Secondo Wim Wenders l’unica cosa che univa le due Berlino, sventrate dal muro, era il cielo. Per questo decise di intitolare il suo capolavoro del 1987 facendovi riferimento. Non è quindi casuale che anche Militantropos, documentario ucraino presentato al Festival di Cannes 2025, si apra e si chiuda con immagini celesti. Le due Ucraine, quella libera e quella occupata, condividono le nuvole, il vento, l’azzurro e il grigio; tutto il resto dell’una è alieno all’altra.

Yelisaveta Smith, Simon Mozgovyi e Alina Gorlova, registi di Militantropos, nella lente di Stephanie Cornfield
Attraverso questo viaggio documentaristico è possibile sbirciare da vicino una delle pagine più nere e fondamentali della contemporaneità, carpendone la portata storica attraverso la piccolezza delle azioni, dei gesti e delle situazioni mostrate al suo interno.
Militantropos e la natura della guerra

Innanzitutto una precisazione: Militantropos nasce dagli sforzi del Tabor Collective, un gruppo di cineasti ucraini; il lavoro è condiviso e frutto di sforzi complessivi. Pare necessario sottolineare questo dettaglio, perché il film dimostra una spaventosa coerenza artistica, assolutamente non scontata vista la coesistenza di numerose voci dietro la macchina da presa.
Come già detto, Militantropos inizia con il cielo: plumbeo, carico dei fumi dell’artiglieria pesante e riflesso delle condizioni di chi vi abita sotto. La fotografia e il sound design immediatamente catapultano lo spettatore in quelle terre martoriate, con un’efficacia unica. Lentamente, dal cielo coperto, la camera si abbassa rivelando una colonna nera collegata alla volta celeste come fosse un’enorme nuvola capovolta: è impossibile capire dove finiscano le fiamme e dove comincino le nubi. Sotto ancora, lo scheletro di una foresta. Infine un uomo, che osserva la scena con lo sguardo rivolto verso l’alto.
Qualche istante dopo, appare il titolo: Militantropos, con tanto di spiegazione filologica del termine. Milit: soldato, antropos: essere umano. Attraverso una vera e propria definizione da dizionario il titolo significa: “identità creata dagli esseri umani per convivere con la guerra.” L’inclusione di questa didascalia indica i due principi fondamentali coi quali leggere l’intero film: da un alto il suo approccio da documentario naturalistico, nel quale la camera riprende “di nascosto” il comportamento di animali nel loro ambiente naturale, dall’altro l’idea che gli autori volessero dimostrare quanto il comportamento dell’uomo possa cambiare anche in modi grotteschi e impensabili se esposto a condizioni di vita estreme.
Sul primo punto va aggiunto che l’intero film presta una particolare attenzione a immagini e attività concernenti la natura: uomini e donne intenti a ripiantare orti bombardati, scene al limite del bucolico con immensi campi di fiori iniettati di sangue, il modo in cui gli alberi si muovono in reazione all’esplosione di colpi nelle vicinanze. Concentrandosi sulla natura, i registi Yelisaveta Smith, Simon Mozgovyi e Alina Gorlova non fanno che dimostrare la totalità della guerra: quando anche inquadrando il picnic di due bambine le macchie di fragole fanno immediatamente pensare a materia viva e umana, allora diventa chiara la pervasività del conflitto nella vita quotidiana.
Non c’è un’inquadratura che non si ricolleghi in qualche modo alla guerra, dal frenetico ronzare delle api negli alveari che ricorda la smania delle persone accalcate sui binari pronte ad espatriare, fino alle piante delle piantagioni disposte come le lapidi dei cimiteri provvisori. In Militantropos tutto parla di morte.
Militantropos e la società della guerra

Ciò che più colpisce di Militantropos sono indubbiamente le immagini dal sapore più classicamente narrativo: stralci di conversazioni che sembrano scritte apposta per essere riprese, situazioni al limite del grottesco, brevi storie che ci scorrono davanti. Non vi sono personaggi ricorrenti, né tantomeno voci narranti, eppure la cura con cui sono riprese certe situazioni farebbe pensare ad un’organizzazione fatta di movimenti pensati e provati prima del ciak.
In questo senso Militantropos dialoga apertamente con il cinema di Sergei Loznitsa, autore del meraviglioso Donbass (2018), uno sguardo sprezzante e crudele sulla quotidianità e la geopolitica della regione dopo il conflitto separatista iniziato nel 2014, che ha gettato le basi per l’estesa guerra che sta interessando ora l’intera Ucraina. Loznitsa è solito creare situazioni surreali per poi renderle tangibili attraverso la violenza efferata nella quale sfociano. Stessa cosa fa Militantropos, ma senza essere un film di finzione: forse per questo fa ancora più paura.
Alcuni passaggi ricordano invece la lucidissima tesi presentata dal palestinese Elia Suleiman ne Il paradiso probabilmente (2019): certi simboli assumono diverso significato a seconda del luogo in cui vengono espressi; un carro armato per le strade della Cisgiordania indica l’occupazione israeliana di quelle terre, mentre un carro armato in centro a Parigi indica lo svolgimento di una parata militare, senza nessun pericolo per i civili coinvolti. In Militantropos carri armati in centro a Kiev, filo spinato nei parchi pubblici, folle di cittadini intenti a farsi selfie con l’artiglieria abbandonata dal nemico, sottolineano l’assurdità del comportamento umano in contesti di fortissima pressione.
Quando ad un tratto ci troviamo a spendere interi minuti nel buio totale di un bunker sotterraneo, accompagnati dalle conversazioni dei suoi residenti e dall’occasionale luce degli occhiali a infrarossi, ci appare chiaro come al centro di Militantropos stia soprattutto la resilienza. L’essere umano è capace di adattarsi a qualsiasi ambiente pur di sopravvivere, capace di dare nuovo senso ai gesti più comuni per sopperire alla mancanza di senso in ciò che lo circonda. È invece incapace di rintracciare questa sua evoluzione, almeno non nel momento stesso in cui essa avviene.
Per questo documentari sobri e “scientifici” come questo sono tanto importanti: hanno la capacità di rifletterci addosso ritratti onesti, non deformati da uno specifico punto di vista e tuttavia in grado di cogliere le contraddizioni che consentono al genere umano di esistere anche davanti all’orrore più assoluto. Non è cosa da poco saper rinunciare alla facile retorica di tanti documentari di guerra, rimanendo comunque solenni.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
