Il piccolo Andor Hirsch (Bojtorján Barabas) e il suo vero padre in moto per le strade di Budapest nel secondo dopoguerra, in una scena di Orphan di László Nemes, presentato in Concorso alla 82 Mostra del Cinema di Venezia

Venezia 82 – Orphan, cinema umanista per i dimenticati

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9 minuti di lettura

In Concorso alla 82a Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato l’ultimo film di László Nemes, giovane autore dell’Europa dell’Est che ha conquistato la fama con il bellissimo e brutale Il figlio di Saul, presentato a Cannes e vincitore del Grand Prix nel 2015. Nemes approda a Venezia con un film che si colloca, a livello storico, subito dopo il suo precedente: Orphan (Árva) racconta la dura vita in Ungheria nel secondo dopoguerra, sotto la dittatura comunista. La prospettiva scelta dal regista è quella di un bambino, un innocente che vede il trauma spezzare in mille frammenti la propria vita e la propria nazione.

Distribuito da Movies Inspired, Orphan arriverà prossimamente nelle sale italiane.

Orphan, il racconto di un popolo abbandonato a sé stesso

Orphan ha luogo in Ungheria e inizia quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando il piccolo Andor Hirsh (Bojtorján Barabas), a lungo creduto orfano, viene finalmente raggiunto dalla madre (Andrea Waskovics), ricomparsa dopo la guerra. Ci spostiamo poi nel 1957, all’indomani della fallita insurrezione antisovietica, con un Andor ormai più grande e consapevole del mondo che lo circonda. Il ragazzo cresce con la madre, nella speranza che il padre, ebreo deportato nei lager, possa un giorno tornare a casa. Una speranza fragile, destinata a spegnersi del tutto con l’ingresso di un altro uomo, Berend (Grégory Gadebois), nella vita sua e della madre: costui l’aveva aiutata durante la guerra e ora pretende qualcosa in cambio, da entrambi.

Bojtorján Barabas in Orphan di László Nemes interpreta il piccolo Andor Hirsch, un bambino innocente e candido sullo sfondo dell'Ungheria del secondo dopoguerra

Orphan racconta la terribile storia del blocco orientale dell’Europa: mentre il resto del mondo gioiva per la fine della guerra, a paesi come l’Ungheria non veniva data la possibilità di ricominciare da capo. La dittatura sovietica avvolse l’Est Europa in un blocco d’ombra, isolandola a lungo dal resto della civiltà e togliendo ogni libertà di espressione. Nemes porta avanti una narrazione personale e al contempo nazionale, in un modo che ricorda vagamente Io sono ancora qui, ma con un impatto ancor più brutale, visto il protagonista bambino. Il giovane interprete di Andor possiede uno sguardo pieno di candore e innocenza, che ci auguriamo possa sopravvivere anche in un tempo e in un luogo così ostili.

Il regista ha dichiarato di aver voluto raccontare questa storia poiché è rappresentativa dell‘infanzia del padre. Per Nemes, rielaborare il racconto è stato un modo di affrontare il trauma di una nazione, ma anche un dolore personale che sentiva riecheggiare dentro di sé senza mai essere riuscito a comprenderlo del tutto.

Orphan, racconto di formazione di carattere e nazione

Cast di Orphan red carpet Venezia 82
Andrea Waskovics, Bojtorján Barábas e Grégory Gadebois durante il red carpet di Orphan.
Credits Jacopo Salvi La Biennale-Foto ASAC

L’Ungheria cresce sotto il blocco sovietico, e Andor cresce con lei. La vita del protagonista, le sue scelte e le sue illusioni riecheggiano quelle della nazione. Andor vuole sembrare sicuro di sé, proteggere la madre, trovare un’indipendenza e coltivare la speranza di un ritorno del padre, ma resta pur sempre un bambino. Non è in grado di stare sulle proprie gambe e vive in un mondo di adulti che gli comandano cosa fare. Allo stesso modo l’Ungheria, così come gli altri paesi dell’Est europeo, era piegata alle imposizioni di Stalin.

La componente propagandistica occupa una grande porzione di Orphan: non balza mai esplicitamente all’occhio, ma è sempre presente sullo schermo. La splendida fotografia mostra ambienti asettici in cui i personaggi conducono la loro vita quotidiana, con il rosso come unico colore preponderante, una costante che permea le vite dei protagonisti senza che essi stessi ne siano pienamente consapevoli. La regia alterna i piani stretti che sottolineano la claustrofobia degli interni spogli e poveri alle strade di Budapest in festa per il Primo Maggio, tappezzate di poster che esaltano il regime stalinista. Così Nemes restituisce la duplice realtà dell’epoca: quella pubblica, civile, costretta a mostrarsi entusiasta del regime, e quella privata, nascosta e dolorosa.

Quando Andor scopre la verità sull’uomo che si è imposto nella vita sua e di sua madre, il suo fragile mondo interiore va in frantumi. Quelle poche certezze che lo avevano accompagnato fino ad allora scompaiono di colpo. La ricerca di identità di Andor non è soltanto quella di un bambino, ma quella di un’intera nazione. All’inizio incapace di accettare le proprie radici ebraiche, per poi lottare e farle proprie. È la stessa storia dell’Ungheria e, più in generale, dei paesi dell’Est: antisemiti già prima delle leggi razziali di Hitler, e costretti dopo l’Olocausto a confrontarsi con la propria indifferenza.

Orphan, il trauma generazionale come ferita ancora aperta

Regista di Orphan red carpet
Il regista di Orphan László Nemes durante il red carpet del film.
Credits Jacopo Salvi La Biennale-Foto ASAC

In questo paesaggio frammentato i personaggi, così come le nazioni, devono fare i conti con l’assenza. Andor con quella fisica del padre che non torna, Sari (sua migliore amica) con quella mentale del proprio padre, rientrato dalla guerra ma ormai spezzato. L’imposizione di Berend nella vita di Andor è percepita come ingiusta, come se in un vuoto di potere fosse subentrata una nuova dittatura. L’uomo che invade la vita della madre non è altri che la trasposizione di Stalin, violentatore del corpo della donna e metafora della nazione.

Il messaggio finale di Orphan, dopo aver tracciato costanti parallelismi, è semplice e diretto: la violenza genera altra violenza. Quando Andor rifiuta Berend, la madre lo ammonisce: “Più lo odi, più gli somigli”. Nemes dimostra di aver compreso fino in fondo dove l’odio affonda le sue radici, e mostra la banalità del male che ha alimentato i grandi regimi dittatoriali del Novecento. Orphan eccelle nel proporre un messaggio di forte attualità nel clima politico odierno, Nemes si conferma un cineasta che usa la sua arte per lottare per i più deboli, gli emarginati.

Questo tipo di cinema è profondamente umanista: attribuisce importanza e cura al dettaglio di ogni vita. La Grande Storia viene spesso raccontata come narrazione collettiva, ma Nemes contrasta questa tendenza, caricando importanza e responsabilità sulle spalle dell’individuo. Rivivendo questa esperienza del passato, lo spettatore comprende come costruire ogni giorno un futuro migliore. Con Orphan, ciascuno diventa testimone del passato e pedina attiva del presente.


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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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