Dandelion's Odyssey (Planètes) Momoko Seto
La regista Momoko Seto in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes, dove ha partecipato con il suo esordio Dandelion's Odyssey (Planètes).

Dandelion’s Odyssey, animare la natura come se fosse ancora reale

8 minuti di lettura

La ciclicità della vita che si compie al di fuori del singolo, di una pianta, il suo fiore, il suo risorgere oltre la terra e la sua costellazione, diffondendosi e trasformandosi continuamente, senza fine. Presentato come film di chiusura alla Semaine de la Critique a Cannes 2025 (dove ha vinto il premio FIPRESCI) e in Italia ad Alice nella Città, Dandelion’s Odyssey (Planètes) è l’esordio della giapponeseMomoko Seto dopo diversi corti e installazioni VR animati (Planet Z, Planet Σ, Planet ∞), legati tutti profondamente alla commistione tra sperimentazione artistica e curiosità scientifica, coltivata dalla regista anche grazie all’esperienza professionale al CNRS (Centro nazionale di ricerca scientifica) – tra i più importanti poli di ricerca al mondo.

La regista Momoko Seto in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes, dove ha partecipato con il suo esordio Dandelion's Odyssey (Planètes).
Momoko Seto in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes, dove la regista ha partecipato con il suo esordio Dandelion’s Odyssey (Planètes).

Dandelion’s Odyssey, l’incanto della natura oltre la fine dell’uomo

Dandelion, Baraban, Léonto e Taraxa sono quattro acheni di tarassaco: la base affusolata, un lungo stelo sottilissimo, leggeri e fluttuanti aghi bianchi disposti a raggiera sulla sommità. Non parlano con voce umana, comunicano con azioni e gesti di natura, sibili e fischi onomatopeici eterei e melodiosi. Sopravvissuti a una strage nucleare, che li vedeva al tempo uniti a uno stesso dente di leone, ora vengono scagliati nel cosmo attraverso un buco nero alla ricerca di una nuova casa, affrontando le asperità di flora, fauna e rigidi climi intergalattici, tra ecosistemi glaciali o aridi, calamari galleggianti e viscide lumache da cavalcare, riuniti «tutti sotto lo stesso cielo» come nell’ultimo film Pixar Jumpers, in un’utopia solidale che ne contrasta ferocia e cattività.

I quattro acheni di tarassaco protagonisti in una scena del film Dandelion's Odyssey

Piegando la classica stop motion al time-lapse fotografico e all’hyper slow-motion, che stringono e dilatano il tempo in un teatro di posa per frammentarlo in attimi prima impercettibili, Dandelion’s Odyssey mette in pratica una sceneggiatura dal vero senza dialoghi, tutta di movimenti microscopici, animistici ed essenziali, mai verbali seppur sostanzialmente sonori e immersivi: dal corrispondersi insieme dei quattro soffioni in unico affettuoso abbraccio vegetale ai balzi ritmati sopra petali e foglie slargate, le radici che prendono posto all’unisono giù nel terreno, i funghi che crescono come monumentali palazzi in proliferazione.

Momoko Seto lavora in Dandelion’s Odyssey sull’animazione come in un documentario naturalistico, la fantasmagorica vita botanica ed entomologica che accade al di fuori di noi, creativamente autonoma, senza che alcun sconvolgimento o tempo umano (a parte qualche incursione favolistica di troppo) ne riordini l’arco narrativo, a confezionarne le movenze mimetiche senza bocca e occhi drammatizzanti. Quelle immagini non appartengono però a un mondo già esistente e pronto da immortalare, ma a qualcosa di costruito e manipolato, di generato dall’uomo a somiglianza del reale.

Al netto di qualche difetto narrativo che limita il susseguirsi degli eventi in modo talvolta troppo programmatico, rettilineo ed episodico, Dandelion’s Odyssey rivela il suo fascino, anche grazie all’integrazione tra riprese dal vero in stop motion e 3D digitale computerizzato, soprattutto in quest’ultima dimensione tecnica: cosa significa animare artificialmente la natura in un contesto politico e ambientale in cui questa muore per mano dell’uomo, distrutta e spazzata via da un impeto specista più forte persino di quei principi intrinseci e brutali che la fondano?

Dandelion’s Odyssey, per un’ecologia della tecnica animativa

Una cavalletta in una scena del film animato Dandelion's Odyssey

Usare effetti speciali o visivi rappresenta insomma in Dandelion’s Odyssey non tanto il clamore sensazionalistico a cui ci ha abituati tanto cinema mainstream d’oggi, l’eccesso sbalorditivo che ci travolge di colori saturi, forme armoniche e dettagli strabordanti, ma la possibilità di replicare qualcosa che già esiste e che forse non esisterà più, a causa di una distruzione macroscopica tutta umana, troppo umana. L’ecatombe nucleare che apre il film, con i funghi atomici che infiammano di rosso fuoco lo sfondo, è in fondo quella stessa condanna paradigmatica certa e annunciata che viene lasciata fuori campo nell’ultimo lavoro di Kathryn BigelowA House of Dynamite -, «la questione non è se, ma quando» recitava lì la tagline.

Non è un caso che nella biografia della regista spicchi nel 2021 il premio CNRS Crystal, il più alto riconoscimento per film scientifici (organizzazione, tra le più rinomate al mondo per la ricerca, per la quale Momoko Seto ha lavorato come regista), perché anche l’universo di Dandelion’s Odyssey – trasformativo, errante e aggregativo – si pone esattamente al confine tra i due mondi, con l’arte, la tecnica, la scienza, il valore ecologico di un’animazione che passa non soltanto dal tema (il rifiuto di quell’atteggiamento umano devastatore e disinteressato), ma dal modo stesso di concepire ancora con stupore un mezzo, di costruire una tecnica (e un suono) che sia in sé futuristicamente ecologica e ideale.

Dandelion’s Odyssey modella un mondo a misura di realtà per quando il reale non esisterà più, e le immagini artificiali saranno gli unici tramonti da proiettare fuori dalle finestre, insieme a posticci fiori olografici al posto dei profumi avvolgenti di una volta, lo sfondo scenografico che abbiamo a lungo calpestato per affermarci come unici protagonisti al posto di altri, anche quando un commovente e dolcissimo film d’azione prendeva posto microscopicamente sotto i nostri piedi, senza saperlo.

I quattro acheni di tarassaco protagonisti sullo sfondo di un pianeta glaciale in una scena del film Dandelion's Odyssey

Come in Flow – il racconto di un gatto nero che vaga silenziosamente in un mondo sommerso dall’acqua abbozzato con la stessa volumetria spigolosa di un videogioco -, la natura scorre per suo conto, un’arca fraterna che ci contiene tutti, sullo stesso pianeta ancora ricolmo di vita dopo la fine. Ma in Dandelion’s Odyssey prevale forse maggiormente la manipolazione di quel tempo a noi ignoto, oltre lo spirito dell’avventura drammaturgica, la frattura tecnica di una percezione, il fascino insondabile dello scienziato-osservatore il cui il microscopio-telescopio del futuro coincide per una volta con l’animazione. Dare dignità e sguardo autonomo a una natura troppo spesso drammatizzata a uso e consumo di un cinema solo e soltanto umano.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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