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«Onward», la magia è ancora attorno a noi

Come ormai si sono – purtroppo o per fortuna – abituati a fare, dal 6 Gennaio gli italiani (o quantomeno gli abbonati) hanno potuto gustare Onward sulla piattaforma streaming Disney+, e solo brevemente al cinema. Ha comunque potuto sorprendere positivamente grazie a tante qualità, che lo rendono un film piacevole e, come sempre, anche molto formativo per grandi e piccini.

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«Onward» un film semplice, ma non banale

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Caricato su Disney+ poco dopo Soul, i confronti sono stati assolutamente immediati. Bisogna dirlo chiaramente: Onward non ha la straordinaria animazione di Soul e neppure la grandiosità filosofica dell’ormai osannatissimo nuovo Pixar, ma è proprio questa la sua forza. Onward si configura come un film volutamente semplice.

Il mondo è quello quotidiano. Salvo per il fatto che gli umani non sono umani, ma personaggi classici dell’universo fantasy (oltre ai due elfi protagonisti, centauri, manticore, ecc.) che si sono per così dire imborghesiti. Hanno smesso di essere creature “fantastiche” poiché con le moderne tecnologie la magia non serve più.

A cosa serve correre per un centauro, se ha una macchina velocissima? La leggendaria manticora non sa più volare poiché è troppo pigra per esercitarsi a volare, non le occorre più. La magia, però, risiede ancora nell’immaginario collettivo soprattutto dei ragazzi. Il maggiore dei fratelli ama giocare ad un gioco da tavolo, che trasporta lui e lo spettatore in un universo fatto di missioni, avventure, simili a quelle vissute in giochi come D&D. Ci sembra, così, di trovarci in una sorta di gioco di ruolo in cui noi dobbiamo essere nient’altro se non noi stessi. La magia diventa metafora della capacità di affrontare le nostre paure.

Il viaggio come crescita, un topos sempre attuale

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I giovani elfi adolescenti che fin da subito, per mimica e caratteristiche, conquistano lo spettatore, intraprendono una missione davvero particolare. Hanno la possibilità di rivedere per un giorno il proprio padre scomparso anni prima, ma occorre trovare una gemma per completare l’incantesimo. Così, il minore soprattutto, Ian, farà di tutto per poterlo vedere almeno una volta. Fin da subito tutto sembra ruotare intorno alla figura paterna, che i due hanno perso da piccolissimi e che Ian non ha nemmeno conosciuto. Un viaggio che, sempre in stile Doungeons and Dragons ti permette di stabilire un legame con il tuo compagno, non senza qualche divergenza.

Sappiamo bene che il viaggio come crescita è un topos letterario che, dall’Odissea di Omero in poi ha attraversato non solo la letteratura, ma anche il cinema e qualsiasi forma d’arte. La crescita in questo caso sarà duplice: Ian capirà di poter affrontare le proprie paure e allo stesso tempo si renderà conto di come riuscirci. Per tutto il film, infatti, lo spettatore è convinto che il focus sia trovare il padre. Finché con grande semplicità la vicenda ti svela la verità. Ian cerca a lungo una figura paterna, ma si rende conto, improvvisamente, che l’ha sempre avuta. Si rende conto che la vera magia non era nel riportare il padre a sé, ma in ogni momento in cui il fratello gli è stato vicino.

«Onward» e «Soul», opposti ma vicini

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In tal senso, Onward ha un aspetto fondamentale in comune con Soul: ci mostra come spesso cerchiamo di inseguire a tutti i costi uno scopo, convinti che sia la cosa più importante, quando se solo ci guardassimo intorno potremmo capire che ciò che desideriamo lo abbiamo già. Ian insiste, infatti, nello stilare una lista di ciò che dovrà fare, ma lo fa da un’unica prospettiva, pensando a come avere di più, senza, parafrasando Ernest Hemingway, provare a fare qualcosa con ciò che ha già.

Nella sua semplicità positiva, il film è fin troppo chiaro nel mostrare ciò che vuole dire e forse è maggiormente accessibile proprio perché ci ricorda gli universi di fantasia della nostra infanzia. Eppure, con grande crudezza tratta tematiche come il lutto, la perdita, la malattia, sulla quale a proposito del padre non tace riguardo ai tubi che lo tenevano al letto ed alla sofferenza del figlio di vederlo così, cosa mai fatta prima in un classico Pixar. Di fronte a difficoltà come queste, però, bisogna continuare a credere e non avere paura.

A questo punto il monito di Onward è piuttosto chiaro. Un mondo fatto di consumismo, in cui tutto si dà per scontato e che – come già brillantemente illustrato da Michael Ende in La storia Infinita – ha dimenticato la magia, ciò che davvero può salvarci è la famiglia. Ian impara a essere ciò che è grazie al fratello, a non avere paura di immettersi nel traffico durante la sua lezione di guida. Spunterà tutti i desideri sulla sua lista e smetterà di farne e sarà proprio questa la vera magia.


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