Noomi Rapace, nell'ultimo film della regista macedone Teona Strugar Mitevska, Mother

Venezia 82 – Mother, Hard Rock Hallelujah

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“What would you do if you were in my place?” “I’m not in your place” risponde a una monaca disperata la Madre Teresa di Calcutta di Noomi Rapace, nell’ultimo film della regista macedone Teona Strugar Mitevska, Mother. Il messaggio è chiaro: il simbolo della carità per eccellenza fallisce nel comprendere la più basilare dimostrazione di empatia, immedesimarsi nel povero. Questo perché Teresa predicava la povertà e la metteva in atto con un cieco fanatismo religioso che alla lunga non ha fatto che nuocere a chi veniva esposto alle sue cure. Vediamo di capire come Mitevska ha affrontato la questione.

Noomi Rapace vestita da Madre Teresa di Calcutta nel film Mother di  Teona Strugar Mitevska.

Mother è a Venezia82 nella sezione Orizzonti.

Mother, corpi femminili

La vicenda si svolge nei sette giorni precedenti all’abbandono del convento di Calcutta nel quale Madre Teresa era rimasta segregata per anni. La sua fuoriuscita, a detta sua per meglio aiutare il mondo, è in realtà strettamente legata al suo desiderio di fondare un nuovo ordine monastico. La struttura di Mother riflette quella della vita di un cantante che abbandona il suo gruppo per avviarsi a una ricca carriera da solista. Eppure Mitevska si interroga proprio su chi viene lasciato indietro, sui membri della band costretti a sciogliersi senza il loro frontman.

Al centro di tutto, l’imprevista gravidanza della sorella che dovrebbe prendere il posto di Madre Teresa alla guida del convento: immediatamente il film si sviluppa su due binari paralleli. Il “mother” del titolo fa riferimento sia alla Madre delle sorelle, sia alla novella madre che fino all’ultimo tenterà di convincere la sua superiora a farla abortire, in modo da rimanere alla guida del convento. L’idea ricalca quella di Dio è donna e si chiama Petrunya (2019), film in cui il conflitto si sviluppava attorno all’impossibilità di conciliare femminilità e Chiesa.

Noomi Rapace in Mother, film su Madre Teresa di Calcutta in apertura a Venezia82

Anche qui sono i corpi femminili, seppur casti, a continuare a sanguinare e ad essere “impuri”, sono l’amore terreno e l’urgenza della maternità biologica a solleticare uno scontro fra le sorelle e la loro Mother. Perché Mitevska lo mostra chiaramente: le donne di potere all’interno di istituzioni patriarcali saranno comunque il braccio armato di quella violenza che opprime loro in primo luogo. Teresa mangia di nascosto biscotti e intrattiene una fumosa relazione col suo confessore, un prete che è più di un semplice “fratello religioso.”

Proprio con quella stessa incapacità ad immedesimarsi dimostrata nel rispondere ad una delle sue sorelle, Madre Teresa dimostra di non capire i reali bisogni né dei poveri, strumento ideale per ascendere nella gerarchia ecclesiastica, né delle donne, che vorrebbero abortire e non possono per i dogmi della Chiesa (pur avendo lei stessa dubbi sugli istinti materni che la attanagliano).

Mother Theresa Superstar

Il salto di qualità in Mother è nello stile attraverso cui la storia è raccontata. Una parabola su una complessa, nevrotica e fanatica star del rock: sia montaggio che colonna sonora rafforzano questa idea, con un piglio ritmato e crudo nella prima parte, che lascia poi posto ad uno stile più onirico, reminescente del Brechtiano Santa Giovanna dei Macelli. Il sangue ed il legno dei crocifissi sporcati da esso non possono che ricordare l’isteria del capolavoro di Ken Russell I diavoli (1971), il quale conteneva a sua volta esorcisti con le groupies e suore spiritate.

Eppure qui non c’è nessuna possessione demoniaca: si tratta solo di fanatismo sfrenato, portato al suo logico estremo di frugalità e spietatezza, in nome della carità. Al centro di Mother, dei suoi temi sociali, sta uno scambio di battute fra Teresa ed il prete suo confessore: dopo un acceso dibattito sull’aborto nel quale l’uomo tenta di convincere la donna della sua necessità nei casi estremi, lei gli domanda se l’aborto sia peccato e lui risponde che “solo Dio sa se l’aborto sia peccato.” Sottinteso è che a noi esseri umani tale decisione non sia stata comunicata.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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