Da dove si può anche solo iniziare a raccontare David Bowie? Qual è il modo corretto di omaggiare una figura così larger than life? Popstar, attore, pittore, artista a 360°, protagonista di mille vite differenti: chiudere tutto ciò in un semplice percorso da A a B sarebbe quanto di più limitante e limitato si possa immaginare. È proprio la potenza dell’immaginazione, allora, a farla da padrone in Moonage Daydream: presentato a Cannes nel 2022, un esplosivo, luminoso, travolgente docu-film che lascia il timone della narrazione alle immagini, alla musica e alla personalità unica del Duca Bianco. Ora disponibile su MUBI.
Moonage Daydream: fantasia al chiaro di luna

Moonage Daydream prende il nome dall’omonimo brano di The Rise and Fall of Ziggy Stardust from Mars (1972), l’album che lanciò definitivamente nell’immaginario collettivo il personaggio di Ziggy Stardust, a lungo alter ego di Bowie. L’espressione moonage daydream non ha un vero corrispettivo nella nostra lingua, e può essere grossomodo tradotta come fantasticheria (o sogno ad occhi aperti) lunare: non c’è altro modo di descrivere Moonage Daydream.
Diretto da Brett Morgen, già regista di documentari su Kurt Cobain (Kurt Cobain: Montage of Heck, 2015) e sulla primatologa Jane Goodall (Jane, 2017), Moonage Daydream, più che un documentario nel vero senso della parola, è un viaggio allucinato nel percorso artistico di Bowie, che si apre e si chiude proprio su quella Luna che gli dà il titolo, nonché primo docu-film autorizzato ufficialmente dagli eredi dopo la sua morte nel 2016.

Chi si aspetta quindi un prodotto informativo classico potrebbe rimanere deluso. Scordatevi voce narrante e talking heads: attraverso un gran numero di clip, video di repertorio, interviste, spezzoni di concerti, fotografie, Moonage Daydream è un caleidoscopio di luci, colori, forme, un’esperienza cinematografica psichedelica nata con il preciso obiettivo di trascinare lo spettatore nell’estro creativo di Bowie e il suo sguardo sull’arte, sulla musica e sulla vita.
Si potrebbe obiettare che non aggiunga nulla di nuovo rispetto al pubblico dominio, per chi conosce già l’uomo e il cantante. Non è però l’obiettivo di Moonage Daydream: attraverso un montaggio frenetico dei materiali dagli archivi personali di Bowie stesso, Morgen travolge lo spettatore con uno spettacolo visivo e creativo dinanzi al quale è semplicemente impossibile restare impassibili; i 140′ di durata, che possono sembrare tanti per un prodotto del genere, semplicemente, volano. Spettacolo a cui è purtroppo limitante assistere da un semplice PC o da una televisione: girato in formato IMAX, Moonage Daydream riempie occhi e orecchie meritando lo schermo più grande possibile (e purtroppo in Italia ha ricevuto una distribuzione estremamente limitata di tre giorni, come film-evento).
Il caleidoscopio di colori e temi di Moonage Daydream

Moonage Daydream segue un approssimativo ordine cronologico, dai primi passi di Ziggy Stardust, passando per gli anni del Duca Bianco, del periodo berlinese, fino agli ultimi anni di carriera. La parola è lasciata a David Bowie stesso, quando a farlo non sono le immagini, che racconta la sua visione della vita, dell’arte e dell’amore. C’è molto spazio per il Bowie artista appassionato, dalla pittura al cinema, passando per la danza e il teatro: componenti di un fervente processo creativo multiforme, che avrebbero definito un performer unico nel suo genere, inframezzate da sequenze di film d’epoca visionari e di rottura come Bowie stesso (Metropolis, Nosferatu, 2001: Odissea nello Spazio…) e da scene di suoi film come Labyrinth.
Moonage Daydream si apre con una citazione di Nietzsche sulla morte di Dio, e sull’uomo che non riesce a riempire il proprio vuoto dopo averne preso il posto. David Bowie si interroga ripetutamente sull’identità in continua costruzione e decostruzione: una logica del divenire di personaggi come Ziggy, che si abbatté come un tornado sulla scena pop britannica. Una figura cult, tremendamente affascinante e accattivante nella sua apparenza unica, simbolo di una libertà senza confini a livello creativo, artistico e anche relazionale: il dibattito sulla sessualità del cantante inglese ha il suo spazio, rapportato soprattutto all’incredibile ascendente che esercitava senza distinzioni su uomini e donne.
Lo Starman è una figura ultraterrena, androgina, che sconvolge le categorie umane abituali e che Bowie vive appieno ardendo come il Sole, e cambiando nel momento in cui si consuma – la luce che arde con il doppio dello splendore brucia per metà tempo, si diceva in Blade Runner.

Nel viaggio attraverso i mille volti di Bowie, viene dunque da chiedersi dove fosse l’io sotto tutte queste maschere, o se fossero le maschere stesse a crearne l’identità, che si manifestava di volta in volta con una nuova forma espressiva, rappresentate da quegli occhi così diversi e così particolari e a cominciare da quello stesso pseudonimo, scelto come maschera prima. L’amore ne fa parte: a lungo reticente sull’argomento, non vengono menzionati ad esempio il suo primo matrimonio con Mary Angela Barnett, né il figlio Duncan; trova spazio invece la seconda moglie Iman, suo grande amore che l’avrebbe accompagnato fino alla morte.
Vediamo Bowie evolvere nel corso degli anni e raccontare la propria prospettiva sul passaggio del tempo, sul significato di eredità e di mortalità, lasciando narrare le sue riflessioni, che non necessitano di alcun ulteriore commento. Da quel bisogno insaziabile di rottura alla maturità dell’età, quello che rimane sempre costante è la sua inimitabile spinta creativa: l’importanza di prendersi quel rischio, di abbandonare le proprie certezze, di perseguire le proprie passioni e di spingersi sempre un po’ più in là, per essere eroi, anche solo per un giorno.
Morgen forse non si prende rischi, scegliendo la forma del film-omaggio, ma non è mai stato il suo scopo quello dell’inchiesta, o di fare luce sulle controversie. Non c’è molto di David Robert Jones in Moonage Daydream, ma c’è un appassionato e accorato ritratto della poetica multiforme e dionisiaca di David Bowie. I fan assisteranno a una celebrazione travolgente del loro idolo, chi lo conosce meno aprirà una porta sull’anima di uno degli artisti più istrionici dei nostri tempi: probabilmente è davvero questa la via più efficace di portare su schermo una figura talmente unica nel proprio genere, piuttosto che rinchiuderla nei freddi confini di una narrazione ordinata e definita.
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