The Boys

The Boys 5, che peccato

10 minuti di lettura

In molti aspetti della vita, come si conclude pesa molto più di come si inizia. Per le serie vale in modo particolare: si protraggono per anni, personaggi e storie evolvono, il pubblico e il mondo cambiano. È per questo che i finali delle serie TV, a torto o a ragione, hanno un peso enorme nella percezione che rimarrà nella mente del pubblico: sembra impossibile, a sette anni di distanza, parlare de Il Trono di Spade senza menzionare il tremendo finale – non che sia giusto, perché questo porta a dimenticare che grande show fosse inizialmente -, mentre trovare una giusta ultima nota lascia un’eredità inscalfibile, come fu per Breaking Bad.

Ora è il turno di The Boys: l’amatissimo show di punta di Prime Video è arrivato alla sua conclusione, con una quinta stagione che, però, ha ereditato e amplificato i difetti già esistenti, chiudendo con un finale deludente che divide già i fan.

The Boys 5, quando la paura di deludere qualcuno non accontenta nessuno

The Boys

Non era neanche partita male, in realtà, quest’ultima stagione. La quarta si era conclusa con i Boys dispersi, prigionieri nei campi istituiti da Patriota per i dissidenti (elemento che si risolve piuttosto in fretta: sarà un tòpos di questa conclusione), che si trovano ad organizzare un’ultima disperata resistenza al neo regime super-fascista: la chiusura soddisfacente – che si sarebbe rivelata poi essere una delle poche – dell’arco di redenzione di A-Train, insieme al ritorno del fan favorite Soldatino (Jensen Ackles) avevano fatto ben sperare. Eppure, da lì in poi, The Boys si perde definitivamente in quello che è sempre stato il suo evidente difetto, fin dagli albori: girare in tondo.

La critica principale che è stata mossa alla serie nel corso degli anni è sempre una struttura narrativa ripetitiva, che portava ciclicamente al ripristino dello status quo: all’inizio i Boys sono divisi ma devono affidarsi controvoglia a un qualche piano di Butcher (il sempiterno Karl Urban) – ehi, di Butcher non possiamo fidarci, ma non abbiamo scelta!, si trova quasi la soluzione per distruggere Patriota, si torna al punto di partenza.


La fine della scorsa stagione sembrava finalmente introdurre un punto di rottura, e invece in questa si sono perse le redini nella scrittura. Che sia per un impigrimento nella sceneggiatura o per disposizioni superiori di mamma Amazon, The Boys rinuncia al coraggio di osare e di prendere decisioni forti, cambiando ripetutamente idea fino alla fine.

La paura di deludere le aspettative del pubblico, infine, hanno portato a deluderlo davvero, e questo lo si poteva intuire già dalle dichiarazioni dello showrunner Eric Kripke.

Una lunga lista di problemi

The Boys 5: Homelander (Anthony Starr)

The Boys 5 non dà mai davvero la sensazione di voler chiudere, come se i creatori non si fossero accorti di non avere altre stagioni a disposizione. Si dilata in una struttura ripetitiva e indecisa, perdendo tempo dove non è richiesto (il nuovo Black Noir, il background di Firecracker che sarebbe stato interessante una stagione fa, l’episodio dal punto di vista di Terrore…), arrivando poi, naturalmente, a dover tirare le fila di molte storyline in fretta e furia.

La parte più confusionaria riguarda probabilmente tutto ciò che concerne lo spinoff Gen V, che soprattutto nella seconda stagione introduceva elementi che sembravano essere di vitale importanza: ebbene, il virus viene portato avanti come principale speranza, salvo poi sparire quando entra in gioco il V1, che a sua volta, guess what, non ha un vero, significativo impatto. Per non parlare poi di Marie Moreau, il cui problema sta a monte: se non si vuole affidare la risoluzione ad un personaggio di uno spinoff che, ragionevolmente, non ha la portata della serie madre, allora perché renderlo dichiaratamente l’unico al livello di Patriota? Salvo poi farla comparire in due scene – letteralmente – in tutto il finale.

