In un’annata ricchissima di animazione, anche Cannes 79 non è stata da meno: tantissimi titoli in tutte le sezioni, un film – Le Corset – che ha vinto il Premio Speciale della Giuria Un Certain Regard, il primo esperimento in motion capture di un grande autore surreale come Quentin Dupieux. Ma anche di fronte a una qualità generale così alta, colpisce per netto distacco questo folgorante anime d’esordio per adulti di Kohei Kadowaki, We Are Aliens, co-produzione Giappone-Francia presentata alla Quinzaine des Cinéastes, che affresca un ritratto brutale e immaginifico della crescita, avanti e indietro nel tempo, tra tutti i ricordi e i traumi accumulati da bambini e poi degenerati da adulti in paure e vergogna.
We Are Aliens, ai due lati della stessa infanzia

Tsubasa e Gyotaro frequentano la terza elementare: il primo, introverso e troppo normale, dice di voler fare il calciatore perché lo dicono tutti gli altri; il secondo, irruento e troppo speciale, è la star della scuola, una furia creativa spesso mal compresa. Diventano amici inseparabili, il giallo e l’azzurro di uno stesso schema di colori da lì in poi ricorrente. Ma la crescita impone distanze, crea e inverte voragini di senso, e così la banalità di un ombrello rotto innesca una divisione che li separa ai lati del bullismo, agli antipodi divergenti del mondo adulto, negli infiniti se lasciati senza risposta: la convinzione paranoica e allucinatoria che Gyotaro – rinominato Riso Fritto – sia un alieno – diverso, strano, nemico.
We Are Aliens si divide in due fin dalla sua stessa struttura: due punti di vista, due prospettive, il cartello del titolo a separarle esattamente a metà film, con la luce iridiscente che si incupisce e si desatura man mano, perché sia la visione nel suo complesso a riunirle, a rimettere senso ai ricordi, ai primi amori in comune, in un noi condiviso che è contenuto già nel nome, per ritrovarli alieni ancora da adulti. Ma cosa li rende veramente tali?
Come ne L’innocenza di Hirokazu Kore’eda – tanto simile per temi e architettura narrativa – «ciò che è successo veramente non conta». L’essere mostri che titolava lì il titolo originale – Monster appunto – è infatti anche in We Are Aliens una caccia di ruoli, colpe e rimanenze mnesiche, i significati più che i fatti, in cui esistono due versioni della stessa realtà d’infanzia: quella che è accaduta all’esterno, e quella che abbiamo conservato nel dolore all’interno. Nella paura e nella vergogna di possederle entrambe, i mostri, gli alieni, vengono a galla, perché, come anche nell’indimenticabile Monsters & Co., sono proprio i mostri i primi ad avere paura di noi.
We Are Aliens, crescere deformandosi

We Are Aliens sfrutta con grande ingegno artistico questa separazione netta e inconciliabile tra dentro e fuori, vicino e lontano: gli sfondi fotorealistici di grande fascino paesaggistico si oppongono a corpi mutanti, dai tratti deformati, rigati e graffiati di linee brevi e nervose, profonde come abissi sui volti, gli occhi slargati riempiti di nero, che richiamano, tra i tanti, le tavole grottesche di Junji Itō.
Kohei Kadowaki, classe 1996, in We Are Aliens anche supervisore di fotografia e animazione, parte da riprese live-action, utilizza il rotoscoping e stira, tende, sforza i disegni all’estremo. Questa deformazione dinamica – tanto tecnica quanto concettuale – rappresenta l’idea che ogni crescita sia in qualche modo mutamento, slittamento di forme e figure, lo sconfinamento di fronte a tutto ciò che pensavamo sarebbe stata l’infanzia: un contrasto netto e grafico tra aspettative e realtà, la durezza di un quotidiano che si inchioda alla bellezza abbacinante di tutto ciò che gli sta attorno.
Kadowaki inquadra infatti da vicino dettagli microscopici di natura, li accende di nuove sfumature animative e interpretative: le formiche che corrono velocissime sull’asfalto, la pioggia che cola come lacrime, la neve candida che si tinge di sangue, la luna rossa in eclissi che «è arrabbiata o si sta vergognando?». Ma con lo stesso particolareggiare visivo, in We Are Aliens ultra-grandangoli estremi e irreali ingigantiscono, anche in senso metaforico, frivolezze di vita, chicchi di riso e ombrelli insignificanti a cui attribuire colpe e paure percepite come immense, deformate, di nuovo, nel rendere i personaggi ostinatamente responsabili.

Come ne La piccola Amélie, c’è allora una visione dell’infanzia, infinitesimale nelle sue realizzazioni e alienazioni, che nasce dall’incontro bruto con l’altro, la presunzione cosmogonica a voler creare il mondo per la prima volta, a propria immagine e somiglianza, come un Dio assoluto e imperturbabile. Ma dove il film tratto dal romanzo di Nothomb lavorava su una presa di coscienza narrativa e contenutistica, in cui quella joie de vivre febbrile di colori si doveva sporcare di pensieri duri e adulti, persino suicidari, in We Are Aliens è tutta una questione visiva, di immagini che scorrono impazzite insieme ai pregiudizi, lo scuotersi interiore in esplosioni paranoiche, vortici di cromie che prendono vita come in un quadro di Van Gogh.
Non è un caso allora che in co-produzione ci sia anche la francese Miyu Productions, già presente in Dandelion’s Odyssey e soprattutto in Linda e il pollo, perché permane la stessa visione libera dell’animazione, che non esilia il disegno a un genere, ma lo usa come ideale riflessivo per inventare nuovi modi di sentire ed empatizzare per immagini. «Spero che gli alieni e gli umani possano essere amici» scrive Gyotaro su una scultura di plastilina realizzata a scuola, poi distrutta insieme a tutto ciò che avrebbe dovuto rappresentare. Nel caso in cui non fosse più possibile esserlo, ci dice We Are Aliens, saranno gli umani a tornare alieni, a diventare di nuovo simili, nell’aver perso qualcosa.
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