Tra gli ospiti de Il Cinema Ritrovato non poteva mancare Alice Rohrwacher, una presenza ormai affezionata alla realtà cinefila di Bologna. La regista era già intervenuta lo scorso dicembre per festeggiare la riapertura del Cinema Modernissimo, storica sala di Bologna recentemente restaurata e restituita alla città come nuovo punto di riferimento per il cinema d’essai. In quell’occasione, Rohrwacher si era esibita insieme al suo gruppo musicale, La banda del comitato, regalando al pubblico un momento atipico per una sala di cinema, ma entusiasmante.
Purtroppo, per questa edizione del festival, a causa di un lieve malessere, Rohrwacher ha potuto partecipare solo in videochiamata. Durante il collegamento ha conversato con Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna. Rohrwacher ha promesso di tornare presto a Bologna, annunciando la sua presenza al Cinema sotto le stelle, l’arena estiva in Piazza Maggiore, dove presenterà il suo ultimo film, La Chimera.

Chi è Alice Rohrwacher
Nata a Fiesole, in Toscana, Alice Rohrwacher è cresciuta in Umbria, in provincia di Terni, insieme alla sorella maggiore Alba Rohrwacher. Il suo avvicinamento al cinema è avvenuto relativamente tardi: inizialmente ha studiato letteratura all’università. A 24 anni lavora per la prima volta su un set, partecipando alla realizzazione del documentario Piccolo Spettacolo di Pierpaolo Giarolo, con cui collaborerà anche in seguito. Il suo esordio alla regia arriva nel 2006 con un episodio del documentario collettivo Checosamanca. Cinque anni dopo firma il suo primo lungometraggio, Corpo Celeste, racconto di formazione ambientato in Calabria, che viene selezionato al Festival di Cannes e le vale il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente.
La carriera di Alice Rohrwacher prosegue con grande successo: nel 2014 vince il Grand Prix della giuria a Cannes con Le Meraviglie. Nello stesso anno partecipa anche alla Mostra del Cinema di Venezia con il film collettivo 9x10novanta, insieme ad altri registi italiani come Claudio Giovannesi e Pietro Marcello. Con Lazzaro Felice si aggiudica il premio per la migliore sceneggiatura sempre a Cannes, mentre nel 2023 ottiene una candidatura agli Oscar per il miglior cortometraggio con Le Pupille. La Chimera è il suo ultimo lungometraggio, accolto con entusiasmo dalla critica. All’ultima Mostra del Cinema di Venezia Alice Rohrwacher ha inoltre presentato, insieme all’artista JR, il cortometraggio Allegoria cittadina.

La conversazione con Alice Rohrwacher
Quale strada hai intrapreso 25 anni fa per arrivare al cinema?
Se io sono su una strada, ogni volta che ho un po’ di sbandamento, un posto come Il Cinema Ritrovato è il richiamo, il lumino nella notte che dice: “è qua la strada”. Una strada antica, non che si inventa ma che si ritrova. Io sono arrivata al cinema in maniera strampalata: ho studiato lettere antiche e non ho finito la specializzazione, ma ho sempre amato più che i film, la vita. Le immagini che erano della vita, che erano nei libri e nelle cose che studiavo. Immagini che preesistevano le mie idee, che mi sorprendevano sempre e che erano molto più potenti di quello che io riuscivo a immaginare.
Ho iniziato ad andare al cinema all’università. Come prosecuzione della vita ho iniziato, come tanti della mia generazione, dal documentario. Mi sono innamorata di questo gesto di distillare il reale, di ritrovare una narrazione nel reale. Sono arrivata alla finzione perché il tema di cui mi stavo occupando era molto importante per me, volevo fare un documentario sul catechismo (che io non ho mai frequentato). Ho un grande rispetto per chi crede e il documentario non mi bastava più. Con Carlo Cresto-Dina, mio produttore, abbiamo deciso di lanciarci nella finzione. Avevo bisogno di un’estrema libertà. Corpo celeste è un film molto feroce e ironico, eppure essendo di finzione prestava rispetto nel mondo che andavo a raccontare.
Ci sono stati film o registi che ti hanno indicato una strada?
