Léa Seydoux interpreta Eva nel film L'Inconnue

Cannes 79 – L’Inconnue, la pandemia dello sguardo

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Lo sguardo maschile è un virus infiltrante e incurabile che si propaga in ogni angolo di spazio, uccide e contagia allo stesso tempo con l’illusione inoffensiva della distanza. Ma è sempre possibile determinarne la prospettiva e il punto di vista? Arthur Harari, già regista di Onoda – 10.000 notti nella giungla e abilissimo co-sceneggiatore di Anatomia di una Caduta, adatta con L’Inconnue il suo graphic novel Le cas David Zimmerman (ancora inedito in Italia), scritto insieme al fratello Lucas, in un film-esperienza schizofrenico ed etereo, uno sci-fi delirante assolutamente imperdibile.

Co-prodotto tra gli altri dall’italiana Ascent Film e Rai Cinema, L’Inconnue arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Adler Entertainment.

L’Inconnue, svegliarsi nel corpo di un’altra

David Zimmerman (un irriconoscibile e inviscidito Niels Schneider, scavato dalla trascuratezza) è un fotografo solitario e depresso che rifiuta l’appellativo di artista. Trascinato a una festa, ritrova Eva, la donna della sua ossessione (una Léa Seydoux dalle movenze aliene come la Scarlett Johansson di Under The Skin). David non riesce a staccarle gli occhi di dosso, la raggiunge e, dopo un breve rapporto sessuale culminato in grida selvagge, perdono entrambi conoscenza. Ma al risveglio David si ritrova nel corpo di lei, in un misto di panico e disagio: metempsicosi, delirio di reincarnazione o un semplice body swap indotto da sostanze?

Niels Schneider interpreta il fotografo David Zimmerman nella scena dell'inizio in discoteca nel film L'Inconnue

L’Inconnue non intende raccontare la disforia di genere, il senso identitario che collide con un involucro esterno ed estraneo, ingombrante da gestire. A differenza di Teenage Sex and Death at Camp Miasma, tra i titoli più interessanti di questa Cannes 79 – in cui era proprio la mancata coincidenza tra corpo e identità a determinare un orrore del desiderio, un fallimento dell’erotismo -, Arthur Harari riflette qui sullo sguardo, sul senso di appartenenza di ogni possibile punto di vista, su corpi che rappresentano invece il prolungarsi degli occhi più che di moti interiori. David è Eva ed Eva è David, ma chi sta guardando chi?

Léa Seydoux e Niels Schneider interpretano magistralmente corpi trasformistici privati di divismo, sguardi perfettamente normalizzati e ordinari, in un film polisemico teorico e sofisticato. Ne L’Inconnue, allora, – i cui riferimenti non si risparmiano, dai meccanismi alienanti e inquieti della visione di Michelangelo Antonioni (Blow-Up e Professione: reporter), lo scarto tra identità e auto-percezione di Krzysztof Kieślowski, ma anche i doppi speculativi e malati di Synecdoche, New York di Charlie Kaufman -, il body swap appare soltanto come uno dei tanti modi per camuffare il proprio ruolo ottico, sempre perversamente maschile, di esseri guardanti predatori che continuano a farlo indisturbati anche quando travestiti di altro, come in una mimetica a unico scopo voyeuristico.

Guardo ergo sum: problematizzare il male gaze

Lo sguardo è infatti fin dal principio moto d’impulso de L’Inconnue: il fotografo che immortala un’immagine statica all’infinito, la sottrae al procedere inafferrabile del tempo. Nel film David inquadra edifici e architetture della contemporaneità, mette a confronto i suoi scatti con quelli d’epoca del padre, in uno stacco di montaggio fulmineo che lascia fuori tutto ciò che è accaduto nel mezzo.

Con la stessa freddezza seriale e sistematica, David passa dai palazzi alle persone, fotografa Eva e trasferisce l’inquadratura al proprio sguardo, fisso sulla donna del suo desiderio. Ogni volta che la guarda è come se la privasse di un pezzo di libertà, spegnendola, piegandola a sé, fino a trasformarsi, come in un contrappasso dantesco, definitivamente in essa.

È proprio qui, sembra dirci Harari ne L’Inconnue, che nasce il male gaze, nell’artificiale presunzione di tenere per sé le immagini di altri, trasformandole in oggetti di consumo in proprio possesso, che nascono una seconda volta, quando emergono sottomesse e immobili dal rosso della camera oscura. Per esaltare quest’effetto perturbante, di alienazione dello sguardo che muove tutto il film, ne L’Inconnue Harari usa la macchina da presa lateralmente, in prossimità degli occhi, ma mai coincidente con essi, in quelle che funzionano come soggettive parziali e incomplete, mediate spesso da schermi, specchi e riflessi – gli stessi con cui David scruta le forme, il seno, il profilo del pube del suo nuovo corpo di donna.

Una foto stampata in camera oscura con Léa Seydoux in una scena del film L'inconnue

Ma L’Inconnue riflette soprattutto sulla presunzione di innocenza di tutti quegli sguardi, considerabili inoffensivi soltanto perché distanti, come oggi qualcuno vorrebbe de-responsabilizzare un uomo che guarda, soltanto perché lo fa da lontano, senza entrare fisicamente all’interno del proprio campo visivo. Ma è in quel distacco tra guardante e guardato – che Harari annulla in zoom violenti, rapidi, interminabili – che si insinua la contraddizione di David stesso: il fotografo non vuole soltanto ritrovare il suo corpo, vuole continuare a guardare e possederne un altro, distinto, nello sguardo. Così non è un caso che, anche quando sogna eroticamente nel corpo di Eva, David la immagini baciare se stessa, in una perversione doppia ed estrema.

In un giro di scambi più grande (in cui altri uomini spiano sorelle con super-telescopi), L’Inconnue racconta la seminalità di un male che riguarda tutti, che infetta e contagia alla luce del giorno, come quello di It Follows che non poteva essere curato, ma solo trasmesso sessualmente ad altri. Solo le donne, intrappolate nei corpi di uomini, li odiano, li trovano ripugnanti, ma anche in quelle condizioni sono ancora capaci di un sesso affettuoso ed empatico, e quindi, per definizione, non in grado di invertire il meccanismo della maledizione, che necessita invece di odio e predazione. Ma quella condizione necessaria – di non smettere di guardare come maschi nemmeno di fronte alla morte – non è forse la morte stessa del guardare?


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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