Una scena del film Resurrection di Bi Gan, un viaggio onirico e fantascientifico nella storia del cinema e delle sue illusioni

TFF 43 – Resurrection, rianimare l’immaginazione

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Il cinema sta scomparendo, è una macchina organica ferita a morte dall’incapacità di sognare. Perché gli esseri umani hanno rinunciato all’immaginazione per scegliersi eterni e superare il tempo e il suo fisiologico cambiamento inarrestabile. Resurrection (Kuáng yě shídài) del regista cinese Bi Gan (Kaili Blues, Un lungo viaggio nella notte), vincitore del Premio speciale della giuria a Cannes 2025 e presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, è un’opera-mondo, un viaggio fantasmagorico dentro cento anni di storia del cinema, della Cina e delle sue illusioni, la possibilità ricolma di amore di immaginare ancora nuovi linguaggi.

Resurrection uscirà prossimamente nelle sale italiane distribuito da I Wonder Pictures.

Resurrection, il mostro del cinema sogna ancora

Una scena del film Resurrection di Bi Gan che intreccia la storia del cinema e della Cina nel corso di 100 anni

In un futuro prossimo la vita si propaga all’infinito, ma il costo di questa conquista è di non riuscire più a sognare. Solo i Deliranti si aggrappano agli ultimi residui di immaginazione, accettando un corpo decrepito e mortale. In un gesto estremo di compassione una donna (Shu Qi) resuscita uno di questi esseri mostruosi (Jackson Yee), dentro la cui schiena riposa al posto del cuore una sorta di primordiale proiettore che intreccia bobine di pellicola in movimento. Con l’idea di rianimarlo solo per un momento, il sogno del mostro risorge sullo schermo in due ore di vita futura che per il cinema e la storia della Cina moderna e contemporanea corrispondono a cento anni di illusioni e rivoluzioni.

Così quel mostro, in un gesto materico improvviso, risveglia i sensi anestetizzati dei suoi ricordi, riaccende gli occhi che hanno ripreso la sua esistenza per consegnarla a quelli degli altri. «Le illusioni provocano dolore ma sono incredibilmente reali» annuncia il Delirante. In Resurrection la storia del cinema è tutta lì, a guardarci prima che siamo noi a rivolgerle lo sguardo: dalle architetture acuminate dell’Espressionismo tedesco, fino ai viaggi nella Luna di Méliès, un treno che arriva in corsa in stazione come negli abbozzi pioneristici dei Lumière. Ma anche il noir dalle rarefatte tinte oceaniche su cui inscenare inseguimenti tra multipli giochi di specchi, i templi travolti dalla neve in cui gli spiriti buddhisti assumono sembianze umane in cerca dell’illuminazione.

Ad appena 36 anni e tre film realizzati, Bi Gan dà forma a un viaggio teorico e sensoriale al di fuori di ogni canone interpretativo classico. Resurrection vive infatti di un fluire continuo ed estatico di visioni e allucinazioni, che si rincorrono e si amano vicendevolmente man mano, in un travolgente incrociarsi di vissuti cinematografici, che lì, nella mente onirica, come comodi tableaux vivants, affondano le loro radici per rigenerarsi in un’inattesa replicazione di fantasmagorica sostanza.

Resurrection, per un corpo futuro del cinema

Resurrection di Bi Gan è un viaggio fantasmatico nei sogni e delle illusioni di 100 anni di storia

Resurrection sembra ripartire da dove ci aveva lasciato Holy Motors di Leos Carax, con il collasso di un’arte ormai priva di senso, di un dispositivo d’immagine in cui «non è rimasto più nessuno a guardare». In quel capolavoro postmoderno, la limousine, che portava in giro un trasformistico Denis Lavant per le strade non più affollate dei tanti generi che furono e che saranno, a fine giornata tornava a dormire, desolante, tra gli altri motori sacri parcheggiati in una rimessa notturna dal sapore industriale. Era la crisi testamentaria del cinema, l’atto di morte con cui certificarne sul feretro l’epilogo finale.

