Sono passati trent’anni dal cult di Trainspotting: l’invito proverbiale a scegliere la vita, l‘urlo sporco ed esplosivo di una generazione degli strati più bassi della middle class che sognava scanzonata di fuggire e ribellarsi alla propria epoca. Ma trent’anni dopo chi sono diventati i nuovi giovani? C’è ancora spazio per loro per sognare?
Presentato alla Quinzaine des cinéastes a Cannes 79, I See Buildings Fall Like Lightning è il grande ritorno della regista inglese Clio Barnard, che dopo The Arbor, Il Gigante Egoista, Dark River e Ali & Ava – Storia Di Un Incontro, realizza ancora una volta un film dall’impianto fortemente partecipativo e empatico, il realismo sociale vicino alla vita, ai personaggi disillusi della working class, alla consistenza delle loro insidie quotidiane.
I See Buildings Fall Like Lightning, l’amicizia corale come forma di sopravvivenza
Patrick (Anthony Boyle), Shiv (Lola Petticrew), Rian (Joe Cole), Oli (Jay Lycurgo) e Conor (Daryl McCormack) sono cinque amici d’infanzia cresciuti nello stesso quartiere popolare di Birmingham. Come tanti coetanei hanno sperimentato la vita, marinato la scuola, sognato in grande un futuro possibile. Ma si ritrovano ora trentenni, ancora alla ricerca di un posto e un’esistenza che sia per loro sopportabile, che vinca in qualche modo ogni altro impeto autodistruttivo.

I See Buildings Fall Like Lightning, un titolo lungo quanto evocativo, slitta da un personaggio all’altro, l’inquadratura 16mm stretta sul volto di ognuno. Chi ha già due figlie, chi aspetta la prima, chi si è trasferito nella grande capitale londinese, ha raggiunto la big life ma ne è stato risucchiato, senza la sua famiglia affettiva e le sue radici originarie. Il gruppo dei favolosi cinque – attori tutti straordinariamente in parte, insieme a comprimari e comparse scelti direttamente dalle comunità locali – si riunisce però ancora attorno a quell’amicizia corale, con le feste prolungate oltre l’alba, le stesse droghe di sempre, lo stesso modo di capirsi, salvarsi e pensarsi anche quando tutto il resto del mondo sta dormendo.
«Come quando eravamo bambini». «Perché non lo siamo più?» chiede Rian. «Una fottuta tragedia» gli risponde Shiv. Subito dopo la notte, al loro risveglio, ad aspettare i protagonisti di I See Buildings Fall Like Lightning ci saranno infatti bollette, prestiti, lavori precari e salari insufficienti, i propri riflessi su ampie vetrate di grattacieli vertiginosi in cui osservarsi invecchiati e diversi, la salute mentale che inizia a vacillare in silenzio.
I See Buildings Fall Like Lightning, il tempo esausto della crescita
Clio Barnard, icona di quel cinema inglese ibrido, che immerge la finzione nella specificità del reale, sublimando la pura verità documentaria, racconta in I See Buildings Fall Like Lightning del come i giovani hanno perso, sporcati di realtà, quella stessa illusione gentile e senza cattivi che caratterizzava, prima di crescere, anche Un Anno di Scuola di Laura Samani. La regista triestina, quest’anno a Cannes in giuria Un Certain Regard, traslava in avanti il romanzo omonimo di Stuparich, nei primi anni 2000, anticipando e tagliando fuori quella crisi tutta contemporanea in cui la crescita è diventata accelerata e ipercinetica, i bambini si sono ritrovati precocemente adolescenti, i ventenni già trentenni.
Anche I See Buildings Fall Like Lightning, come Samani, parte da un romanzo, il secondo omonimo di Keiran Goddard, adattato da Enda Walsh, ma che, a differenza di Un anno di scuola, contiene già in sé stesso un nucleo più recente e attuale, perché pubblicato soltanto nel 2024 (in Italia nel 2025 da E/O), e dunque immerso fin dal principio, in quel caso in lunghi monologhi intrecciati, in un oggi corrente che non ha ancora fatto i conti con il proprio passato ormai esausto e che, per la troppa prossimità, non può ancora evadere in un altrove temporale.

In fondo, ognuno dei cinque amici di I See Buildings Fall Like Lightning si relaziona in modo diverso con il tempo: per Oli è distorto sotto il filtro dello sballo e della festa; per Rian, nella sua nuova ricca dimora, non sembra scorrere affatto; per Conor è una scadenza da tenere sotto controllo; per Patrick un quadro politico più ampio di cui è difficile fare parte; per Shiv, all’opposto, un insieme di attimi da godere al massimo. Ma per tutta quella generazione nel suo complesso, rimasta senza più riferimenti, come la Julie de La persona peggiore del mondo e l’Anders di Oslo, August 31st, la vita scorre immaginandosi parallelamente a se stessi, il tempo deformato dal cinema stesso.
I See Buildings Fall Like Lightning usa infatti il montaggio alternato per manipolare e segmentare ulteriormente quest’idea di tempo, per interconnetterlo all’apparente spensieratezza di sempre: i palazzi del titolo collassano, in una frazione di secondo, giù nella polvere e nel fumo come per un glitch temporaneo dei ricordi, mentre dall’altro lato si accosta, sempre nello stesso luogo, la costruzione, in time-lapse, di nuovi appartamenti di lusso, le date e gli orari alla periferia dello schermo che corrono velocissime in sovrimpressione. In mezzo a quello scarto di montaggio rimane intrappolato nello sguardo il momento traumatico in cui passando dall’uno all’altro si è diventati trentenni all’improvviso, con tutto il carico di aspettative correlate.
Ma a essere crollata, ci dice I See Buildings Fall Like Lightning, è soprattutto l’idea che quegli edifici, quella promessa immobiliare, rappresentavano una riqualificazione sociale che non ha mai davvero preso avvio, perché nulla è stato costruito per garantire un futuro di successo alla classe operaia inglese. Anche in quelle condizioni I See Buildings Fall Like Lightning cerca la strada dell’empatia, perché ci sia sempre una nuova festa, come l’ennesimo e ultimo giro di birra ne Le Città di Pianura. Quel lusso pubblico, dice Keiran Goddard nella dedica finale, che è anche «l’unico lusso che conta davvero».
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