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The Whole Truth

The Whole Truth, un buon Horror che anni fa avremmo perso

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5 minuti di lettura

Il cinema orientale ha ormai da tempo cominciato a trovare sempre più spazio sui nostri schermi grazie ai recenti successi di critica e di pubblico di film quali Parasite o Minari, che a loro volta hanno continuato la tradizione di scuole, quali quella coreana, estremamente prolifiche ed innovative (basti citare l’incredibile Old Boy di Park Chan-wook o l’osannato capolavoro giapponese Battle Royale di Fukasaku).

Netflix, nel suo tentativo di essere all’avanguardia e di creare tendenze piuttosto che seguirle, è parte integrante del cambiamento in atto e della distribuzione in occidente di serie tv e film che provengono dall’estremo oriente e che fino a non più di cinque anni fa sarebbero stati scoperti soltanto da un ristretto manipolo di appassionati cinefili.

The Whole Truth si inserisce proprio in questa idea di globalizzazione del mondo del cinema, horror in questo caso, (che a dire il vero ha visto i suoi albori a livello mainstream una ventina d’anni fa grazie al successo del remake di Ring) mostrandoci l’idea di terrore che deriva dalla lontana Thailandia.

Un horror particolare e riuscito solo a metà

the whole truth

Diretto da Wisit Sasanatieng, The Whole truth racconta la storia di due giovani ragazzi che sono costretti a trasferirsi temporaneamente dai nonni materni, mai conosciuti, a seguito di un incidente automobilistico capace di mandare in coma la madre single dei due.

Catapultati in un ambiente completamente sconosciuto, le ansie e le insicurezze dei due giovani vengono amplificate dagli strani comportamenti dei loro nuovi tutori ed in particolare da un buco su una parete che li inquieta e sembra richiamarli a sé come un magnete.

L’idea di base e la metafora che si cela dietro la vicenda sono interessanti e stuzzicanti e si rifanno al titolo dell’opera e all’intro che prospetta sin dall’inizio una serie di plot twist che, anche se di facile interpretazione, aggiungono una profondità diversa ad un genere che non sempre si sofferma su significati reconditi o moraleggianti.

Nonostante dotato di un ritmo piacevole, The Whole Truth è però infarcito di sottotrame a volte poco sfruttate che lo appesantiscono, a volte in modo quasi inutile, allungando il brodo senza fornire troppa sostanza (in queste sottotrame però l’idea di bugia, verità ed inganni è, a dire il vero, sempre presente).

Le scelte registiche sono interessanti ed adatte al genere, così come la base musicale, sempre attenta a creare un’atmosfera oscura nei momenti giusti.

Il cast, in tal senso, non sfigura nonostante i ruoli ambigui e difficili da interpretare, ma allo stesso tempo non fa gridare al capolavoro, così come per tutto il resto del comparto tecnico.

The Whole Truth, alla fine dei conti è un film con spunti interessanti ma che non convince del tutto e con una produzione piccola ed economica che si sente e che grava sulla realizzazione.

Nuove tendenze e orizzonti sconosciuti

La verità, per rientrare nel tema di The Whole Truth, è che lo sdoganamento di opere fino a questo momento quasi del tutto precluse ai mercati occidentali è di sicuro qualcosa di fondamentale per avvicinare due mondi tanto distanti da toccarsi soltanto raramente, con il pericolo però di trovarsi di fronte a prodotti poco incisivi o realizzati in maniera non del tutto comprensibile agli spettatori abituati ad altro.

The Whole Truth non è di certo un capolavoro in grado di portare in auge il cinema thai ma riesce, probabilmente, a fare la sua piccola parte, senza troppe pretese, nella creazione di una consapevolezza più ampia e condivisa.


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