Non c’era il cinema dove abitavo, c’era una biblioteca dove ci facevano vedere i film di Spielberg piuttosto che cartoni. Da grande, la prima volta al cinema è stata con Senti chi parla. Ho poi scoperto che ci sono i film che ti fanno ricordare che esisti con Fino all’ultimo respiro che ho visto a 17 anni. Non ho capito nulla ma durante quella visione io c’ero, ero presente.
Poi sono arrivati Rossellini, De Sica, i grandi classici soprattutto italiani, Fellini, Pasolini. Il film di Godard è uno a cui sarò sempre affezionata. Essere così confusa durante una proiezione era una cosa che non avevo mai provato prima, essendone esclusa (non faceva parte della mia cultura). Film che sono entrati in casa molto importanti sono ad esempio Novecento, io e Alba lo sappiamo a memoria, così come Il pianeta verde e altri film ecologici importanti per mio padre.
Come hai scoperto il cinema muto?
In questo momento è la mia ossessione. Sapevo che c’era il cinema muto, ma la mia conoscenza era abbastanza limitata a Chaplin, Buster Keaton, tuttora tra i miei registi preferiti. Mi sembra difficile dire che il cinema muto è prima del cinema sonoro perché è una forma di sperimentazione di racconto e di ricerca che mi dispiace sia finita, deve continuare. Ci sono alcuni autori ed esperimenti recenti ma ce ne dovrebbero essere molti di più. La cosa bella del cinema muto è che non puoi fare altro mentre guardi un film: è un cinema che esclude la possibilità di non essere al centro dell’attenzione.
Con il cinema muto torniamo alla focalizzazione sull’immagine, la visione riporta a quella prima sensazione che mi ha portato verso il cinema, immagini che precedono le idee. Io ora sto lavorando a un film muto e dei film sonori, stiamo cercando di capire cosa si riuscirà a finanziare prima. Il desiderio di lavorare su un film muto contemporaneo c’è, per me il cinema non è mai un fine ma un mezzo. Vorrei esplorare questa recitazione dove tutto è fuori, la psicologia e la narrazione sono nel corpo, una recitazione che non deve essere per forza mimica della realtà. La negazione di quella che è la recitazione contemporanea, molto sottile.
Hai recentemente presieduto la giuria della Camera d’Or a Cannes. Cosa hai visto nel cinema del presente?
Erano 28 esordi, giovani registi bravissimi, molto meglio di me. Purtroppo quello che noi assegnavano era un unico premio. Posso dire una cosa bella, cioè che tutti i film che abbiamo amato hanno avuto in un modo o nell’altro un premio. Tutti film tecnicamente incredibili, registi che hanno una grande padronanza anche tecnica, ci siamo confrontati con una generazione che è cresciuta con l’immagine a portata di mano. I film più belli affrontavano sicuramente tematiche intime, legate alla sessualità e alla malattia ma anche film che portavano in mondi assurdi, inventati.
Forse cosa è mancato un po’ sono stati gli eccessi che caratterizzano la giovinezza, la spregiudicatezza ci è mancata un po’. Ai giovani in sala: siate anche un po’ maleducati e spregiudicati, lasciate degli spazi di fuori controllo, i film che abbiamo visto sono stati tutti film molto in controllo.
Può esistere un cinema pacifista in un momento come questo?
Sempre tornando a Cannes sicuramente il nostro premio ha tralasciato dei film più importanti ma abbiamo deciso di dare un premio a un film iracheno apertamente pacifista, The president’s cake, che racconta l’assurdità della guerra. La guerra è un’idea di vecchi che usano il corpo dei giovani perché loro sono troppo vecchi per farla. La guerra è un’idea portata avanti da interessi vecchi che manipolano il corpo bellissimo de giovani per permettersi di portare a avanti la guerra.
Questo film che abbiamo premiato è un film pacifista, ma è anche un modo per dire ai giovani: siate un corpo di amore e non di guerra, disertate, disarmatevi. (applauso) La pace è qualcosa che non bisogna solo dire e mostrare con i film, ma fare con il corpo. Anche il cinema in questo ha una responsabilità, che è quella di raccontare sì il conflitto ma di rendere viva e attraente la pace.
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