I traumi sono una trappola del tempo, un intralcio del marchingegno che regola il nostro scorrere quotidiano. Mo Papa, opera seconda della regista estone Eeva Mägi, in Concorso al 43° Torino Film Festival, cerca di riparare quegli orologi umani, il ticchettio fermo sempre allo stesso orario, bloccato in ritardo da quelle stesse lancette che abbiamo sempre chiamato amorevolmente mamma e papà.
Mo Papa, fuori dalla prigione, dentro la colpa

Occhi affranti, testa rasata con la capigliatura folta e lunga dietro, Eugen (Jarmo Reha in stato di grazia, che ricorda un estone Jurij Borisov per fisionomie e scorci) esce dal carcere dopo dieci anni travolto da una spessa coltre di neve, il gelido e bluastro freddo dell’Estonia tutto attorno. Quando ritorna a casa una targhetta vintage lo accoglie su un muro spoglio: «Che cos’è la casa senza mamma?». Ma Eugen la stacca senza esitazione, perché sua mamma non c’è più, ha iniziato a non esserci quando l’ha abbandonato da piccolo in un orfanotrofio, e non è esistita più una seconda e definitiva volta da quando è morta suicida poco dopo il suo arresto.
Un incidente, dice lui, era ancora un bambino, ha chiuso suo fratello minore in una stanza per troppo tempo, è arrivato troppo tardi a tirarlo fuori. E ora entrambi, madre e figlio, giacciono sotto la stessa tomba, la stessa lapide, a cui Eugen non tarda a portare candele e ceri, sotto la neve. Al suo rilascio neanche i giornali mancano di titolare che «il mondo non è forse più un posto sicuro» sapendolo a piede libero.
Ciò che non è rimasto sepolto in Mo Papa è infatti proprio il senso di colpa di Eugen, che emerge pesante in quegli occhi inquieti ma insicuri, «un’aria da duro» solo apparente (di nuovo l’interpretazione magnetica di Jarmo Reha), il trauma di non essere mai riuscito ad andare avanti, alimentato da chi, con sguardo sprezzante e perentorio, ha continuato a considerarlo responsabile. «Non è colpa tua», la cosa più bella che gli sia mai stata detta.

Ian McEwan in Espiazione raccontava intorno a questi orizzonti le tante versioni inaffidabili della storia di Briony, soltanto una bambina, ma colpevole di un atto d’accusa, anche se non poteva (forse) allora rendersi conto, per fraintendimento, per un immaturo giudizio morale o conoscitivo. Scrive McEwan che «aggrappandosi forte a ciò che credeva di sapere, limitando il raggio delle sue riflessioni, reiterando la testimonianza, solo così era in grado di bandire dai propri pensieri il danno di cui vagamente sentiva di potersi rendere responsabile»1. Quali sono allora veramente le colpe che scegliamo? Fino a che punto la volontà si trasforma in aggravante? E con quale limite l’incoscienza può diventare invece una giustificazione?
Così Eugen in Mo Papa non sa che farsene della libertà appena conquistata fuori dal carcere, non può esistere per lui nessuna realtà senza un senso che riordini i ricordi mancati, le memorie interrotte. Eugen è stato abbandonato in orfanotrofio perché concepito troppo presto, da un padre 17enne e per questo incapace di assumersi quella responsabilità totalizzante. Non è mai stato ripreso, mai reclamato da nessuno, anche se la vita nel frattempo è andata avanti, per tutti, senza di lui.
Persino per i due soli amici rimasti, Stina (Ester Kuntu) e Riko (Paul Abiline), legati inevitabilmente dall’orfanotrofio, l’unica realtà che Eugen ha mai conosciuto insieme a quella carceraria, possiedono vite assestate, ricostruite, consolidate. Vi entra in comunicazione solo per framemnti attraverso suoni, versi, fischi, fino a quando almeno non ritorna un nuovo attacco di panico, il risveglio del passato che si credeva superato. Per Eugen quel padre (Rednar Annus), che dà anche il titolo al film, però esiste ancora, è nei paraggi, un orologiaio assorto nel suo lavoro, che lui è deciso a incontrare, avvicinandosi in un modo che spera possa disinceppare il trauma.
Mo Papa, un’opera seconda che accade nelle distanze

Mo Papa è un cinema di dettagli aspri, di sguardi transitori, che capitano e accadono, in una narrazione erratica di spontaneità quasi documentaria, un osservatorio sul mondo della colpa e del trauma, che, come spiega la regista Eeva Mägi nelle note di regia, lascia libera la scena di dispiegarsi in autonomia, senza scritture prestabilite o preconfezionate.
Dopo un ricco percorso di cortometraggi, Mägi continua sulla traccia iniziata con Mo Mamma, dove la particella iniziale “Mo”, espressione più affettuosa che possessiva dell’italiano “mio/mia”, indica anche una tendenza, un approccio, a fare dello sguardo intimistico e autobiografico un racconto più universale. In quell’esordio Mägi raccontava del rapporto spirituale, travagliato, quasi ancestrale, di una figlia con la madre, una visione prossima alla performance, di inventiva amniotica e onirica che ricordava già la straordinaria potenza filmica dell’esordio inglese Hoard, presentato a Venezia 80.
In Mo Papa la figura genitoriale viene invece sostituita da un padre assente, lasciato da parte, che l’imminenza corporea non l’ha neanche ritenuta possibile, una persona che è diventata «normale» ma che abita ancora le proprie ferite più profonde e mal sanate. Per questo Mo Papa risulta un’opera seconda più asciutta, imperfetta, forse un po’ troppo descrittiva e arrangiata per riuscire a evocare con la stessa forza del suo personaggio il dramma che si propone di raccontare. La fascinazione di Mo Papa è tutta infatti in quelle distanze cinematografate attorno all’atto del guardare: sbirciare dietro gli angoli delle strade, la stessa stanza, la stessa festa, l’incolmabile consapevolezza di non avere mai parlato, neanche per immagini, al proprio padre.
Così struggono allo stesso modo in Mo Papa le chiamate senza risposta in cui Eugen lascia al padre in segreteria un puntuale bollettino meteo: premurarsi dell’altro, di varianti di vento e gelo, di cui, nel silenzio frastornante dell’ennesima conversazione rimandata all’infinito, segnarsi soltanto ogni volta le temperature massime e minime come coordinate numeriche della prossima inutile giornata di vuoto. Mo Papa racconta di famiglie che rappresentano il più grande patrimonio sentimentale e traumatico da ereditare, da gestire alla meglio, ove possibile. Eugen sogna ancora il Brasile, di partire lontano, di ripartire daccapo. A quel punto i giornali titolerebbero «Eugen se n’è andato, non dobbiamo avere paura», non può fare così paura un nuovo ticchettio che è appena ripartito.
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- Ian McEwan, Espiazione, Einaudi, 2015, p. 178 ↩︎
