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My Octopus Teacher

My octopus teacher, il documentario premio Oscar da non perdere

Più di un documentario naturalistico

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6 minuti di lettura

Sfogliando distrattamente il catalogo Netflix My octopus teacher (tristemente tradotto in italiano con il titolo di disneyana memoria Il mio amico in fondo al mare) potrebbe sembrare poco più che un documentario naturalistico che ritrae la vita sui fondali marini. Tuttavia il film –fresco vincitore dell’Oscar per il miglior documentario – a uno sguardo più attento mostra un approccio distante da quello naturalistico, che si avvicina invece a un vero e proprio viaggio interiore.

Il riavvicinamento all’oceano

My octopus teacher

Craig Foster, unica voce narrante del film, è un regista documentarista sudafricano che sta attraversando un momento di profonda crisi creativa e professionale. Riflettendo sul suo lavoro, sul suo passato e sui suoi incontri, capisce di voler tornare in armonia con la natura e stabilire un contatto profondo con l’elemento che per lui è stato una costante fin dall’infanzia: l’oceano e la foresta di kelp. Alla componente naturalistica si accompagna quindi un aspetto psicologico di riscoperta del sé che avverrà grazie a un incontro inaspettato.

Il suo primo tuffo in acqua è brutale e l’ambiente ostile, quasi a riflettere la difficoltà iniziale del viaggio di ritrovamento e lo stato d’animo del protagonista: l’oceano è mosso da forti onde, l’acqua è fredda, l’accesso al mondo oceanico è disseminato di ostacoli. Una volta tuffato in acqua però, il regista descrive un vero e proprio risveglio del corpo (e non solo) che darà vita a una ritrovata volontà di fotografare e riprendere immagini in movimento.

Quando si parla di film che portano su schermo esplorazioni subacquee il riferimento a Jacques Cousteau è diretto e quasi inevitabile ed è quindi chiaro che l’impianto di My octopus teacher – con  i suoi paesaggi marini ripresi nel dettaglio, con una particolare attenzione alle specie animali, i lenti movimenti dell’uomo nel suo processo di scoperta – è figlio della scuola del cineasta francese.

L’unicità di un rapporto a due dall’equilibrio precario

My octopus teacher

L’elemento che caratterizza My octopus teacher di Pippa Ehrlich e James Reed va però oltre, e risiede nell’attenzione verso un rapporto a due, quello tra Craig e un esemplare femmina di polpo a cui il regista si avvicina incuriosito e che decide di seguire nel suo quotidiano. Per quasi un anno l’uomo si immerge e nuota verso la tana del polpo, seguendo con interesse, partecipazione e affetto il suo ciclo di vita, cercando di non intervenire per alterarlo, anche nei momenti in cui sarebbe istintivo farlo. Di fronte a lui, un animale ogni giorno più aperto a interagire e fidarsi di lui, poiché mosso a sua volta da curiosità.

Chi osserva ha così l’impressione di assistere a un delicato equilibrio che potrebbe incrinarsi facilmente – e che in più di una occasione rischia di spezzarsi. Sta proprio in questo aspetto la duplice sfida del documentario, raccolta con successo dai due registi. Da una parte restituire l’intensità di un rapporto uomo-animale che non ha nulla della dinamica specista cui siamo spesso abituati, dall’altra dirigere un film che ruota intorno alla fiducia e all’intimità senza che l’apparato tecnico e produttivo intralcino la spontaneità del rapporto stesso.

Imparare da un polpo

Il documentario si muove tra paesaggi marini e costieri, le musiche riflettono l’armonia ritrovata e fanno da eco al richiamo del mare e delle onde, quasi come fosse un canto di sirene. Il ritmo della narrazione è dato dall’alternarsi di momenti giocosi di amore e condivisione – il rapporto con il polpo è un espediente per rafforzare il rapporto tra Craig e suo figlio – e vere e proprie sequenze d’azione che sembrano scritte da uno sceneggiatore esperto. I momenti in cui il polpo è protagonista di un serrato inseguimento ed elabora brillanti stratagemmi di fuga e mimesi per depistare uno squalo sembrano infatti scritti da una sapiente penna.

Si tratta invece del frutto di un’evoluzione stupefacente, quella dei cefalopodi, e di una complessità mentale unica nel regno degli invertebrati, che da sempre ha affascinato gli studiosi e gli appassionati di biologia marina perché, come affermato da Peter Godfrey-Smith nel suo Altre menti, “il polpo […] ha un corpo proteiforme, è tutto possibilità. […] Il polpo vive al di fuori della consueta separazione tra corpo e cervello”.

Al centro della narrazione di My octopus teacher c’è infatti la figura del polpo come animale da cui imparare (teacher, appunto) soprattutto l’importanza e la vulnerabilità della vita animale e di quella umana.


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Chiara Passoni

Nata e cresciuta a Milano, laureata in lettere ed editoria, appassionata e lavoratrice del cinema. Trovo nel documentario in tutte le sue forme e modalità il mezzo ideale per rappresentare, conoscere e riflettere sulla realtà.

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