sporadici ed esplicativi oppure suddivisi in “capitoli” come è il caso più noto del cinema moderno: Pulp Fiction di Quentin Tarantino. In The Social Network, i flashback sono la modalità espositiva della trama (il film inizia in medias res con un flashback): il tempo è continuamente in slittamento dal passato della storia al presente degli interrogatori legali. Venirne a capo, in questa costruzione a climax ascendente, è molto complicato e occorre che il fruitore, al pari degli avvocati, tenga a mente ogni dettaglio.

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Nei film, ciò che conta per l’interpretazione del significato e della trama è il muoversi sul piano concettuale e la forma non fa che rendere migliore o peggiore la qualità concettuale espressa nel contenuto. La trama si dipana nel racconto diretto degli eventi eseguito a posteriori da coloro che li hanno vissuti in prima persona; ciò permette una interessante attività interpretativa del fruitore consentita dalla possibile messa a confronto delle diverse versioni e smentite dei fatti. Questi stessi essendo poi giudicati come plausibili o meno dagli addetti ai lavori: gli agenti legali delle rispettive parti “in causa”.

Mark Zuckerberg, un enfant prodige ferito e incompreso

Tornando all’incipit del film, una chiave di lettura che è possibile adottare è quella che interpreta l’intera vicenda del progetto Facebook come la reazione di un enfant prodige ferito dal morso letale della fine della sua storia d’amore con Erika. La personalità dell’inventore di Facebook, per come viene rappresentata dal personaggio fincheriano, è quella di una sorta di übermensch (“superuomo”), in un duplice senso. Da un lato, benché Mark sia abile e versatile nell’informatica, non è interessato a mercificare le sue capacità, cioè non si interessa al denaro; dall’altro lato, supera e snobba con manifesta freddezza tutte le ambizioni mediocri, cioè quelle che considera inferiori alla sua (tipo l’idea del sito universitario di Harvard dei due fratelli canoisti). Inoltre è assolutamente lucido e deciso in ogni situazione, quasi come se sapesse in anticipo di essere sempre o quasi nel giusto; in più è un «lavoratore» infaticabile, uno stacanovista del suo stesso progetto; quello che gli americani chiamano un badass guy, un «duro».

The Social Network


A fondamento e, paradossalmente di converso, a questa magnificenza abbagliante, Mark soffre terribilmente e non riesce a farsi comprendere in profondità da nessuno, nemmeno dal suo pseudo-doppelgänger (l’inventore di Napster). Questo aspetto mette da parte ogni banalizzazione del genio incompreso, ogni stereotipo della delusione amorosa sopperita dall’attività che porta al successo professionale, e anche ogni esaltazione da teenager e da mito della rockstar. La verità del personaggio è che Mark è sì un enfant prodige, ma è anche e soprattutto un ragazzo dalla personalità complessa che non riesce proprio a sopportare la vita comune, da lui giudicata come mediocrità. Cionondimeno lui è il primo a comportarsi come un mediocre con la ragazza che ama.

Due interpretazioni dell’incipit di «The Social Network»

L’incipit di The Social Network, possiamo dire, ha due interpretazioni: o è vero che Erika mente nella deposizione (come suggerisce la smentita categorica di Mark rispetto alla versione di lei), e Mark non è stato così «stronzo»; oppure Mark era semplicemente se stesso senza riserve. Al loro secondo incontro Mark si avvicina per chiarire e scusarsi, lei invece piena di risentimento e sprezzante, non fa che giudicarlo e lo respinge. La reazione di Mark?: «dobbiamo espanderci» dice al suo amico Eduardo Saverin. Da quel preciso momento il processo di realizzazione del progetto Facebook è diventato praticamente inarrestabile, fino al Facebook che conosciamo noi.

Facebook sarebbe nato senza quel dolore?

Alla fine la struttura di The Social Network muta, la trama si è conclusa con il termine delle deposizioni, la giuria si ritira per deliberare. La temporalità si congela in un istante in cui la ripetizione dello stesso gesto, un «doppio digitare», quello di Mark che chiede l’amicizia ad Erika, che né il denaro, né il prestigio, né l’estenuante impegno sono riusciti a fargliela dimenticare, e il rifiuto sistematico di Erika. Questo botta e risposta si reitera e il film (non) finisce. L’atmosfera della sequenza dà l’idea che quell’istante si eternizzi, che nell’esistenza per Mark la sua vita non sia Facebook, la sua Creatura; esso è solo l’espressione della sua individualità da enfant prodige, della sua genialità, lui stesso nella forma compiuta della sua personalità.

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Ma l’amore per Erika è qualcosa per lui di molto più grande della Facebook Inc. È nella lucida freddezza, nella straziata tristezza di fondo su cui Mark costruisce, tassello su tassello, il suo impero che ci rivela la profondissima sensibilità del personaggio. Ogni successo, ogni progresso del suo progetto, anche quando è inesorabilmente diretto al successo planetario e lui, Mark Zuckerberg, è «il più giovane milionario di sempre»; anche a quel punto il suo pensiero, il suo desiderio va ad Erika.

Sul finire di The Social Network, però, la tristezza lascia spazio allo sconforto più grande: Mark riconosce di aver fatto l’errore più grande della sua vita, che questo errore è stato dettato dalla rabbia del dolore (insultare sul suo blog Erika), ma ha una consapevolezza in più e cioè quella di sapere che senza quel dolore, senza quella perdita, Facebook forse non sarebbe mai nato. E qui sta l’apogeo del rimpianto e della sofferenza, e qui sta anche il motivo per il quale con indefessa insistenza continua a inviare l’amicizia ad Erika: desidera ringraziarla per la benedizione che gli ha dato, per aver reso possibile tutto questo. Ma lei ormai è passata oltre: quello che rimane di Mark per lei è solo la pagina che ha creato sul social network inventato da lui. Mentre Mark, paradossalmente, non è andato avanti perché, dopotutto, «non è uno stronzo, si ostina solo ad esserlo».


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Lorenzo Pampanini

Laureato in filosofia, sono appassionato di cinema fin dall’età infantile. Ho una propensione per la riflessione e per l’elaborazione dei concetti, per questo nella visione di un film mi muovo soprattutto sull’analisi delle intersezioni tra il contenuto narrativo e lo stile registico che lo sviluppa. Amo riflettere sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli sfondi simbolici e filosofici che li costituiscono all’interno della trama di cui sono protagonisti. Guardo al cinema come a un sofisticato modo di rappresentazione degli aspetti cruciali della vita. Guardare un film per me significa entrare in un meccanismo riflessivo che fa comprendere, ma anche formulare, relazioni concettuali e costruzioni teoretiche. Il cinema è per me un modo di fare filosofia.

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