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The Woman King: Viola Davis non basta a salvare una promessa esaltante ma disillusa

9 minuti di lettura

Quali sono le premesse di una storia che respira l’epica e si ispira al reale storico di un esercito di guerriere in lotta contro forze di oppressione e schiavismo? Quali sono le attese nei confronti di un’epopea cinematografica che è esperienza creativa di scrittura, regia, fotografia, montaggio, recitazione (quasi) tutta al femminile? Le risposte sono intuitive: esaltanti ed elevatissime.

The Woman King, il nuovo lavoro di Gina Prince-Bythewood (in sala dal 1° dicembre), esordisce con un incipit esplosivo, combattivo, eccitante e promettente. Sa allestire le sue intuizioni in una promessa di racconto originale, brillante, corposa e muscolare, che però si spinge così in là da richiudersi in sé stessa, ruotando intorno a cliché e convenzioni che ne scaricano la personalità e finiscono per renderlo un esperimento interessante ma disilluso. Il premio Oscar Viola Davis (qui anche produttrice), sempre all’altezza delle aspettative, non basta a salvare un film che tiene strette le sue qualità ma rimane tristemente interrotto.

The Woman King: Viola Davis è la guerriera regina delle sue Agojie

The Woman King NPC Magazine

Se nella sua opera precedente, The Old Guard, Prince-Bythewood traeva spunta dal fumetto, in The Woman King decide di rifarsi al reale, trasponendo parte della vera storia delle Agojie. Si tratta della celebre milizia femminile del regno del Dahomey che combatte in nome del suo re per liberarsi da decenni di oppressione dell’Impero Oyo, il cui unico obiettivo è continuare a prosperare grazie alla vendita degli schiavi conquistati in battaglia ai coloni europei.

La cornice storica è il 1823, il luogo è l’Africa occidentale, le sue protagoniste sono tenaci, rabbiose, rigorose e ostinate. A guidarle è Nanisca (Viola Davis), una donna che gode della fiducia del re, dotata di forza fisica ma soprattutto mentale: è alle sue intelligenza, disciplina e oculatezza che il re Ghezo (John Boyega) si affida. Di fianco a questi due personaggi, l’intera milizia che combatte incessantemente, ma fa spazio, accogliente, a tutte quelle donne che non hanno dove stare, che sognano un tempo in cui la loro voce venga ascoltata, le loro scelte accettate e il loro destino individualmente scelto.

A non avere un posto e a respingere un futuro scritto dal proprio padre, c’è soprattutto Nawi (Thuso Mbedu): recluta che si mostra ribelle fin dal suo esordio sullo schermo, esponente di una gioventù che si specchia in quella perduta di Nanisca, provvista di un temperamento che è già, nel sangue, quello di una combattente. La sfida nei suoi occhi si accende da subito, quando lo sguardo si alza ammaliato sulle guerriere di ritorno dalla battaglia, disobbedendo al volere del re: mai guardare le Agojie in volto. Di qui un racconto di formazione, addestramento, solidarietà, vendetta e liberazione che prenderà strade ramificate ma ben poco esplorate.

The Woman King, le buone intenzioni si sfaldano nelle sue trame secondarie

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The Woman King si apre con una sequenza sensazionale, un combattimento che deflagra lo schermo e infiamma lo spettatore. Lo scontro è travolgente, cinetico, energico nelle espressioni e nei movimenti delle sue amazzoni. Viola Davis irrompe con una presenza scenica statuaria, apripista di un esercito di donne che si battono con una ferocia che trasuda storia, passato, vendetta.

Il minutaggio traccia l’effigie di un popolo con delle regole ben precise, distintive e distinguibili. La promessa di fondo è la liberazione dai soprusi degli Oyo, l’avvento di una nuova era. La parola d’ordine è uguaglianza. Il re è uomo ma il suo esercito è donna, il suo concilio è bipartito nello stesso numero di personalità maschili e femminili. Il futuro è un impegno al cambiamento, alla possibilità di trovare delle vie alternative affinché il benessere del proprio popolo che non passi più attraverso lo sfruttamento degli uomini ma sappia trarre vantaggio dalle risorse del territorio.

L’eccitazione si spegne quando la storia si sfalda nelle sue trame secondarie, aprendosi a una love story scarica e a delle rivelazioni che non reggono il peso delle attese su cui il film si è costruito.
Epifanie, sacrifici, rinunce a sentimenti e fragilità perdono l’occasione di aggiungere, effettivamente, qualcosa sulla specificità delle Agojie in quanto minoranza e scelgono di rimanere superficialmente in coda a retoriche facilmente riconoscibili.

La seconda metà cade a poco a poco nei cliché del melodramma, avvitandosi intorno a un sistema narrativo e valoriale già noto, che tenta di agganciare il pubblico nella sensibilizzazione empatica ma lo perde in termini di originalità ed interesse. L’esito, d’altro canto, oscilla in più direzioni: quello che il film smarrisce in narrazione lo recupera in significazione visiva.

L’immagine si fa segno: i costumi delle Agojie raccontano un’altra storia

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Se c’è un aspetto di The Woman King davvero coinvolgente è l’attenzione meticolosa con cui forgia l’iconografia dei suoi personaggi. L’immagine si fa segno nel modo in cui distingue popoli, gerarchie, ranghi e personalità. Le Agojie sono muscoli e sensualità e lo sono nella specificità visiva che le adorna: la pelle scura che riluce, quasi unta, nella notte, i gioielli, i costumi e le acconciature.

Viola, rossi, gialli e blu sono le dominanti colore del film, vividissimi nella densità fotografica. Svettano con intensità anche nella maggioranza di campi lunghissimi, paesaggistici, dove la natura e la fauna africana fanno da sfondo nebbioso alla vivacità cromatica che esplode davanti alla macchina da presa.
I costumi del Dahomey sono viola per le amazzoni, blu per gli uomini, bianco verginale per le reclute; il rosso è il colore degli Oyo.

Ogni donna esprime singolarità attraverso l’aspetto, sfoggia orgogliosamente delle cicatrici che sono simboli, marchi di passato e sofferenza, tracce di una storia per cui combattere. Izogie (Lashana Lynch), mentore di Nawi nel suo addestramento, ha trasformato le sue unghie in artigli, le sue mani in armi, la sua vita in battaglia. Costumi, rituali, canti e balli tribali contornano le figure stratificando la raffigurazione di un popolo che desidera auto-determinarsi quanto auto-rappresentarsi nelle sue identità. Il tappeto sonoro e le sequenze action contribuiscono alla spettacolarizzazione tecnica di una produzione che ha l’indole da blockbuster.

The Woman King è una promessa non mantenuta

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Al netto di pro e contro, The Woman King sa tenersi stretto le sue qualità anche quando viene meno alle sue promesse. Le due ore di visione scorrono piacevolmente, soddisfano gli occhi e si fanno seguire senza difficoltà. Il rammarico è che il film sembrava volerci dire qualcosa di nuovo, raccontandocelo con un’esperienzialità cinematografica inebriante, ma finisce per ripeterci il più comune dei discorsi. L’amaro in bocca è il risultato di una variazione sul tema del film action/storico, le cui tesi risuonano echi che non ci scuotono e aggiungono poco di quella visione prevalente femminile che alludeva a grandi speranze.


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Laureata in Cinema e Comunicazione. Perennemente sedotta dalla necessità di espressione, comprensione e divulgazione di ogni forma comunicativa. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità ed esperienze degli altri

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