Un volto demoniaco si staglia inciso nel fianco di una montagna. I suoi occhi fissano direttamente in camera: questo l’inizio di Sorcerer, capolavoro maledetto di William Friedkin del 1977. Fin da subito è chiaro che non si tratterà di un semplice thriller, ma piuttosto di una condanna di due ore a reazioni fisiche viscerali e travolgenti.
Arrivato a girare Sorcerer – distribuito poi in Italia come Il Salario della Paura – forte del successo del precedente L’Esorcista (1973), Friedkin si trovò a dover fare i conti con un gran numero di problemi tecnici ed organizzativi, che costrinsero la produzione a spendere molti soldi ben oltre il budget preventivato. Questo, più lo scarsissimo successo sia di critica che di pubblico, hanno portato il regista a rinnegare Sorcerer per un lungo periodo, riuscendo a riapprezzarlo solo nel 2000. Proprio allora decise di far restaurare il film, trascinando in una lunga battaglia legale le due case produttrici Paramount e Universal.

Dopo tanti anni, Il Cinema Ritrovato ha riportato in sala la versione definitiva del film, con la color correction più vicina alla visione originale dell’autore, ottenuta mescolando elementi sia della versione storica in pellicola, sia di quella rimasterizzata in video da Friedkin durante i primi anni del 2000.
Sorcerer e Vite Vendute: due film a confronto
Per poter efficacemente parlare del film di Friedkin occorre innanzitutto volgere lo sguardo al primo adattamento cinematografico del libro Il Salario della Paura di Georges Arnaud, l’omonimo – nel titolo originale – Vite Vendute (1953) di Henri-Georges Clouzot. Il regista francese in questione è stato archiviato dalla storia del cinema nonostante abbia diretto ottimi film – Il Corvo (1943), I Diabolici (1955) – in quanto osteggiato dai Giovani Turchi della rivista Cahiers du Cinéma, che spesso lo indicavano come il maggiore colpevole del cinéma de papa.
Con questa espressione Truffaut, Godard e gli altri si riferivano ad un tipo di cinema francese pensato appunto per i padri borghesi, quindi poco stimolante e innovatore. Certo è che Clouzot non viene ricordato nelle cerchie dei moderni cinefili come uno sperimentatore, ma come un regista dal grande rigore formale. Proprio in questo Vite Vendute è uno dei film più riusciti forse di tutti i tempi: mantiene la propria coerenza formale sia in fatto d’immagini che di colonna sonora con ferrea convinzione, riuscendo a infliggere allo spettatore alcune delle sequenze più ansiogene mai girate e al contempo una enorme profondità tematica e caratteriale nella scrittura.

