David Lowery è un cineasta dalla carriera non comune, fatta di polarizzazioni interne e di opposizioni radicali. Noto principalmente tra i cinefili come autore della scena indie americana grazie a film acclamati dalla critica come Storia Di Un Fantasma (2017), Old Man and the Gun (2018) e Sir Gawain e il Cavaliere Verde (2021), Lowery è anche un regista di cinema blockbuster perfettamente inserito nel sistema commerciale del cinema USA – come dimostrano i suoi lavori sui remake in live action della Disney, si veda Il Drago Invisibile (2016) e Peter Pan & Wendy (2023).
Nella filmografia di Lowery sono dunque insite tutte le contraddizioni del cinema a stelle e strisce, come arte VS prodotto commerciale, ermetismo VS didascalismo. Mother Mary, la sua ultima fatica, condensa tutte queste contraddizioni in un’opera che, mettendo in scena gli attriti interni al suo cinema e all’industria filmica americana, cerca di pacificarne ed esorcizzarne le tensioni interne, non riuscendoci necessariamente.
Mother Mary è stato distribuito nelle sale italiane da I Wonder Pictures dal 14 maggio 2026.
Mother Mary: racconto di santità, creazione, legami e fantasmi
Mother Mary (Anne Hathaway) è una delle popstar e icone musicali più potenti e famose del mondo: attraverso un’immaginario che si richiama alla santità cattolica, domina i palcoscenici di tutto il mondo con le sue sonorità a metà tra l’hyperpop di Charli XCX e l’autorialità di Taylor Swift. Mentre sta preparando il suo primo concerto dopo un’incidente che l’ha costretta a fermarsi, la donna vive un’esperienza ai limiti del paranormale che la costringe a raggiungere Sam Anselm (un’incredibile Michaela Coel), stilista di fama internazionale nonché sua ex-amica.
Il pretesto con cui Mother Mary arriva da Sam è quello di un vestito, quello da indossare nel suo nuovo concerto. L’incontro tra le due artiste ed ex-amiche (o ex-amanti?) prenderà una piega più personale e misteriosa quando le due si confronteranno non solo con il loro passato, ma anche con un’entità che infesta la loro vita e il loro rapporto.
Mother Mary è concepito interamente come un film di polarizzazioni: dalle protagoniste fino alla costruzione narrativa, dallo stile di messinscena fino a stili di recitazioni, tutto è duale e opposto.

Mother Mary è infatti formato in termini di struttura da due parti assai distinte tra loro: una metà costruita sui motivi dell’estetica e della narrazione gotica, fatta di palazzine diroccate e infestate da spettri, o da un passato ingombrante; l’altra fatta dell’estetica patinata tipica delle popstar, costruita su iconografie rielaborate in chiave laica e quasi blasfema – la popstar Mother Mary che dà il titolo al film sintetizza in sé l’iconoclastia di Madonna (richiamata perfino nel nome del suo alterego), il seguito religioso delle fan di Taylor Swift e l’aura spirituale di Florence Welsh di Florence + The Machines.
Opposte sono le due protagoniste: Mother Mary è una popstar, una diva la cui arte passa attraverso il corpo e la sua messinscena, la voca e la sua modulazione, una personalità pubblica e in vista marchiata da un’aureola che le cinge costantemente il capo; Sam, d’altro canto, è una stilista, una donna che crea più che con le mani con la sua mente, nascosta dagli occhi del pubblico e riconoscibile solo per ciò che realizza.
Con una mossa di casting assai intelligente, anche le attrici che interpretano questi personaggi richiamano tale dualità: Anne Hathaway è un’attrice americana e caucasica assai riconoscibile dal pubblico mainstream, vincitrice di un Oscar e affermatissima a livello produttivo; Michaela Coel – la cui incredibile carriera vanta due serie TV di culto: Chewing Gum (BBC Three, 2015-2017) e soprattutto I May Destroy You – Trauma e Rinascita (HBO, 2020), che le è valso anche un premio Emmy – è un’attrice afrobritannica più di nicchia, autrice di opere di culto, il cui volto è poco noto al grande pubblico.

