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Russian Doll Netflix

Russian Doll, la serie Netflix che non può morire

8 minuti di lettura

Spesso declinati in forma di commedia, o fatti propri dalla fantascienza, i loop temporali non hanno ancora smesso di affascinare. Osservare qualcuno incastrato nel vivi, muori, ripeti ci pone domande in cui di volta in volta (loop del pensiero) dobbiamo districarci, nel tentativo di capire cosa ne faremmo noi di quel tempo ripetuto e continuo. Un giochino sul crinale della filosofia, che Russian Doll ripropone in chiave seriale e con qualche innovazione.

La Serie TV Netflix ideata e interpretata da Natasha Lyonne si lascia divorare in poche ore, anche se si propone di restare nella mente del proprio spettatore un po’ di più. Almeno fino all’arrivo della prossima stagione, auspicata dalla Lyonne e confermata da Netflix.

Russian Doll, di loop in loop

Russian Doll Natasha Lyonne

Al centro del loop mortale di Russian Doll troviamo Nadia. 36 anni, capelli da Leone e un caratteraccio. È proprio il giorno del suo compleanno quando un auto la investe e lei “muore”. Giusto però il tempo di ritrovarsi viva 24 ore prima, nel lugubre bagno della sua festa di compleanno. Perché (e soprattutto come) sia accaduto tutto questo è il principale movente di Russian Doll, la quale svia di episodio in episodio ogni possibile teoria e così raggiunge ciò a cui tutti i prodotti streaming ambiscono: l’attenzione dell’utente (pardon, spettatore). A venire in aiuto di questa particolare Serie TV anche l’agile durata dei propri episodi, con una prima stagione di otto puntate da 24 minuti l’una.

Come Willy il Coyote

Russian Doll Netflix

La serie prosegue in accelerazione, aprendo più vie di risoluzione e a volte scivolando in spiegoni parascientifici di dubbio interesse. Per fortuna però Russian Doll è intrisa in un’ironia che invita a prendere sul serio tutto e a non credere a niente, seguendo in poche parole l’atteggiamento della sua stessa protagonista. Natasha Lyonne interpreta una Nadia mordace ed eccessiva, sempre sul limite tra il peculiare e il macchiettistico. Nella sua recitazione sembra riassumersi tutta l’esperienza dell’attrice (che non a caso il Guardian definì l’antidiva), la quale porta al limite la propria capacità di costruire con il volto espressioni di ispirazione cartoonesca. A tal proposito va sottolineato come accanto al thriller e, volendo, al dramma, Russian Doll affianchi una commedia. Più precisamente una dark-comedy di piacevolissima fattura.

La ripetizione della morte della sua protagonista depotenzia sicuramente quella tensione che è invece propria della maggior parte delle storie di questo genere. Alla domanda “riuscirà il nostro eroe a sopravvivere?” si sostituisce l’assurda pretesa del “vediamo se finalmente muore”, causando un’ironia paradossale che libera la serie da alcuni cliché.

Non è però solo satira sul rapporto tra vita e morte, ma anche un’interessante rivisitazione sul piccolo schermo dei più collaudati modelli di slapstick comedy. Russian Doll rivela a volte l’anima di un cartone animato, poiché si muore senza morire, si cade dalle scale, si sbatte la testa e si ricomincia. Così per decine di volte, come un Willy Coyote a cui esplodono bombe in mano.

Forma e contenuto, in loop

Russian Doll Serie TV

A rendere Russian Doll una serie di tutto rispetto è anche un utilizzo intelligente del linguaggio audiovisivo. Piani sequenza si allungano o spezzano a seconda del numero di morti a cui va incontro Nadia. Non è casuale che il primo incontro con questa sia proprio in un piano sequenza (il più lungo della serie) che andrà sempre più frantumandosi. Nonostante la brevità della prima stagione, lo sviscerarsi della trama intensifica gli eventi, rendendone la messa in scena sempre più ricercata.

In tal senso sarebbe quasi possibile dividere la serie in due, con i primi 4 episodi legati al tentativo di Nadia di comprendere cosa stia succedendo, e i successivi che affiancano Nadia ad un secondo protagonista, Alan (Charlie Barnett), mostrato in un montaggio alternato che dinamizza l’intera faccenda. L’exploit (senza fare spoiler) è nell’ultimo episodio, in cui l’alternarsi cessa a favore di un accostamento su schermo, con molteplici splitscreen a incrociare linee temporali e vicende.

Un gioco con le possibilità della narrazione audiovisiva, ma anche con il mondo della serialità, che, proprio perché realizzata secondo le singole unità degli episodi può permettersi di variare stile di volta in volta, dando proprio la sensazione di una morte e rinascita, di una fine e un inizio, continua.

Prove di riflessività

Russian Doll serie Netflix

Mostrando una cura rispettabile sul fronte dell’immagine, e così inaspettate chiavi di lettura, Russian Doll scavalca il proprio recinto di “serie minore” e fornisce strumenti utili per riflettere sullo statuto che guida molte Serie TV.

Se, infatti, in Russian Doll il ripetersi continuo di questi elementi si giustifica con la reiterazione di una stessa giornata vissuta dalla protagonista, in molte altre serie è semplicemente normalità, se non unico movente. L’eccesso di ripetitività di Russian Doll smaschera quello di tutte le altre serie, che per ragione di budget, o per assuefare il proprio spettatore, costruiscono un continuo schema di vivi, muori, ripeti potenzialmente infinito. Gli stessi spazi, personaggi, eventi e frasi sono al centro del cortocircuito che vive Nadia, ma anche la ragione di successo di molte serie. Partecipare al tentativo di porne fine ha così un effetto liberatorio, come se rendesse visibile lo schema alla base di ogni altro prodotto televisivo. In tal senso Russian Doll è quasi eversivo nei confronti delle sue “compagne di catalogo”, denunciandone la struttura dopo averne abusato.

Russian Doll Netflix wallpaper

Russian Doll non ha vantato l’attenzione mediatica di altri prodotti analoghi, nonostante abbia tutti gli elementi per essere apprezzata. Il piano della Lyonne vede la possibilità di una trilogia. Se Netflix ne permetterà la conclusione, e se ovviamente gli altri due capitoli rispetteranno le premesse, potrebbe essere l’occasione per un prodotto apparentemente minore (in termini di budget e copertura stampa) di concludere il proprio arco narrativo senza essere troncato in virtù di inaccessibili dati di visione.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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