Proprio su quest’ultimo punto emergono le differenze maggiori fra l’originale e Sorcerer: se il primo dosava saggiamente il proprio tempo fra azione e sviluppo dei personaggi, Sorcerer imbocca la strada del brivido costante, con notevole successo; dal momento in cui l’avventura si mette in moto, il pubblico tornerà a respirare solo con lo scorrere dei titoli di coda. Certo è un peccato perdere la profondità narrativa di Clouzot, ma Friedkin, pur stravolgendo il messaggio ultimo del film, riesce a inventarsi nuove soluzioni e nuove tematiche in piena linea con la sua produzione autoriale.
Anche esteticamente le differenze non potrebbero essere più evidenti: l’originale è ambientato in una zona rocciosa, quello di Firedkin in una giungla pluviale e possiede una qualità grezza e insalubre in netta contrapposizione con l’aridità cocente del primo. Di rimando, per Clouzot la costruzione dell’immagine era studiata nei minimi dettagli, mentre Friedkin si avvale di numerose camere a mano e dello “sporco” anche registico.
Chi è lo stregone del titolo?
Arriviamo alla trama di Sorcerer: quattro uomini di diverse estrazioni sociali e soprattutto di diversi angoli del mondo – Palestina, Messico, Francia, Stati Uniti – si ritrovano nello stesso villaggio sudamericano in fuga dal loro passato. Il primo ha organizzato un attentato a Gerusalemme, il secondo ha ucciso un uomo su commissione, il terzo ha rubato soldi e fatto fallire un’azienda, mentre l’ultimo ha rapinato una chiesa gestita da un boss mafioso. Tutti hanno bisogno di soldi per poter abbandonare questo disastrato paese e decidono quindi di accettare un lavoro pericolosissimo: spostare due camion pieni di nitroglicerina attraverso la giungla per conto di una compagnia petrolifera americana, cercando di ridurre al minimo i movimenti bruschi che potrebbero farli saltare in aria.
Il coinvolgimento della compagnia americana non è assolutamente casuale: essa lavora infatti a stretto contatto con il dittatore locale, il cui stemma fascistoide svetta all’entrata dei pozzi di petrolio e sullo sfondo della colonna di fiamme che finirà per avvolgerli. Sia Clouzot che Friedkin parlano in questo modo di colonialismo e sfruttamento delle risorse. Se il primo approfondiva il messaggio seguendo le vicende di un paio di personaggi italiani, il secondo lo sottolinea con le provenienze geografiche dei suoi protagonisti: quattro tenori di vita incomparabili, dal più vessato Palestinese all’avido e criminale statunitense.

Anche l’entità dei loro crimini è diversa: americano e francese sono infatti colpevoli di avidità, mentre gli altri due lo sono di violenza. Sempre in questo senso è opportuno concentrarsi sulla rapina in chiesa: non è affatto casuale che il montaggio interponga all’azione del protagonista la celebrazione di un matrimonio; lo statunitense, vero protagonista di Sorcerer interpretato da Roy Scheider, si delinea immediatamente come un peccatore.
Rapinare un luogo sacro equivale ad un’immediata scomunica: Scheider passa dal paradiso -una nazione occidentale -, al purgatorio del Terzo Mondo. Qui rientra in gioco quel volto demoniaco iniziale: oltre ad apertamente richiamare la celeberrima maschera che era Pazuzu ne L’Esorcista, esso indica anche che tutto il film possiede una strana carica soprannaturale/religiosa. A differenza dell’adattamento di Clouzot, costellato di ostacoli umani, in Sorcerer i protagonisti devono affrontare catastrofi di portata letteralmente biblica: inondazioni, diluvi che hanno dell’universale, la furia degli elementi in una terra sovrastata da quel minaccioso ghigno roccioso. Lui è il titolare stregone, che nel film non viene mai nemmeno nominato.
Tutta la filmografia di Friedkin ha un non so che di allegorico e “parabolistico”: nel caso di Sorcerer si tratta di una discesa nell’inferno pagano della natura incontaminata, che vuole punire il lungo braccio dei suoi usurpatori. A riconfermarlo una delle ultime sequenze: dopo terribili prove di resistenza, lo statunitense deve affrontare un’ultima prova. Si trova disperso in un deserto ed in preda ad allucinazioni spiritiche. Se la sequenza ricorda nell’esecuzione il finale di 2001: Odissea nello Spazio (1968), nel contenuto si rifà ai 40 giorni e le 40 notti nel deserto inflitti a Gesù nel Nuovo Testamento.
Il “sorcerer,” lo stregone, è manifesto nelle misteriose forze che dominano il nostro mondo e con le quali è tanto difficile scendere a compromessi. Lo stregone è il fato, nella misura per cui il fato è per sua natura divino. Sorcerer riesce a spaventare ed angosciare come pochi altri film hanno saputo fare, ma colpisce specialmente per come sonda l’animo umano e il suo rapporto superstizioso/religioso con gli eventi che lo circondano. Per poter godere appieno della complessità di Sorcerer si consiglia di recuperarlo prima di Vite Vendute, in modo da non costringere Friedkin ad un confronto che perderebbe davanti alla maestria di Clouzot.
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