Ali Asgari torna a Venezia in Concorso con Un po’ di luce (titolo internazionale A Bit of Light), un anno dopo Divine Comedy – il film che aveva presentato nella sezione Orizzonti e uscito in sala in Italia a gennaio scorso. Lo sfondo del film, ancora una volta, è Teheran, ma lo sguardo del regista iraniano risulta radicalmente trasformato, all’indomani delle proteste di gennaio represse nel sangue dal regime degli ayatollah.
Un po’ di luce arriverà nelle sale italiane dal 1 ottobre 2026 distribuito da Teodora Film.
Un po’ di luce riflette la violenta repressione del regime a Teheran
La capitale iraniana è sempre stata l’ambientazione scelta da Asgari per i suoi film. Un modo per portare sullo schermo immagini di un’altra Teheran, differente da quella rappresentata dal regime ma anche da quella stereotipata nel racconto mediatico occidentale. E anche per far emergere, fino a oggi con una efficace venatura ironica, i paradossi, l’ottusità e la repressione della Repubblica Islamica.
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Divine Comedy era una commedia che raccontava l’amore per il cinema del regista, alle prese con la burocrazia kafkiana del regime, e in cui la cronaca faceva la sua apparizione nel finale, con la notizia della caduta di Bashar al-Assad in Siria (a dicembre 2024). Le vicende di Un po’ di luce si svolgono, invece, all’inizio del 2026, all’indomani delle più grandi mobilitazioni contro il regime degli ultimi anni, capaci di saldare la domanda di libertà dei più giovani e delle donne nelle città con lo scontento economico di fasce della società, anche più periferiche, in passato non necessariamente ostili al regime.
Dopo alcune settimane, quelle proteste sono state represse violentemente, in pochi giorni in cui il paese è stato avvolto da un blackout informatico e mediatico e le forze repressive dei pasdaran hanno messo in atto una carneficina, durante la quale sono stati torturati e uccisi migliaia di giovani manifestanti (secondo i numeri comunicati dal regime oltre tremila morti, mentre per alcune organizzazioni internazionali le vittime potrebbero essere quasi trentamila).
Come si racconta la decisione di uccidersi?
Ed è come se questo evento avesse gettato un velo di dolore, di cupo smarrimento, sul cinema di Asgari, che è sempre stato intimamente legato al racconto della vita in Iran. Un po’ di luce racconta la giornata di un medico che durante la repressione delle proteste ha accolto e curato nel suo ambulatorio alcuni giovani feriti e in fuga. E che, per questo, è stato arrestato e poi cacciato dal suo studio, posto sotto sequestro. Il protagonista (Misagh Zareh) ha deciso di suicidarsi e nel corso della giornata incontrerà il fratello, le sorelle e la madre per comunicare la sua scelta.
(ph. Jacopo Salvi – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Asgari in Un po’ di luce ripropone alcuni elementi chiave dei suoi film, anche se in una luce differente. I long take sul protagonista, che dialoga con una voce fuori campo e che caratterizzavano alcune delle scene più umoristiche, sono qui i momenti in cui sentiamo le sue ragioni sul perché ha deciso di uccidersi, senza disperazione ma con un’ordinata e per questo ancora più lacerante disillusione.
Nella Teheran di Un po’ di luce la sofferenza prevale sull’ironia
Ritroviamo anche una Teheran oltre le narrazioni ufficiali, che in Un po’ di luce vediamo nella rappresentazione di uno spettacolo teatrale clandestino, che mette in scena la volontà dei più giovani di provare a espatriare e abbandonare il paese stretto tra repressione, guerra e crisi economica.
A tratti Asgari non rinuncia comunque alla sua ironia, che emerge sempre in rapporto allo stato anche psicologico in cui è costretta a vivere la società iraniana. In Un po’ di luce viene nominata la possibile guerra con gli Stati Uniti (le vicende del film si svolgono a febbraio di quest’anno), con un portiere che si sente comicamente rassicurato dalle parole di Trump («non mentirebbe mai») e la madre del protagonista che gli fa mettere lo scotch ai vetri delle finestre contro i missili.
L’aspetto forse più disturbante di Un po’ di luce è però la calma con cui i personaggi discutono della decisione di suicidarsi comunicata loro dal fratello. Non perché ci sia comprensione o indifferenza per questa scelta, o perché non siano scossi dal dolore, tutt’altro, ma come se nessuno di loro apparisse sconvolto da affermazioni del tutto incomprensibili. Come se, in una quotidianità pervasa dalla sofferenza e dalla precarietà della vita, fosse in qualche modo immediatamente intelligibile la necessità di evadere, nelle forme che ognuno rende accettabili.
Un po’ di luce si risolve nel legame tra un figlio e la madre
A decidere le sorti di Un po’ di luce, alla fine, sarà, forse inconsapevolmente, la madre del protagonista. In un ruolo che rischia, a sua volta, di essere stereotipato, ma che attribuisce a questa anziana donna che imbastisce la tavola per i figli, in un mondo devastato dall’esercizio maschile del potere, nella repressione e nella guerra, il compito di essere il punto di appoggio del figlio adulto, smarrito, che si appoggia alle sue ginocchia.
Il film ci consegna così un finale che risulta forse ancora più aperto di quanto non fosse nelle intenzioni del regista. A metà strada tra “un poco di luce” per cui vale davvero la pena vivere e la paura di aggiungere dolore al dolore, che non è davvero una via di uscita ma comunque un motivo per sopravvivere.
(ph. Jacopo Salvi – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Un po’ di luce – ha detto il regista Ali Asgari presentando il film – «esplora il fragile confine tra la disperazione e le forze silenziose che ci tengono legati alla vita. Per me questo film non è una storia sulla sofferenza, ma sui legami invisibili che rendono la vita degna di essere vissuta. La sofferenza potrebbe non scomparire mai del tutto, e l’esistenza potrà restare segnata dall’incertezza e dall’ingiustizia. Ma forse il valore della vita non risiede nell’assenza del dolore, bensì nella nostra capacità di amare, di essere amati e nelle tracce che lasciamo nelle vite degli altri».
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