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Una donna promettente

Una donna promettente in una società deludente

Un gioco di generi che parla al presente

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7 minuti di lettura

Una donna promettente, film vincitore del premio Oscar per la miglior sceneggiatura, racconta la storia di una vendetta che accarezza tutti i temi legati alla lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne a cui il movimento Me Too in tempi più recenti ha dato voce, portando alla luce forme di abuso silenziosamente accettate in molti ambienti (la cultura dello stupro o rape culture, il victim blaming e il paternalismo nell’ignorare i racconti delle vittime e disincentivare la denuncia).

Le dissonanti vicende distributive

Proprio in virtù dell’estrema attualità della questione e alla sensibilità nei confronti delle tematiche appena citate, le vicende distributive del film in Italia stridono fortemente con lo spirito stesso dell’opera. La distribuzione nelle sale era prevista per maggio ma è stata riprogrammata alla fine di giugno poiché è stato necessario un ridoppiaggio: l’infelice scelta di affidare la voce di Laverne Cox – che nel film interpreta Gail, un’amica della protagonista – a un doppiatore uomo ha suscitato non poche legittime polemiche. Tale decisione risulta ancora più paradossale quando si pensa che Laverne Cox è testimone chiave del documentario Disclosure, che vuole sollevare una maggiore consapevolezza sulla condizione delle persone transgender e sulla loro rappresentazione all’interno dell’industria cinematografica (per un approfondimento sul tema si rimanda alla recensione sul documentario).

Una brillante vendetta

Una donna promettente è un film diretto da Emerald Fennel che mostra la vendetta della protagonista Cassie, il cui obiettivo è fare giustizia in onore dell’amica Nina, stuprata anni prima durante una festa al college in un momento di completa vulnerabilità (la ragazza era ubriaca e incosciente). La giovane abbandona gli studi e Cassie insieme a lei per darle il supporto necessario, ma l’ombra di questa tragedia seguirà Nina fino al suo suicidio. Cassie, distrutta dalla perdita dell’amica, decide di vendicarsi ricorrendo a una strategia semplice ma brillante che smaschera la facciata di perbenismo dietro cui ragazzi come lo stupratore di Nina si nascondono.

La protagonista trascorre molte notti fingendo di essere sola e ubriaca (quasi priva di sensi) finché un ragazzo si avvicina a lei e con il pretesto di aiutarla la porta a casa propria, dove approfitta del suo stato di ebbrezza. È proprio nel momento in cui questi uomini cercano di stuprarla che Cassie rivela la sua lucidità, provocando reazioni di paura e difesa, portando i potenziali aggressori a pronunciare una sequela di pietose giustificazioni.

Una donna promettente

La routine è scandita da una serie di “sei bellissima” prima e “non ho fatto nulla, sono un bravo ragazzo” poi talmente realistici e verosimili da mettere profondamente a disagio l’osservatore, che si sente scomodamente interrogato su quanto siano frequenti aggressioni di questo tipo (e quanto spesso passino sotto silenzio). Ogni episodio viene annotato da Cassie meticolosamente e ossessivamente su un taccuino.

La ragazza ha trent’anni e abita dai genitori, lavora in un bar pur essendo stata un’ambiziosa e capace studentessa di medicina e sembra che la sua vita sia in un limbo in cui la giovane donna promettente è rimasta bloccata. Il suo rituale notturno prosegue ininterrotto finché nel bar in cui lavora la ragazza incontra Ryan, un suo compagno di college che, stupito di rivederla, si mostra interessato a uscire con lei.

Sarà proprio l’incontro con Ryan a far riaffiorare in Cassie l’odio nei confronti di chi ha ferito la sua amica e a spingerla a vendicarsi direttamente su chi è stato colpevole, complice o connivente di ciò che era accaduto a Nina.

Una punizione ad hoc

A partire da questo momento la narrazione si dirama in quattro capitoli, ognuno dei quali corrisponde a un personaggio e una vendetta pensata e pianificata sulla misura di quanto, a distanza di anni, quella persona abbia rivisto la sua posizione di colpevolezza e si sia pentita.

Ascoltando le parole delle persone coinvolte nello stupro a distanza di anni dall’accaduto Una donna promettente riporta fedelmente il manifesto di una società che addita la vulnerabilità come colpa e pretesto per delegittimare la violenza sulle donne, sulla falsa riga del boys will be boys, sono ragazzi, sono fatti così.

Uno stile composito

Una donna promettente

Il film ricorre a registri e stilemi che corrispondono a generi distinti riuscendo a integrarli tra loro in maniera convincente: molti sono i colpi di scena tipici del thriller, le sequenze finali sono violente e si ha l’impressione di assistere a un film horror, e le scene che descrivono la vita quotidiana della ragazza sono talvolta comiche, sfiorando toni da rom-com nel mostrare lo sviluppo della relazione sentimentale tra la protagonista e l’innamoratissimo Ryan.

Carey Mulligan interpreta al meglio una distaccata e disinteressata Cassie, il cui piano di vendetta sembra quasi un automatismo. La donna rivela con sincerità il suo dolore solo nel monologo finale davanti all’aggressore dell’amica. Quando sembra che a distanza di vent’anni le dinamiche dell’abuso si ripetano inalterate – la violenza brutale, la paura del colpevole di essere scoperto, l’appoggio incondizionato dei suoi amici nell’insabbiare la vicenda – il film riserva un colpo di scena che riesce (finalmente) a trasmettere un senso di giustizia, non tralasciando la nota amara del prezzo da pagare: il sacrificio di un’ennesima donna.


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Chiara Passoni

Nata e cresciuta a Milano, laureata in lettere ed editoria, appassionata e lavoratrice del cinema. Trovo nel documentario in tutte le sue forme e modalità il mezzo ideale per rappresentare, conoscere e riflettere sulla realtà.

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