Le sirene sono da tradizione greca e folkloristica insidiose creature ammaliatrici, di bellezza prodigiosa, la voce sensuale e incantata che seduce e inganna allo stesso tempo. Presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes 79, Titanic Ocean di Konstantina Kotzamani, già autrice di diversi affermati cortometraggi di quella riconoscibile Greek Weird Wave a cui appartengono anche Yorgos Lanthimos e Athina Rachel Tsangari, si rivolge qui alla riscrittura del mito, riprende la versione fiabesca di Andersen e immagina una scuola per future sirene adolescenti dentro un Giappone contemporaneo in cui il mermaiding, disciplina sportiva realmente esistente, è parte di uno spettacolo che consuma bellezza e incanto.
Titanic Ocean, l’oceano è un parco divertimenti
Nella grande vasca di una piscina nuotano ragazze con occhialini, maschere e lunghe code colorate in silicone. Sono sirene in fieri, che non vedranno mai l’oceano, ma soltanto ricchi parchi acquatici giapponesi. Così inizia Titanic Ocean, nel raccontare un collegio speciale, sui generis, in cui con metodo e disciplina ci si dedica a esercizi di respirazione, intense sessioni di ascolto per trovare il proprio canto, i capelli colorati e i nomi ribattezzati nella sfera acquatica. «Un futuro certo» dice la preside, promettendo ai genitori delle nuove alunne sogni che saranno sicuramente ben pagati, e, già nell’immediato, la possibilità di costruirsi un sé parallelo, un avatar da principessa attraverso cui reinventarsi e trasformarsi continuamente, come in qualsiasi altro gioco di ruolo.

In Titanic Ocean è infatti tutto a tema, come il destino ovattato già scritto per ognuna delle discenti: essere sirene addestrate e nient’altro – dai videogiochi, i social riempiti di gattini acquatici, e pure gli incubi che riguardano sempre il mare, i flutti, le profondità oceaniche. Per la silenziosa protagonista dai capelli viola Akame (Arisa Sasaki), soprannominata Deep Sea, è proprio la paura dell’abisso ciò che la trattiene dal diventare donna, impedendole ritrovare la propria voce più autentica: un’onda gigantesca, inevitabile e travolgente, che si abbatte su ogni cosa, è il Titanic Ocean del titolo (che richiama per associazione anche il film di James Cameron) la tomba metaforica in cui ha seppellito i suoi timori e il suo smarrimento.
Titanic Ocean, tra coming of age e fantasy
Titanic Ocean ricalca esattamente tutti i canoni del coming of age: i giochi tra amiche, la cotta per un professore affascinante (Masahiro Higashide), il tabù delle prime mestruazioni e pure un grande concorso mondiale a fine anno con cui scontrarsi per decretare la migliore. Il problema è proprio che, pur essendo visivamente stravagante – anche grazie alla fotografia scintillante di Raphaël Vandenbussche e gli eccessi scenografici che gli conferiscono una patina fumettistica – Titanic Ocean rimane imbrigliato nella sua struttura e nei suoi stereotipi. Kotzamani riscrive sì il mito delle sirene, ma non lo fa ugualmente sul genere che sceglie come riferimento, in quello che all’inizio pare a tutti gli effetti un teen movie classicissimo.
Se il mermaiding è, come detto, l’opportunità di costruirsi un ruolo virtuale per sfuggire al proprio, manca in Titanic Ocean l’approfondimento necessario del sistema consumistico che costituisce anche la vera destinazione delle giovani sirene. Come l’America di Eternity dava forma e prezzo a infinite stanze per ogni ipotetica idea di aldilà, qui c’è una metropoli di un Giappone troppo generico – nonostante il film sia stato girato effettivamente lì – che ribolle di immensi schermi trasparenti, artifici innaturali che popolano le vasche di flora e fauna con fare demiurgico, come la vita quotidianamente spettacolarizzata di The Truman Show. Ma quel mermaiding scolastico esiste davvero, non è soltanto una geniale intuizione narrativa, perché allora non farne un discorso più ampio e complesso?

L’interesse e il fascino di Titanic Ocean esplodono però tutti nella seconda parte, quando il film forse si libera, si abbandona alla sua inventiva, vira al fantasy e al realismo magico, così che la potenza del mito, del mare, di lunghe e fantasticanti sequenze sott’acqua possa finalmente dischiudersi in una questione tecnica e concettuale. Le creature diventano dissidi linguistici (un po’ come i mostri de La forma dell’acqua di Guillermo del Toro): figure di stati liminali e intermedi, capaci di un risveglio fluido e autonomo, senza quelle immediate metafore adolescenziali che invece prima limitavano anche l’emancipazione femminista dietro immagini e ruoli soltanto maschili (la sirena che seduce il cuore di uno squalo-maestro).
«Strong women make waves», si dice allora come grido di libertà acquatica, nel senso di compiere la propria metamorfosi definitiva, con la propria voce vibrante, senza più paura, in completa autonomia, e forse era proprio lì che si sarebbe dovuto fare anche il film.
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