Maria Alexandra Lungu in Re Granchio, l'esordio folgorante di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, che è fusione di leggende, storie inventate e tramandate all'infinito

Re Granchio, l’arte di raccontare storie

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10 minuti di lettura

In attesa dell’uscita in sala del nuovo Testa o croce?, recuperiamo Re Granchio, dei registi Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi (disponibile su MUBI e gratis su RaiPlay), uno degli esordi italiani più affascinanti degli ultimi anni presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2021. Una stratigrafia di leggende, di storie e infinite narrazioni che si rincorrono fino a mischiarsi e a perdersi insieme.

Re Granchio, una fiaba che sconvolge tutte le altre

Gabriele Silli e Maria Alexandra Lungu in una scena di Re Granchio di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, che reinventa tutte le fiabe d'amore

C’era una volta un uomo, la sua terra, la sua amata. Ma il mito di Re Granchio non inizia da un libro di fiabe per bambini e nemmeno come nel Fantabosco della Melevisione da una storia nella forma di frutta da dare in pasto ad un televisore scenografato con la corteccia. Tutto comincia da un racconto di cacciatori ai giorni nostri, una locanda, uno dei tanti racconti del passato (che è poi anche in sé l’incipit dei documentari precedenti di Zoppis e Rigo de Righi – Belva Nera e Il Solengo).

La gente racconta quello che sa, solamente che se racconta dieci parole, dopo viene tramandato a quindici parole, poi cinquanta parole, alla fine c’è un po’ inventato e un po’ vero. Poi vai a vedere cosa è inventato e cos’è vero.

È la sintesi di ogni leggenda, e così inizia anche quella di Luciano in Re Granchio (Gabriele Silli, artista contemporaneo materico e plastico), l’ubriacone ribelle e reietto di un piccolo villaggio della Tuscia sul finire dell’Ottocento, dai sani principi ma ogni volta traditi. Luciano si scontra allo stesso modo con la realtà fastosa e tirannica della corte principesca e con la gente timorosa e maldicente del posto. Pare un alieno, senza sogni né passato, con gli occhi smeraldi e una folta e ispida barba che ha comunque accumulato vissuto in ogni bevuta di troppo. Sembra giunto nella Tuscia da un altro pianeta, forse da un’altra storia, da un’altra leggenda, mischiata alla precedente in un tempo diverso.

Luciano non è solo l’archetipo di un uomo, non rappresenta il semplice ruolo esemplare di una fiaba da raccontare in eterno, è piuttosto la sintesi mesmerica delle infinite rielaborazioni che ha subito, smarcandosi, esattamente come la donna purissima e sfuggevole che desidera (Maria Alexandra Lungu), dalle logiche convenzionali alto-basso, buono-cattivo.

La fuga ai confini del mondo

Re Granchio è il film d'esordio nella finzione di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, una fusione di leggende che abbraccia il western e la pura fiaba d'amore

Luciano aspetta a baciare la sua amata, passa delicatamente tra le dita i suoi capelli di fata, stringe nel cuore il suo talismano dorato nel riflesso dell’acqua, lascia che sia lei a sussurrargli all’orecchio la loro leggenda. E anche dopo un tragico errore – fatale, incommensurabile – per lei Luciano scapperebbe ancora lontano, cambierebbe nome, identità, alla disperata ricerca di quell’inestimabile e disperso tesoro d’amore appena sussurrato. Così in Re Granchio si stabilisce nettamente un prima e un dopo, tra il senso di colpa di un omicidio (reale o inventato?) e la sua redenzione, tra l’esilio forzato e il ritorno a casa come Ulisse dalla sua amata Penelope.

Sono infatti anche due le parti filmiche e ideologiche di Re Granchio, le tracce mitologiche che separano nella lontananza geografica il di qua della Tuscia dal sapore etrusco (rituale, arcaica) dal di là di una Terra del Fuoco dal gusto salgariano (inospitale, vertiginosa). Binomi che così vengono anche fotografati agli antipodi da Simone D’Arcangelo: la prima parte claustrofobica alla luce soffusa del lume di candela, mentre la seconda più ampia, dischiusa, con un paesaggio brullo e spietato che tocca l’infinito oltre l’orizzonte, con i mari che si trasformano in laghi, le montagne aguzze su cui pedinare granchi come bussole.