The Boys: Soldier Boy (Jensen Ackles) e Homelander (Anthony Starr)

Stesso discorso potrebbe essere applicato al personaggio di Ryan. Il figlio di Patriota, con i suoi stessi poteri, nonché unico nato Super, che per anni è stato in bilico tra i buoni ed il passare dalla parte di suo padre. Ryan semplicemente sparisce, comparsando in due soli episodi, tra cui il rumoroso finale.


Il ritorno di Soldatino è molto apprezzato ed è una grande spinta, ma anche qui ne emerge la pessima gestione. Col progredire della stagione diventa evidente il suo venire sfruttato come promo del prossimo prequel incentrato su di lui, Vought Rising (2027). Nella storia principale non riesce a prendere una direzione precisa, per poi tornare, di nuovo, esattamente dove era partito.

The Boys 5: uno dei poster

Se non altro Jensen Ackles aiuta il buon Antony Starr a non farsi venire il mal di schiena, dopo aver portato di nuovo la stagione sulle spalle. L’interprete di Patriota si cementa tra i casting più indovinati di sempre del genere supereroistico: saluta uno tra i villain più memorabili della serialità contemporanea e per cui, di nuovo, si avevano però aspettative ancora più grandi in questo finale, alimentate dalla stessa Amazon con poster che, alla fine, si sono rivelati più marketing che verità.

The Boys 5, la satira non basta più

The Boys 5: Butcher (Karl Urban)

Una delle maggiori ragioni del successo di The Boys era stata la costante satira senza freni della realtà politica e sociale dei moderni Stati Uniti. Siamo però arrivati ad un punto in cui questo non basta più: The Boys non sciocca più come prima, un po’ perché il pubblico ora se lo aspetta, un po’ perché, tristemente negli USA, la realtà supera la fantasia, con un presidente che mette in scena proprio quei tragicomici comportamenti ancora prima che la serie tratta dai fumetti di Garth Ennis possa mostrarli.

Certo, la costante parodia e la comica violenza sfrenata strapperanno sempre un sorriso: quando però arriva il momento di sostenerla con una storia solida e che tiri davvero i fili di quanto abbiamo visto finora, ecco che le fondamenta crollano sotto quella sensazione di stiracchiamento, di aver dilatato troppo qualcosa che si sarebbe potuto chiudere prima e meglio.

Un’altra chiave era lo scimmiottamento del genere supereroistico, arrivato col tempismo perfetto nel momento in cui il cinecomic iniziava ad arrancare. Quel dito medio – diventato marchio di fabbrica della serie – alla Marvel, alla DC e agli universi condivisi munti all’inverosimile, però, si è lentamente trasformato in una mano tesa che ha trascinato The Boys proprio nello stesso pozzo in cui era già caduto, ad esempio, l’MCU: scrittura pigra e raffazzonata ed un occhio più ad espandere l’universo che a raccontare una storia coerente. È interessante notare come, parallelamente, sia ora la Marvel in ripresa sul piccolo schermo con Daredevil: Born Again, mentre The Boys cade.

Nota a margine, proprio quell’onnipresente umorismo continuo che negli ultimi anni aveva reso insostenibili i prodotti dell’MCU, viene qui declinato in una versione 18+: se all’inizio faceva ridere, viene reso piuttosto fastidioso quando diventa ogni parola che esce dalla bocca di Soldatino, per dirne una.

The Boys

The Boys si unisce quindi, a malincuore di chi vi scrive, all’esclusivo club delle grandi serie con finali non all’altezza, insieme alla sopracitata Trono di Spade (per sempre regina della categoria), a Stranger Things e How I Met Your Mother. Ed è ancora una volta un vero peccato, perché se da un lato una conclusione deludente non deve far rivalutare in negativo la qualità che fu della serie, allo stesso modo ci ritroviamo di nuovo con l‘amaro in bocca e quella familiare sensazione di incomiuto.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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