La chimica tra le due attrici è uno dei punti di forza della pellicola, pur nella diversità dei loro personaggi e delle loro performance – molto fisica e dolente la prima, assolutamente magnetica e cerebrale la seconda. Il loro rapporto è l’asse portante portante di Mother Mary in tutti i sensi: non solo è attorno ad esso che si sviluppa la dimensione narrativa del film, ma è in esso che si può leggere più chiaramente l’operazione che Lowery cerca di portare avanti.
Se si conosce anche solo un poco la carriera del regista di Mother Mary diventa presto chiaro come le due protagoniste – così come tutti i dualismi estetici e narrativi presenti nella pellicola – impersonifichino le due carriere, quella hollywoodiana e quella autoriale, di Lowery; la pellicola così diventa un modo per il regista di esorcizzare gli apparenti dualismi, le fratture interne al suo corpus autoriale – trasfigurato all’interno del film in una storia di fantasmi, possessioni e riti sacrificali.
“Queste metafore sono estenuanti”

Se, nelle sue intenzioni, l’operazione di Mother Mary è chiara, sentita e dolorosa, non lo stesso si può dire dell’esperienza di visione della pellicola. È difficile, infatti, non rimanere sperduti durante la visione della pellicola di Lowery, la quale sublima le tensioni sentite dal suo regista in metafore, visive e non solo.
Gli astrusi dialoghi scambiati tra le due protagoniste nella prima parte del film fanno il paio con delle sequenze visionarie e ai limiti dell’astratto nella seconda: entrambi sono, infatti, accomunati da una certo ermetismo e da un senso di lontananza da qualsiasi forma di concretezza. L’impressione che si ha vedendo Mother Mary è quella di un’opera realizzata a uso e consumo del suo regista, che taglia completamente fuori il suo pubblico dalla sua sfera d’interesse.
Se è pur vero che il panorama del cinema (ma il discorso si può estendere a tutti i media) contemporaneo è piagato da forme estreme di didascalismo che non lasciano spazio ad alcuna forma d’interpretazione al pubblico, è pur vero che Mother Mary lavora sull’estremo opposto e altrettanto inefficace, ovvero quello di un film così chiuso in sè stesso da risultare irricevibile e inaccessibile a chi lo guarda. La stessa protagonista, dopo un intenso scambio col personaggio di Michaela Coel, confessa estenuata “Queste metafore sono estenuanti“. È davvero difficile, in quanto spettatori, non condividere questo sentimento durante la visione del film.

Allo spettatore resta una messinscena tecnicamente ineccepibile: una fotografia capace di far coesistere concerti al neon e con luci stroboscopiche a magioni gotiche infestate dai fantasmi, sequenze dai colori primari accesissimi e primi piani dove l’ombra fa da padrone; rimangono due performance straordinarie e completementari, in cui sia i corpi sia gli sguardi sanno regalare intensità e gravitas; rimangono intuizioni visive e momenti memorabili, come la scena di danza senza musica che pare una possessione demoniaca o il fantasma che, come in Storia di un Fantasma, è reso attraverso un pezzo di tessuto, al tempo stesso concreto e sfuggente, leggero e spazioso.
Oltre alla tecnica prodigiosa, però, Mother Mary non è in grado di tirare a sé il proprio pubblico. L’estremo ermetismo di storia, messinscena e dialoghi e l’assenza di concretezza sono ciò che, in ultima analisi, rende l’esperienza di visione del film di Lowery ostica e frustrante per lo spettatore. Se, per esempio, in Resurrection – altra pellicola recentemente distribuita da I Wonder Pictures – Bi Gan riesce a costruire un’opera che, pur nei suoi richiami interni e nelle sue citazioni colte, riesce ad attrarre lo spettatore curioso e poco pigro, la Mother Mary di Lowery non riesce a stimolare curiosità e l’attenzione degli spettatori tutti. Forse è in grado di catturare solo gli occhi e le orecchie.
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