Le storie in Re Granchio sono invece la Terra di mezzo, che le contiene tutte insieme, con le infinite allucinazioni correlate, in una materia visiva profondamente selvaggia e concreta, metafisica però nelle intenzioni, perché accede costantemente ad un oltre-racconto, che sposta ogni volta più in là i confini di case, di patrie, di amori interrotti. Perché, come dice Luciano, «Non è il valore che trovi, ma l’immagine che vedi».

Re Granchio, l’avventura e le sue immaginazioni

Re Granchio è il film d'esordio nella finzione di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, una fusione di leggende che abbraccia il western e l'avventurosa fuga per amore

Diari di viaggio, appunti su taccuini strappati da reinventare in ogni mancanza, rovistando, scavando, scollegando e ricollegando storie esistite e inesistenti. Quelle di Re Granchio sembrano le avventure di viaggio tra apparizioni e sparizioni di Bruce Chatwin, il più grande scrittore britannico di esplorazioni, amico e ispiratore di Werner Herzog, e in cui il racconto autobiografico si associa sempre ad una fantasiosa immaginazione, che abbellisce, decora, esaspera incontri reali con inghippi inventati, in una sovrapposizione tra realtà documentaria e finzione visionaria (Che ci faccio qui? si chiedeva Chatwin nell’incipit dell’ultimo omonimo libro-saggio del 1988).

Luciano ormai lontano nel tempo e nello spazio originario, persino dal suo nome proprio identitario, ruba le vesti di un vecchio sacerdote, si trasforma e si reinventa figurativamente, si imbatte in spedizioni alla ricerca ossessiva del suo Eden perduto. Ma le parole scorrono più veloci della Storia degli uomini, rappresentano l’essenza stessa della loro avventura.

Re Granchio dà vita in questo senso a un nuovo ancestrale leggendario, un cinema alchemico capace di mescolare e trasmutare insieme scritto, orale e cantato in una nuova forma visiva più compiuta: dall’epica degli ultimi (in rivolta) di Pietro Marcello alla mitologia dei puri di Alice Rohrwacher, e ora per Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, qui abilissimi cantastorie, quella dei maledetti e dannati in un western sporco e ruvido diverso da tutti gli altri.

Re Granchio e l’errore del racconto

Gabriele Silli in Re Granchio interpreta Luciano, un ribelle e reietto di un piccolo villaggio della Tuscia sul finire dell’Ottocento

Come raccontiamo? Perché raccontiamo? Nel saggio di Michele Cometa Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina Editore, 2017) in termini rigorosamente scientifici e biologici si descrive la salvezza, cognitiva soprattutto, che possono portare (e produrre) le storie. E se il discorso vale per la letteratura, figuriamoci nel cinema, dove le immagini possono sgretolarsi in diretta sotto i nostri occhi, rivelare in modo lampante assenze, deformazioni, mistificazioni. Ma è lì, in Re Granchio compreso, che avviene la magia, il realismo magico e allegorico, la meraviglia di un racconto che non si estingue, ma cresce insieme alla gente (e alle immagini) che lo raccontano, formando il Sé, le sue visioni, le sue percezioni.

A volte serve infatti inventare la realtà, sottrarla da quell’alone presuntuosamente oggettivo, perché acceda al territorio immaginifico dell’irrealtà, rimanendo però sempre una non finzione documentaria, reale. Trasformazioni risuona nel titolo della raccolta1 della poetessa americana Anne Sexton, fiabe rivisitate in versi liberi, eretici, eversivi, in una contaminazione straniante di tradizione e vissuto personale, di capitoli mancanti che aspettano ancora che siamo nati. Come diceva anche Gianni Rodari (che all’arte del narrare ha dedicato tutta la vita) al vecchio proverbio “sbagliando s’impara” bisognerebbe sostituire il più corretto “sbagliando s’inventa2. Perché, per citare sempre Rodari:

Se un bambino scrive nel suo quaderno “l’ago di Garda”, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo “ago” importantissimo […]. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?3

Finché ci sarà uno sguardo umano – imperfetto, inventivo, sofferto – ci sarà anche qualcosa da raccontare. Come in ogni altra storia d’amore.


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  1. Anne Sexton, Trasformazioni, La nave di Teseo, 2023 ↩︎
  2. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 2001, p. 36 ↩︎
  3. Ivi, p. 34 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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