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Intervista a Lav Diaz, “il mio cinema torna a casa in 16mm”

8 minuti di lettura

Giacca e pantaloni in Jeans, una pepsi mezza piena e cappellino nero; il più grande regista filippino del suo tempo sembra arrivato in metro da Brooklyn. Abbiamo incontrato Lav Diaz al Festival di Venezia 2022 e siamo partiti da When the Waves are Gone (la recensione), presentato Fuori Concorso e attacco diretto all’efferata presidenza Duterte. Un Noir reale e senza scampo, tragedia incapace di concedere catarsi. Secondo lo stile del regista, ci siamo presto trovati altrove, in balia dei grandi temi e con tutte le buone intenzioni per gridare contro potenti e indifferenti.

Riproponiamo le parole del regista, disponibili in video sul nostro canale YouTube, affiancandole alla foto esclusiva a cura di Stephanie Cornfield (@nomadicmirrors su Instagram) e scattata in occasione dell’incontro con Lav Diaz.

Photo by Stephanie Cornfield

Prima di tutto, grazie per il suo film, è davvero incredibile. Il film ha un’atmosfera noir, un genere specifico che incontra le necessità specifiche del racconto che ci parla delle sofferenze delle Filippine. Il risultato è una sorta di universalità che appare chiara in un Festival in cui persone diverse da paesi diversi riescono a percepire e capire il film e la sua specifica storia. Come è stato scritto e progettato? Perché lei ha detto che l’ha “progettato”. Come ha progettato questa complessità e come si raggiungono significati universali raccontando storie specifiche e locali? È semplicemente il potere e la verità della storia o è qualcosa che progetta sul set?

Entrambe le cose. La parte più difficile per me inizia con la ricerca del luogo: cerco i posti in cui voglio girare, non creo dei set. Nel pieno della pandemia, per il film sono andato nella parte più a sud delle isole Luzon, isole al nord delle Filippine, e mi sono recato nella parte sud. Osservando tutti i protocolli, sono entrato nel paese e l’ho esplorato per due mesi in cerca della location perfetta. Sono stato lì da Novembre 2020 fino a Gennaio 2021. Quando ho trovato tutto ciò di cui avevo bisogno, ho chiamato Bradley (produttore) e gli ho detto “gireremo in questa area del paese”. Mentre la seconda parte è la parte in cui mi sono dedicato alla scrittura quotidiana della sceneggiatura. Riguardo la tua domanda sul carattere universale della pellicola, certamente tutti noi affrontiamo le stesse difficoltà in tutto il mondo, specialmente ora. Abbiamo gli déi della democrazia, autocrati che impattano sulla vita di tutti come Putin, Trump e persone simili, Duterte, anche il figlio di Marcos. Sono dovunque. Tutto è ingigantito al tal punto che avviamo questo modo psicotico di vedere le autorità; o le amiamo o le odiamo. Abbiamo questa natura sadica dentro di noi e mi chiedo perché permettiamo che alcune cose accadono. Siamo già nel 21° secolo, e questa grande domanda è piuttosto razionale.

Sappiamo che usa il bianco e nero semplicemente perché le piace e si diverte, ma di certo lo usa per esprimere un’idea. Ad esempio, nel film a volte è troppo nero e non riusciamo a vedere i volti, altre è così bianco che i personaggi scompaiono con lo sfondo. È veramente bello. È possibile che When the Waves are Gone abbia cambiato qualcosa nell’utilizzo del bianco e nero nel suo cinema, oppure è un percorso preciso che prosegue?

Per me è stato un percorso circolare. Ho iniziato ad usare questa tecnica quando ho iniziato a fare cinema. Il mio primissimo lungometraggio è stato anche girato in 16mm. Evoluzione di una famiglia filippina fu girato in 16mm. Perciò è come tornare a casa perché adoro il 16mm ma è difficile utilizzarlo

Ha dichiarato che When the Waves are Gone ha una durata originale di 10 ore

Si, è vero, perché il film ha avuto tre vite diverse. Ho iniziato a girare una parte prima della pandemia e poi c’è stata una lunga interruzione, in cui non era possibile girare in tutto il paese. Questa è la prima parte, poi è iniziata la pandemia. Ci siamo fermati per molti mesi, e poi abbiamo riniziato, e nel mentre ho cambiato a storia. Il personaggio di Hermes Papaura ha preso un’altra strada. Infine, siamo andati a Lisbona per girare un’altra parte del film, e così sono diventate tre parti diverse. Quando lo stavo montando, mi è piaciuta molto l’autonomia della parte centrale, cioè questo film, allora ho tolto il prologo e l’epilogo che costituiranno un altro film, che uscirà il prossimo anno con alcune aggiunte. Tutto insieme era più o meno nove ore.

Quindi vedremo le parti che mancano?

Si, certo. Vedrete una connessione tra i diversi capitoli. Le due parti sono autonome in un certo senso.

Ci può parlare dell’aspetto religioso? Uno dei personaggi, quello che esce di prigione, ha questa speciale spiritualità ma invece di salvare le persone, come vorrebbe, finisce per ucciderle.

Tutte le religioni sono pericolose. La religione può effettivamente uccidere, anche dentro di noi. La religione spesso uccide le nostre anime. Ti dà una prospettiva differente, una prospettiva imposta. Le religioni sono ideologie estreme, come il cattolicesimo o l’Islam. Possono uccidere. Se studiamo i Culti, che sono ovunque, partecipano a questo grande muro dell’ignoranza. I Culti e le religioni possono distruggerci. Questo accade a Primo, il personaggio del film.

Alla fine di When the Waves are Gone, dopo le morti dei protagonisti, qualcuno li vede ma li ignora. È forse l’indifferenza il vero volto di una violenza raccontata come un sistema?

Si, non abbiamo potuto ignorare questo concetto di violenza. Siamo desensibilizzati con tutta questa violenza, una violenza che puoi vedere tutti i giorni nelle Filippine. Le persone vengono uccise e la gente passa affianco ai cadaveri con indifferenza.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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