Dmitriy Mazurov, Iris Lebedeva e Boris Kudrin interpretano una famiglia dell'élite russa in una scena del film Minotaur

Cannes 79 – Minotaur, l’adulterio del potere

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Nel cinema di Andrey Zvyagintsev il thriller non funziona mai come un genere prestabilito e fine a se stesso, è piuttosto sempre un dispositivo linguistico, che traduce per immagini una tensione e una crisi che riguardano allo stesso modo le relazioni e i rapporti di potere, i tradimenti di stato e quelli sentimentali. Anche il suo ultimo lavoro Minotaur, in Concorso a Cannes 79, non fa eccezione: parte dal remake di Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol per arrivare a una critica aperta, spietata e glaciale alla Russia del conflitto con l’Ucraina, con la caduta morale di individui i cui drammi privati sembrano replicare, in scala microscopica, la stessa complice e sistemica brutalità.

Vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes 79, Minotaur uscirà prossimamente nelle sale italiane grazie a Bim Distribuzione.

Minotaur e la colpa di un potere famelico

Dmitriy Mazurov interpreta l'amministratore delegato Gleb in una scena del film Minotaur

Russia, settembre 2022. È iniziata la mobilitazione parziale del Paese. A Gleb (Dmitriy Mazurov), amministratore delegato di un’azienda locale, è stato chiesto di compilare una lista di quattordici dipendenti che possano essere mandati al fronte per la leva militare: è la scusa per non doverci andare personalmente. Qualcuno scappa, altri restano. Gleb, che fa parte di un’élite selezionata, è tra questi ultimi: vive in una piccola cittadina della provincia con la moglie Galina (Iris Lebedeva) e il figlio Seryozha (Boris Kudrin). Improvvisamente viene però a sapere che la donna lo tradisce con un fotografo. Così parte in Minotaur «una speciale operazione militare», ma più delicata e personale.

Minotaur riesce magistralmente a rapportare il personale e il collettivo, gli affari pubblici e quelli privati, e il modo, soprattutto, in cui si intersecano e si contaminano in una «casa che è il proprio Paese». Gleb spiega al figlio come gestire un bullo, esattamente come potrebbe occuparsi del suo Stato, dell’armonia minata del suo nido familiare, delle istituzioni corrotte che lo fondano. Ma è sempre lui, come uno dei tanti pezzi ordinari del puzzle, a non riuscire a sottrarsi ai comandi che ha ricevuto dall’alto, a mettere in guerra persone comuni al posto suo – che Zvyagintsev inquadra implacabile in lente panoramiche nei volti più vari.

«Cosa vuoi?» chiede Gleb alla moglie. «Vivere» risponde lei, come intrappolata da un noi oppressivo, che non lascia spazio né aria. Ma Gleb si crede vittima del sistema e allora decide di riaffermare un potere che uccide, si eredita e contagia. La sua stessa e successiva impunibilità per una vicenda personale sarà resa possibile proprio per i suoi contatti con il mondo della politica, le pressioni che può suscitare, anche di fronte a una prova di colpevolezza schiacciante che non necessiterebbe in teoria di nessuna indagine.

Un thriller politico sulla visibilità morale

Dmitriy Mazurov e Iris Lebedeva sono una coppia in crisi in una scena del film Minotaur

Minotaur sceglie fin dall’inizio di non costruire un thriller a unico punto di vista che sveli poco alla volta ciò che è nascosto attorno.Tutto si vede ed è sempre visibile, a partire dal controcampo della moglie e del suo amante, un tradimento che il cinema mostra in evidenza senza tagliare segmenti che qualsiasi altro climax avrebbe aspettato a rivelare. Minotaur si muove proprio dentro questa visibilità assoluta, che è di montaggio, ma anche d’immagine, con l’utilizzo costante di scenografie di case moderne con ampie vetrate a tutta altezza, e un modo di inquadrare anche l’omicidio più efferato sempre alla luce del sole, senza che nessuna ombra ne metta in dubbio l’effettiva volontà di esecuzione.

Ma come nel cinema di Sorogoyen (a Cannes quest’anno in Concorso con El ser querido) non basta vedere. In As Bestas una piccola telecamerina dispersa tra le foglie riprendeva tutto, ma, con le batterie scariche e le immagini corrotte, era di fatto inutilizzabile. Così allo stesso modo anche in Minotaur tutto rimane inefficace e inaccessibile, in una trasparenza di sguardo a cui corrisponde un’inevitabile torbidità morale. La stessa guerra imperiosa voluta dalla Russia contro l’Ucraina appare sotto gli occhi di tutti, ma la verità viene accuratamente rimossa ogni volta con metodo armato, come la donna che, in una scena chiave del film, piange un familiare appena reclutato, ma viene portata via, allontanata dall’inquadratura.

Iris Lebedeva interpreta Galina in una scena del film Minotaur

Come già il Leviatano del film omonimo – colossale e invincibile mostro marino dalla natura ingovernabile -, anche il Minotauro greco del titolo diventa allora l’immagine allegorica della mostruosità che alberga in ognuno di noi: creatura ibrida, feroce e brutale con il corpo di uomo e la testa di toro che si deve nutrire di altre vittime sacrificali (non a caso quattordici in totale proprio come la lista che deve preparare Gleb), a cui nessuno può sottrarsi.

Zvyagintsev, che nel 2021 è sopravvissuto nel frattempo a un coma di quaranta giorni, si è risvegliato incapace di camminare e muovere le mani, quando ha scoperto delle colpe di cui il suo Paese si era macchiato si è trasferito in esilio in Francia. Minotaur racconta anche di questo: il costo di viaggiare liberi come Icaro (che fa parte dello stesso ciclo mitico del Minotauro), dentro un cielo sbalorditivo, con le nuvole raccolte a grappoli, ma il pericolo costante di bruciarsi perché troppo in alto, troppo vicini al sole e alla trasparenza della realtà.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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