Ma in Resurrection il problema, sembra dirci Bi Gan, non dipende tanto da quella macchina organica e meccanica dal sapore crepuscolare, che pare, per come viene qui rappresentata, un malato terminale da lasciarsi spegnere e liquefare (un mostro gobbo, un Frankenstein assemblato con la suggestione della cera calda che si scioglie e si consuma costantemente). La questione è piuttosto l’incapacità di concepire e sognare una sua fisiologica trasformazione, dopo tutto quello che è già stato, l’abbandono di un paradigma consolidato per affacciarsi a uno nuovo, più attuale.

Come per i vampiri privi di orrore e ripugnanza di Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch, il tempo eterno dell’arte scorre, senza nostalgia, sotto i canini, che hanno visto tutto attraverso quel sangue gravido di immagini di cui si sono nutriti per l’intera storia del passato, tra letteratura e sontuosi concerti sinfonici (da Schubert a Shakespeare), ma che ora è rimasto senza più alcuna umanità.

La Storia che in Resurrection scorre per frammenti e capitoli (ognuno corrispondente a un senso percettivo diverso) rappresenta allora lo sguardo retroattivo su un processo evolutivo inarrestabile, che è alla disperata ricerca di una nuova rivoluzione estetica e sostanziale, come quella copernicana che ha sottratto il cosmo al potere gravitazionale dell’uomo, quella di Einstein che l’ha reso parte di una relatività particellare (con in mezzo le tante avanguardie dell’arte che su queste orme si sono via via susseguite). Perché il Novecento e i suoi miti si sono ormai definitivamente conclusi, i fantasmi delle nostre illusioni hanno bisogno di un nuovo modo di fantasticare. Qual è il futuro che stiamo dunque costruendo per questo cinema che deve ancora nascere?

Resurrection, illudersi ovvero salvarsi

Una scena del film Resurrection di Bi Gan, tratta dall'ultimo capitolo ambientato a Capodanno, in cui con un lungo piano sequenza racconta una storia d'amore e di vampiri

In uno dei segmenti centrali di Resurrection un truffatore si unisce a una bambina per arricchirsi con ingegnosi inganni fatti passare per poteri olfattivi soprannaturali: carte da indovinare solo annusandole, mentre in segreto, sullo sfondo, qualcuno suggerisce, fa capire senza parlare. Il loro imbroglio si annida oltre lo sguardo, nel controcampo che rivela sempre il riflesso di un altro, un linguaggio in codice decifrabile soltanto da chi l’ha inventato. È un trucco persistente dentro l’immagine che nel cinema costituisce il segreto di ogni inquadratura, più reale per chi la guarda rispetto a chi l’ha girata, perché nasconde tutto ciò che sta dietro quell’illusione: un regista che ne muove i fili invisibili come un abile prestigiatore.

«Sono vivo da secoli, ma da secoli non so ancora qual è il senso di tutto» dice il mostruoso Delirante. È proprio ciò che fonda quel rapporto erotico e perverso che riunisce in un’unica sostanza chi riprende e chi osserva. La sospensione dell’incredulità che anche in Resurrection davanti allo schermo permette di accettare come esistente e verosimile un’immagine che in realtà non esiste, che rimane in qualche modo sempre incomprensibile e inafferrabile. Per tornare a sognare, il cinema deve allora accettare le sue illusioni sempre come vere, inventandone di nuove, come un mago proveniente dal suo futuro.

Così nell’ultimo capitolo di Resurrection un ipnotico piano sequenza ininterrotto ricama insieme mezzi e funzioni del contemporaneo (un time-lapse accelerato che contiene sullo sfondo in parallelo una proiezione di L’Arroseur arrosé a velocità normale, lo stesso fluttuare libero nello spazio e nel tempo che nel precedente Un lungo viaggio verso la notte perdurava per oltre 59 minuti in 3D).

La macchina da presa si apre sulla notte arrossata di un Capodanno a cavallo del secondo millennio, una storia di vampiri, gangster e amori in cui struggersi alla Wong Kar-wai. Come nel finale de Gli Amanti del Pont-Neuf (e ancora prima de L’Atalante di Jean Vigo) una chiatta avanza verso l’alba ormai imminente. Al sorgere del sole si smetterà di sognare per tornare a dormire. Solo in quell’altrove ancora confuso, al di là dell’orizzonte, il futuro del cinema potrà essere in salvo. Accettare che «siamo stati tutti un cadavere nella Storia» e da lì risorgere come una fenice capace ancora di illudersi delle proprie immagini: l’inganno necessario per continuare a vedere.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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