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«The Disciple»: quando la realtà è più forte dei sogni | Venezia77

5 minuti di lettura

Sei anni fa, alla 71° Mostra del cinema di Venezia, un giovanissimo regista indiano si aggiudicò, con il suo primo lungometraggio Court, il Premio Orizzonti per il miglior film e il Leone del Futuro. Quest’anno Chaitanya Tamhane fa ritorno al Lido, stavolta in Concorso, con The Disciple.

Produttore esecutivo è Alfonso Cuarón, col quale Tamhane ha stretto un forte sodalizio lavorativo e affettivo.

«The Disciple», la trama

Sharad Nerulkar (Aditya Modak) è cresciuto cantando e suonando, avendo ereditato la passione del padre (Kiran Yadnyopavit), e sogna di diventare un interprete della musica classica indiana. Il percorso per riuscirci, però, è lastricato di difficoltà e solo in pochissimi riescono a percorrerlo fino in fondo. La musica Khyal, infatti, ha una tradizione millenaria ed è profondamente legata ad elementi rituali e spirituali. Perciò, lo studio per diventarne un interprete non richiede semplicemente perseveranza e dedizione, ma una preparazione olistica dell’individuo. Così, Sharad si esercita fino allo stremo, rifugge da ogni svago e da qualsiasi distrazione e ascolta con stima e venerazione il suo guruji (Arun Dravid), al quale affida non solo la propria formazione, ma tutto se stesso.

Basta crederci?

The disciple

The Disciple potrebbe, di primo acchito, sembrare un film sulla musica classica indiana che poco ha di condiviso con la maggior parte del pubblico occidentale. Ma, in realtà, quella raccontata da Chaitanya Tamhane è una storia universale: la storia di un sognatore. Sharad è un ragazzo giovane e idealista che, convinto di aver trovato la propria – totalizzante – vocazione, è disposto a sacrificarle qualsiasi cosa. Ed è proprio questo che la musica classica sembra chiedergli: essere pronto a soffrire «la solitudine e la fame» per impegnarsi in una «ricerca eterna».

Ma, a differenza di ciò che Sharad crede ed è stato portato a credere, non sempre diligenza e applicazione sono sufficienti per conseguire i propri obiettivi. E questa è una favola che viene raccontata in tutte le parti del mondo. Non si contano le storie ispiratrici e straordinarie di persone che hanno tagliato traguardi che sembravano inarrivabili, contando solo su se stesse e sulla propria forza d’animo. Ma questi sono casi, appunto, straordinari. La tendenza – soprattutto contemporanea – è invece quella di considerarli ritratti di un percorso ordinario e accessibile a tutti. In questo modo, è andata creandosi una demonizzazione del fallimento che divide le persone in vincenti e perdenti, a seconda del raggiungimento o meno del successo e di risultati spesso stabiliti a priori.

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La prima conseguenza di ciò è l’infelicità di chi, almeno nell’immaginario comune, “non ce l’ha fatta”. Questo è il caso di Sharad, che, dopo una giornata trascorsa ad insegnare musica ai ragazzini, accende la tv e guarda, con occhi al contempo ardenti di invidia e spenti dalla rassegnazione, una ragazza che corona il proprio sogno partecipando a un talent show.

The disciple

Ciò porta alla luce un altro problema che affligge il protagonista, il quale, oltre alla frustrazione per non essere stato abbastanza bravo da affermarsi nel mondo della musica classica, vive un conflitto interiore, che vede lo scontro tra l’ambizione di notorietà e la consapevolezza che l’arte alla quale ha votato la propria vita richiede un percorso del tutto differente, che non contempla grande pubblico e guadagno economico.

Una regia matura

Nonostante la giovane età, Chaitanya Tamhane mostra di avere il pieno controllo sul suo lavoro.

In The Disciple, il graduale dileguarsi dei sogni di Sharad è raccontato tanto dalla narrazione, quanto dalle immagini. Infatti, i colori, inizialmente sgargianti e saturi, schiariscono poco a poco e prevalgono toni grigi e marroni.

Non stupisce che a dominare il film sia l’onnipresente colonna sonora, composta prevalentemente da musica diegetica. Le note particolarissime dei brani Khyal, basati su un’improvvisazione canora accompagnata da pochi strumenti, trasportano lo spettatore in un luogo altro, a patto che questi sia disposto a lasciarsi rapire da un film solo apparentemente lontano dalla sensibilità occidentale.


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Cristina Sivieri

Classe 1996. Laureata in Filologia Moderna, ama stare in compagnia degli altri e di se stessa. Adora il mare e le passeggiate senza meta. Si nutre principalmente di tisane, lunghe chiacchierate e pomeriggi al cinema.

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